4 AMICI AL BAR…
Meeting per la sicurezza “medici in moto per la salute”: cronaca di un flop annunciato
12 giugno 2010, piazza centrale di Chianciano. Sono qui con 4 amici al bar, e a modo nostro volevamo cambiare il mondo. Almeno quello dell’approccio alla moto, della ricerca della sicurezza alla guida, parlando delle giuste battaglie dell’Associazione Motociclisti Incolumi. Uno dei miei amici ne è il presidente, Marco Guidarini, organizzatore dell’evento. Un altro è un ortopedico , che la sera dovrebbe partecipare alla conferenza in programma che prevede il relazionare di diversi medici appassionati di motocicletta, oltre a numerosi altri interventi di medici e operatori del settore. Sebbene il raduno prevedesse un numero chiuso a 150 moto, gli iscritti sono soltanto due, gli altri amici. Di sicuro, nelle pause dell’itinerario che abbiamo percorso durante la giornata trascorsa insieme, sono stati coccolatissimi e seguitissimi. Un po’ la filosofia di “Salvate il soldato Ryan”, ovvero: “salvi una vita per salvarle tutte”. E poi ci sono io, in qualità di guida-istruttore di guida-giornalista. Partecipare ad un evento che già nei giorni precedenti si prefigura come un gigantesco fiasco ha ben poco di esaltante, eppure posso dire che non rimpiango neanche un minuto della stupenda giornata che Marco ci aveva confezionato. A partire dal breve breefing della mattina, durante il quale ci vengono illustrati i ben noti (per me) concetti di riserva di sicurezza, traiettoria di sicurezza, dinamiche della moto, comportamenti rischiosi. Partiamo poi per quello che aspettavamo tutti: il giro per le strade della Val d’Orcia. Sono anni che mi vanto di avere una vasta conoscenza delle strade della Toscana (non potendo, aimè, uscirne più di tanto) eppure non avevo mai percorso la strafamosa e stracelebrata serie di tornanti per scendere verso Monticchiello, venduta in poster e immagini pubblicitarie come il simbolo della bellezza delle nostre strade. Bellina è bellina… diciamo che è più fotogenica che esaltante da fare, ma oramai è diventata come la Gioconda o il ta-ta-ta-taaa della quinta di Bheetoven: il simbolo di un intero mondo. Noi continuiamo per Castiglion d’Orcia, Monte Amiata Scalo, Montalcino, Castel del Piano per fermarci a pranzo al ristorante del Pian delle Macinaie. Accoglienza e pasto regale, gentilezza, simpatia da parte di avventori che ben conoscono le potenzialità di un brand, il Monte Amiata, ancora tutto da conoscere e sfruttare. Noi, in moto, non possiamo far altro che restare profondamente affascinati dai paesaggi e dalle strade di questo angolo di paradiso, che proietta in una dimensione da fiaba chiunque lo attraversi. Pensa che bello portarci gli amici conosciuti sui forum. Ragazzi che vengono da lontano, magari ignoranti tanta bellezza.

Perché la verità è questa, noi motociclisti siamo così; almeno quando riusciamo a fare del semplice “andare a spasso” una forma di condivisione, amore per il prossimo. La volontà di far conoscere anche agli altri, di consigliare, di raccontare le proprie esperienze o riflessioni ci trasporta ad un livello più alto. Dall’avere una motocicletta, all’ essere un motociclista. Si, ho ripreso in mano un libbricino di Fromm. Torniamo a Chianciano attraversando Abbadia s.Salvatore e poi per la strada di Cogne raggiungiamo Radicofani e Sarteano.
Eppure, nonostante questo programma appetitosissimo, l’accoglienza e la gentilezza proverbiale della gente della zona, i paesaggi, le curve, l’affluenza è stata praticamente nulla. Perché? Non che l’evento di AMI non avesse avuto la giusta risonanza. Pubblicizzato attraverso volantinaggio, su siti web fra i più visitati e col naturale tam tam telefonico di amici vicini e lontani. Addirittura la lotta di Guidarini ha avuto un’autorevolissima menzione durante la telecronaca del motoGP di Assen! Nonostante questo, UN solo iscritto. Non penso sia solo un problema del fisiologico calo dell’affluenza di pubblico ad ogni evento motociclistico dovuto alla crisi economica, anche perché alla “Bike & wine” (due cose che, secondo me, vanno d’accordo come un fiammifero acceso e una tanica di benzina) nella vicina Montepulciano una discreta affluenza ci deve essere stata. Credo sinceramente che il flop sia dovuto al fatto che riguardo alle lotte di AMI, ad esempio sui guard rail (“la lama che uccide”), o alla rimozione degli ostacoli fissi, sia molto comodo parlarne, sostenerle a parole, sciacquarcisi la bocca piuttosto che partecipare attivamente alle attività che portano a conoscere meglio, confrontarsi con altri appassionati, viverle da motociclisti. Piuttosto che citare queste battaglie un po’ a caso forse il mondo dei giornalisti, dei moderatori dei forum e della motocicletta in generale dovrebbe imparare a prendere coscienza di se stesso e pensare che partecipare proprio ad un meeting come quello del flop del 12 giugno 2010 possa essere un gesto di coesione importante. Ai tavolini di quel bar di Chianciano, complici anche gli amici di Biker Explorer, la rete Tv e Webtv di settore, abbiamo pensato che, piuttosto che lasciar perdere la nostra lotta, l’idea di Marco Guidarini e di AMI, saremmo partiti con anticipo, in maniera capillare, bussando porta a porta se necessario a organizzare il meeting del prossimo anno. Partendo dai forum, dagli amici, dai moderatori, da tutti quelli del nostro mondo che riescono a fare aggregazione. Questo è un invito aperto a tutti a partecipare, a far capire quanto è importante lottare per una maggior sicurezza delle nostre strade. Il prossimo raduno si svolgerà a maggio del 2011, comunque prima del Moragido Fidelmo http://www.ilkiddo.it/dblog/articolo.asp?articolo=75 . Siete in tempo ad organizzarvi In fondo, si tratta di fare una bella girata in moto…
Una grande novità: i fantastici fumetti del Kiddo,
del fantasmagorico ISAK !!!!!!!!!!!!!





APPUNTAMENTO ALLA PROSSIMA PUNTATA...
La ricetta
Il manuale della guida motociclistica

Fare la guida per motociclisti è come preparare una cena. Tieni conto del numero degli invitati, dei gusti di ognuno, delle intolleranze se ci sono -che vanno dette in anticipo-, del tempo a disposizione. Poi si comincia a pensare al piatto da proporre, si mettono insieme gli ingredienti, scegliendoli come se si fosse al supermercato: un po’ di strada aperta per levare la fregola e la ruggine iniziale, un bel pezzo guidato per stabilire le gerarchie e rompere il ghiaccio, i rifornimenti, i ristori, i posti da guidare e quelli per rilassarsi godendo del paesaggio; una parte tecnica e magari, se gli invitati sono i tipi adatti, un po’ di sterrato, magari leggero che non stucchi e metta in difficoltà, ma emozionante quel tanto che basta. Miscelare bene, aggiustare con disponibilità alle domande più incredibili e servire caldo. Di solito gli eccessi e la voglia di stupire eccessivi sono controproducenti, tutti i grandi cuochi sanno che è meglio una ricetta classica ben cucinata che una pisserata troppo azzardata. Guardate il topo di fogna che fa la ratatouille. Per un tipo egocentrico, ipersensibile e permaloso come me, il tutto ha più che altro, ogni volta, il sapore di una sfida alla conoscenza dei percorsi e alla capacità di non perdermi-annoiare nessuno. Certo, se si conosce bene i partecipanti al giro che si vuole proporre e le moto che hanno, oltre alla preparazione tecnica, tutto può essere molto più facile. Nel caso del secondo raduno del KtmclubItalia, comprendevano motard e maxienduro, tutti mezzi che la mia semplice mente possono fare un po’ tutte le strade, magari anche quelle bianche. A mettere un po’ di pepe all’avventura, Andrea Castagna e la sua steady cam, montata sul posteriore di un Ktm 690 mediante un traliccio e tanto di televisore sul cruscotto. A vederlo sembra che debba esplodere tutto da un momento all’altro, invece il nostro eroe può vantare già una notevole esperienza nel campo delle riprese delle moto in movimento. Ci togliamo sempre tanto di cappello per chi riesce, con l’idea giusta e la giusta capacità, a fare un lavoro della propria passione. Non guardate me, io ci spendo e basta ƒº.


Il giro che avevo pensato, dal momento che l’anno scorso portammo questi ragazzi sui passi del Muraglione, della Raticosa e del Giogo, voleva essere qualcosa di completamente diverso, ovvero volevo cercare di cucire i monasteri fra Mugello, Casentino e Firenze. Il ritrovo è al camping Mugello verde, a San Piero a Sieve, dal quale partiamo verso Ponte a Vicchio per raggiungere attraverso la strada interna che porta Dicomano la Statale verso Londa, dove ci dirigiamo verso il Valico di Croce ai Mori.
I miei compagni sono già al settimo cielo. È ovvio che per chi non è mai stato in Toscana o non ha mai girato per queste strade senza l’assillo del navigatore o della preoccupazione di aver preso la direzione giusta, l’emozione pura della guida su un percorso del genere è impagabile. Prometto ai miei amici che farò la scopa, tranne che nei tratti dove ci sono deviazioni e incroci, ovvio; solo che la voglia di darci il gas è troppa, e con la scusa di far vedere le traiettorie a un ragazzo di Roma, accompagnato dal padre (!!!), mi faccio prendere la mano e prendo la mia andatura “sciolta”. Beh, dopo tutto non è mica un lavoro, potrò godermi anch’io questa prelibatezza. Arriviamo a Stia e riprendo la testa del gruppo. Per i paesi si va a velocità codice; come fuori, del resto. I 90 km/h consentiti, al 99% delle volte sono molto più che sufficienti per divertirsi su una strada tutta curve. Per il rimanente 1%, si può anche accettare il sacrificio di chiudere un po’ il gas… Pratovecchio, rifornimento e prima piccola rinuncia all’integrità del percorso come stava nella mia testa. La pioggia dei giorni precedenti, che ci da respiro per la nostra giornata in sella, ha reso anche gli sterrati più facili decisamente scivolosi e sconsigliabili alle nostre ruote lisce. Saliamo così verso l’Eremo di Camaldoli passando da Ponte a Poppi. Altra poesia per tutti i palati. Il panorama, la strada pulita dalle pioggie, i curvoni, i tornanti entrando nel bosco della foresta del Parco di Falterona e Campigna. La moto, il dondolarsi, le traiettorie. Poesia.
L’ultimo tratto prima di arrivare all’Eremo è sempre stretto, freddo e scivoloso. Si rimane rapiti dal bosco, dai torrenti gonfiati dalla pioggia, dai rami caduti e dagli estemporanei billabong dove galleggiano foglie e uccelli. Silenzio, motori che borbottano, chiedendo il permesso di entrare in quel paradiso in punta di piedi. Una cicca, e arriva il momento di avvisare qualche timoroso che dovremmo affrontare un tratto di strada bianca: il Passo dei Fangacci. Provo a dare qualche consiglio ad una ragazza: stai in piedi, fai curvare la moto spostando il peso sulle pedane… ma poi mi schernisco, in fondo chi sono per insegnarle a guidare la moto?
In cima al Passo, un adventuroso mi affianca e mi suggerisce la sosta per il pranzo a sacco. Fantastico, e io non ci avevo neanche pensato. Panchine, natura, risate, chiacchiere. “Kiddo, ma l’anno scorso non avevamo fatto più strada?” AAAArgh! Una coltellata al mio amor proprio, che io prendo subito come una provocazione! Mo’ ti concio io. Vuoi fare più strada? Ti faccio venire le emorroidi, ti faccio… “Kiddo, ma uno di quegli sterrati sul crinale con il panorama…” “Eh , ma io le strade non le dipingo mica…” Poi rimugino, penso, mischio gli ingredienti. A questi piace il peperoncino. Scendiamo a Badia Prataglia, rifornimento e poi… volevi fare più strada? E io vi porto nella Val della Meta, dalla quale risaliamo verso Chiusi della Verna. A volte penso che certe strade le conosco solo io. Come tutti i motociclisti, credo. Ma questa è davvero sempre deserta, e per panorama e guida ha pochi rivali. Forse a causa della neve invernale, però, è spesso sporca.
Altra sosta in ammirazione della vallata del Casentino, che si stende sotto di noi, e siamo pronti a ripartire verso Bibbiena. Attraversiamo la Piana di Campaldino e raggiungiamo Castel san Niccolò. La voglia di proporre qualcosa di veramente memorabile mi impone di prendermi il rischio di portare i ragazzi sul Pratomagno, dove troveremo qualcosa di veramente simile a quello che mi era stato chiesto: lo sterrato sul crinale panoramico che raggiunge la Secchieta, passando da Cetica. Prima di avventurarmi, mi preoccupo che quelli non entusiasti o timorosi nell’affrontare lo sterrato non preferiscano prendere un percorso alternativo. “Il discorso è questo: se di fare lo sterro non vi frega assolutamente niente, vivete benissimo lo stesso senza, e anzi se vi ci porto mi mandate anche a quel paese, allora facciamo l’altra strada. Ma se invece avete soltanto un po’ di timore ma la cosa vi piacerebbe, allora proviamo. Al limite torniamo indietro.” Convinco fra gli altri Claudio, un amico di Bologna con un 690 Smr. Passato Bagno di Cetica comincia lo sterrato, neanche tanto facile con le ruote lisce, ma tutti sono entusiasti, e fra ex crossisti di vecchia data e nuovi supermotarder nessuno si fa tanti problemi. La ragazza col 990 Smr si fa strada senza problemi, nonostante le paure iniziali, e per lei è la prima esperienza. Chi non risica non rosica, e per me la ricompensa enorme è di assistere ai commenti entusiasti dei miei amici, vedere i sorrisi, guardarli mentre fotografano le moto infangate.

Peccato che dello stupendo paesaggio non si siano goduti assolutamente niente a causa della fittissima nebbia dalla quale sbucavano all’improvviso mucche e vitelli.

Scendiamo verso il monastero di Vallombrosa per scendere verso Pelago, Pontassieve e le Sieci, dove risaliamo per l’Olmo di Fiesole e scendiamo infine per la faentina in direzione di san Piero a Sieve. Sosta di rito davanti all’autodromo del Mugello e doccia.
La sera, davanti ad un piatto di tortelli di patate alla mugellana, affido il compito di portare a spasso i nostri ospiti al resto del gruppo dei fiorentini: il giorno dopo, mi aspetta una giornata di decespugliatore. Derapage, il più affidabile, mi chiede qualche istruzione. “Pensavo di fare il lungolago, oppure salire la Raticosa dalla militare e scendere a Firenzuola” mi dice. Gli rispondo “bello, magari potresti salire i tornanti fino alla Badia di Moscheta…” “Eh, aspetta, non so mica dov’è di preciso…” “Te non ti preoccupare, non importa dove vai. L’importante è che ti fai vedere sempre convinto. E se qualcuno ti dice ‘Hei, ma quì è una merda!’ Te rispondigli: ‘Si, ma è esattamente dove volevo andare!’ ” .
Un ringraziamento infinito a Andrea Castagna per le riprese video. Per usufruire dei suoi servigi 388.19.54.467 www.castrolvideo.webnode.com
Se volete una guida per le strade della Toscana info@ilkiddo.it 393 0065601
Le foto sono dei ragazzi di www.ktmclubitalia.it
Non lasciamo l'Italia in mano alla ignoranza. Marco Guidarini Una cultura della prevenzione antiquata non risolverà mai un dramma moderno come gli incidenti sulle strade! I politici italiani (...tranne rare eccezioni) hanno come principale obiettivo quello di scaricare le responsabilità delle proprie inadempienze sui sudditi...guardandosi bene da responsabilizzare chi costruisce strade con standard di sicurezza del 1950. Lo scaricabarile è uno sport più difffuso del calcio...(in Italia)...quindi le dimostrazioni si sprecano: "Disegni di legge" senza conoscere minimamente la materia. Se almeno ci fosse l'umiltà di acquisire un minimo di cultura della prevenzione e del risk-management ci sarebbero molte meno vittime, molti meno incoscienti patentati, meno criminali liberi che continuano a guidare ringraziando dei giudici indulgenti e meno professionisti (Medici, Ingegneri, Poliziotti, Carabinieri)...mortificati nella propria professione. Le strade universali (e scientificamente collaudate) per risultati concreti sono sintetizzabili nell' acronimo R.I.S.P.A.C. = Ricerca, Innovazione, Sviluppo (per una viabilità sicura e sostenibile) Preparazione, Allenamento, Controlli. Queste strade sono quelle seguite dalla Scienza (dalla Medicina all'Aeronautica, al Motociclismo professionistico). Stranamente queste voci, da 50 anni ad oggi sono state incoscientemente trascurate da una "politica vecchia" che non ha mai investito nè sulla ricerca scientifica, nè sulla educazione civica nè sulla educazione stradale (indispensabile per diminuire gli incidenti).Così in Italia si pretende di fare prevenzione con il metodo che usava Don Abbondio nei "Promessi Sposi": raccomandazioni, prediche ed omelie. Poi non comprendendo il motivo dei fallimenti (6.000 vittime all'anno e 18.000 invalidi gravi) con "rumorosi sforzi" (di pensiero) si creano i presupposti per disamorare i cittadini verso il proprio Paese, obbligandoli a gettare via i soldi per spenderne altri (tutti coloro che hanno dei caschi jet omologati li dovranno gettare nella discarica..idem per le aziende)...(nel frattempo non si controllano i cinesi che vendono caschi pericolosi, cibi pericolosi, indumenti pericolosi in tutta italia ai danni del made in Italy!) . Ma il cittaddino italiano deve pagare ed acquistare...anche Chi ha buonsenso ed esperienza da vendere perchè in Italia non vale il know-how scientifico, la prevenzione la insegna Topo Gigio...). Così molti dovranno andare in ufficio vestiti come se andassero in circuito al Mugello... perchè se avranno un buon jet (omologato e pagato) un buon paraschiena (al cui utilizzo non è mai stata fatta nessuna campagna di educazioni) ed un sano buon senso (come molti motociclisti hanno)...con i iens saranno sanzionabili! In questo eccesso di prudenza speriamo almeno che lo Stato tuteli anche i propri Operatori (caschi, paraschiena, pantaloni tecnici e giubbetti antiproiettile per polizia e carabinieri) così come per gli scooteristi delle poste Italiane. La C.E. sanzionerà l'Italia per una incosciente politica sulle strade (6.000 vittime all'anno e 18.000 invalidi gravi) ma la colpa viene data sempre al cittadino-suddito. Nel Novembre 2009... io (Marco Guidarini, presidente A.M.I.) insieme al sig. Silvano Levantini (campione italiano di motociclismo...che di risk-management se ne intende) chiedemmo una audizione e quindi, ricevuti in Senato,, facemmo la proposta di ridurre l'importo dell'IVA dal 20% al 10% sull'acquisto delle essenziali protezioni "salvavita" (Casco e paraschiena)...sottolineando che lo Stato in primis doveva investire in educazione e dare anche un buon esempio ai giovanissimi di "percezione del rischio" educandoli e divulgando "una cultura della prevenzione" che insegna a scegliere i comportamenti e le protezioni più adeguate in ogni ambiente, anche sul lavoro. La stessa identica cosa si può dire per gli scarsi investimenti nella educazione alla prevenzione dell'AIDS... iniziando ad abbassare il prezzo dei profilattici, sul quale nè Stato nè Chiesa si degnano di intervenire (prediche ed omelie non fanno prevenzione!) Ippocrate lo sapeva già nel 450 A.C..Quindi, prima ancora che imporre caschi integrali per tutti e pantaloni tecnici per tutti (magari di una precisa marca e con l'IVA al 20%!!! )...lo Stato investa in RISPAC se vuole fare seriamente prevenzione! Noi motociclisti dobbiamo sperare che nessun politico acquisti azioni di aziende di profilattici...altrimenti ci verrà imposto a tutti l'utilizzo di "pofilattici tecnici" (es. profilattici con le bretelle catarifrangenti e con l'airbag posteriore..per evitare i rischi conseguenti ai "tamponamenti", visti i tempi, tutto con l'IVA al 20%)...questi profilattici saranno obbligatori anche per delle semplici pomiciate! Tornando a RISPAC:insieme agli investimenti su: ricerca, innovazione, sviluppo è necessario investire in Preparazione sia degli utenti che dei progettisti di infrastrutture che continuano a disporre ovunque "cause di lesioni" (quali guard-rail ghigliottina e pali metallici nei punti più pericolosi:es. in esterno curva! E' incosciente che un segnale di pericolo generico abbia il maggior pericolo nel palo metallico di sostegno! (Perchè così precisi standard di sicurezza non vengono richiesti anche ad ANAS, Marcegaglia, Tubosider, Fracasso?). Purtroppo (non solo per i giovani ma anche per i genitori e per tutti i cittadini italiani) i nostri politici non hanno la più pallida idea della differenza tra "cause di incidenti e cause di lesioni così come al ministero delle infrasrutture sono sconosciuti i principi ergonomici di risk-analysis e risk-management. (nel motociclismo professionistico i più grandi progressi in sicurezza sono stati fatti limitando ed eliminando le cause di lesioni...non potendo agire sulle principali cause di incidenti come velocità e distanza tra piloti).La importanza della voce Allenamento è basilare per motociclisti ed automobilisti (come per piloti di aerei, forze di Polizia, Chi fa un lavoro a rischio, o uno sport) con la possibilità di allenarsi in appositi spazi e circuiti (utilissimi anche per briefing, esercitazioni di protezione civile e perfino recupero punti), ma in Italia non sono previsti investimenti in preparazione ed allenamento...gli autovelox sono meno impegnativi e rendono molto di più (per chi è ignorante in Economia!).L'allenamento (mai trascurato in Aeronautica, nel Motociclismo professionistico, da Chi fa uno sport o una professione a rischio ) non viene neppure preso in considerazione (in Francia o in Spagna allenarsi in pista costa la metà che in Italia!!!), Le migliori Aeronautiche del mondo investono miliardi di dollari in Preparazione ed allenamento del personale a terra ed in volo (chiamate formazione ed addestramento).Controlli (sia sugli utenti che guidano con imprudenza, sia sui progettisti ed amministratori che lavorano con imperizia e negligenza: C.I.I.N. è il nuovo termine proposto da A.M.I. per gli incidenti: conseguenze di imprudenza, imperizia, negligenza). I legislatori italiani non sanno che una banale scivolata contro un guard-rail ghigliottina a 40 km/h (in Fisica 11 metri/secondo) lascia poche possibilità di salvezza anche con casco, paraschiena e indumenti tecnici (che possono lavorare al 100% per scivolate senza ostacoli ma non altrettanto in caso di impatti contro corpi contundenti anche a basse velocità: per questo il maggior numero di vittime si verifica dove ci sono più ostacoli...non dove ci sono velocità maggiori). I controlli sul territorio e sullo stato psico-fisico (che solo gli agenti di Polizia e Carabinieri possono fare...non certo gli autovelox!!!) in Italia sono 10 volte meno che in Sapagna o in Francia! L' Italia spende per ricerca in sicurezza sulle strade (e per la ricerca scientifica) ovvero in R.I.S.P.A.C.(Ricerca, Innovazione,Sviluppo, Preparazione, Allenamento, Controlli) meno di 60 centesimi all'anno per cittadino (la Francia ne spende 10 volte di più), in Francia ogni per ogni 100 euro che un cittadino dà allo Stato come contributi lo Stato reinveste in prevenzione circa 6 euro... il "povero" cittadino italiano spende 100 euro e lo stato ne reinveste...60 centesimi... Vergogna! E' offensivo per tutti i motociclisti, per tutti i professionisti, per le Forze dell'Ordine ed anche per le aziende. Chi viaggia con prudenza (ad esempio gli amanti delle moto "custom", o gli enduristi) devono poter viaggiare con un buon casco omologato (anche jet), con un paraschiena, ma anche con un paio di jeans, per la bellezza di andare a fare una passeggiata in moto! Se molti vanno in ufficio con la moto (o con lo scooter) è anche perchè gli stessi politici non hanno saputo risolvere il problema del traffico (cosa che invece hanno saputo fare in tutte le altre città europee, diminuendo anche l'inquinamento). La prima regola per la prevenzione è il cervello (ed il buonsenso)...peccato che in Italia (come dimostra anche la politica sulla ricerca scientifica) conti meno dei piedi: un calciatore medio prende mille euro al giorno mentre un ricercatore prende mille euro al mese e deve decidere se scappara all'estero per fare ricerca o rimanere in Italia e prendersi del "bamboccione" da un ministro che prende 20.000 euro al mese e non capisce un "KAIZEN" (termine giapponese che indica "un miglioramento continuo che deve avere un individuo pensante ed una sociatà dinamica per garantire la Salute dello Stato). Per dirla in termini motociclistici: in Italia l'essere umano viene valutato "upside-down" in alto i piedi, in basso il cervello! . Un tempo credevo che una dittatura fosse la più grande forma di violenza per un cittadino "pensante"...ma da anni sono convinto che l'ignoranza (soprattutto se associata a demagogia) è la peggiore delle dittature! Dott. Marco Guidarini (Dr. Jekyll) medico Traumatologo presidente A.M.I. (www.motociclisti-incolumi.com) cell.328 3074089 ----- Original Message ----- E' tempo di cambiamenti per chi fa delle due ruote il proprio mezzo per spostarsi su strada. La Camera dei Deputati infatti, ha approvato il disegno di legge numero 1720, in merito alle modifiche del codice della strada, che per certi versi rivoluzionerà l'utilizzo delle nostre moto.
Un disegno di legge che prevede non solo più l'utilizzo obbligatorio del casco omologato, ma anche del necessario abbigliamento tecnico, come guanti, giubbotto, paraschiena. Questo il testo del disegno di legge:
Art. 171 - (Dotazione di sicurezza per la conduzione di veicoli a due ruote)
1. Durante la marcia, ai conducenti, e agli eventuali passeggeri, di ciclomotori e motoveicoli è fatto obbligo di indossare indumenti e di tenere regolarmente allacciato un casco protettivo di tipo omologato, in conformità con i regolamenti emanati dall'ufficio europeo per le Nazioni Unite - Commissione economica per l'Europa e con la normativa comunitaria.
2. Ai fini di cui al comma 1: a) per i veicoli fino a 11 Kw è obbligatorio l'utilizzo del casco integrale; b) per i veicoli da 11 Kw a 25 Kw è obbligatorio l'utilizzo di un casco integrale, di guanti per la protezione delle mani, e di giacca tecnica con protezioni per spalle e gomiti; c) per i veicoli da 25 Kw a 52 Kw è obbligatorio l'utilizzo di un casco integrale, di guanti per la protezione delle mani, e di giacca tecnica con paraschiena integrale e con protezioni per spalle e gomiti; d) per i veicoli oltre 52 kw è obbligatorio l'utilizzo di un casco integrale, di guanti per la protezione delle mani e di una tuta tecnica o di una giacca tecnica con paraschiena integrale e con protezioni per spalle e gomiti e di pantaloni tecnici con protezioni per fianchi e ginocchia.
3. Sono esenti dagli obblighi di cui al comma 2, i conducenti e i passeggeri: a) di ciclomotori e motoveicoli a tre o quattro ruote dotati di carrozzeria chiusa; b) di ciclomotori e motoveicoli a due o a tre ruote dotati di cellula di sicurezza a prova di crash, nonché di sistemi di ritenuta e di dispositivi atti a garantire l'utilizzo del veicolo in condizioni di sicurezza, secondo le disposizioni del regolamento.
4. Chiunque viola le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 74 a euro 299. Quando il mancato uso degli indumenti e del casco riguarda un minore trasportato, della violazione risponde il conducente.
5. Chiunque importa o produce per la commercializzazione sul territorio nazionale e chi commercializza indumenti e caschi protettivi per motocicli, motocarrozzette o ciclomotori di tipo non omologato è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 779 a euro 3.119.
6. Gli indumenti e i caschi di cui al comma 5, ancorché utilizzati, sono soggetti al sequestro ed alla relativa confisca, ai sensi delle norme di cui al capo I, sezione II, del titolo VI
Da costa a costa (e ritorno)

Dedicato alla memoria di Francesco “Potter” Bracci

Il Presidente mi allunga una decina di fogli, la stampata del percorso che dovremo seguire in giornata. “Sono un po’ preoccupato” mi rivela, sapendo che mai riferirei a nessuno una simile confidenza. Gli rispondo “ma de che?! Il percorso l’ho fatto io…” “no… è che mi sembrano tanti chilometri.” Eppure è stato lui a lanciare l’idea, un venerdì sera durante una delle nostre birrette. Il “Coast to Coast” col motard. Ha il sapore della scommessa, che si può anche rivelare non così impossibile da perdere. Del resto, l’impegno che richiede qualsiasi viaggio è in relazione al mezzo che si adopera per affrontarlo. E forse è per questo che abbiamo accolto l’idea con entusiasmo e come facciamo qualsiasi cosa: senza starci a pensare troppo. Fuori dal nostro alberghino, sul lungomare di Cecina semideserto il fuori stagione, sono già schierati i ferri stradali più leggeri e divertenti che si possa immaginare. Raggiungere Rimini e contando anche l’ovvio ritorno, in totale si tratta di un 650 chilometri circa. Roba da manutenzione straordinaria per una qualsiasi racing, anche se nel nostro gruppo -i “Sommeliers d’Asfalto”- militano anche dual e bicilindriche. In pratica, superiamo appena la media di un cilindro a persona. Ma la nostra è una questione di filosofia: la libertà consiste nel non avere troppe necessità. Non dipendere dalle comodità, da qualsiasi cosa possa filtrare il gusto dell’avventura, della scommessa. Gli amici, qualche etto d’olio e due cose in uno zaino; il massimo del bagaglio che ci possiamo permettere di portare. Evitiamo come la peste le strade dritte, raggiungendo Volterra attraverso Montescudaio e Montecatini val di Cecina. Come al solito ci facciamo prendere la mano, anzi il polso destro, e raggiungiamo Colle Val d’Elsa al ritmo di impazienti cavalli da corsa, quando in una occasione del genere sarebbe più intelligente comportarsi come maratoneti, con la consapevolezza che prima del tramonto ci sarà una parte del corpo che chiederà pietà per le lunghe ore su selle da fachiro e sospensioni da pista. Ma solo le persone mature fanno programmi, si gestiscono, pensano davvero alle conseguenze, e di certo non è il nostro caso. Dopo 80 chilometri è tempo per il primo rifornimento, e per cominciare a perdere qualche pezzo. La prima vittima è il cavalletto della moto di BTB. Non sarà un problema, almeno finchè ci sarà un palo al quale appoggiarla. Attraversiamo in poche ore la Val d’Elsa, il Chianti, il Valdarno e il Casentino. La Toscana che amiamo girare per le strade che costringono a ritmi da infarto, un continuo di curve, paesaggi meravigliosi che purtroppo non ci soffermiamo quasi mai a osservare e qualche puntata in fuoristrada, dove il nostro percorso a tappe forzate si incrocia con l’Eroica. Dopo l’ennesima sosta al benzinaio Sulla Sette Ponti in direzione di Talla, riesce a raggiungerci dalle retrovie Derapage per avvisarci che Greg è rimasto fermo. Ha perso le viti della corona. “si, ma quante?” “tutte” è la risposta. “che moto ha?” chiede Klaudio “una GasGas!” gli rispondiamo “si, ma che marca!?” “una GasGas...” Non riesce a credere che ci sia qualcuno che ha dato un nome del genere ad una marca di moto. Mentre il gruppetto in compagnia di Greg va a fare shopping di bulloni, noi ce ne andiamo a mangiare, e dopo un paio d’ore, a dispetto delle speranze ormai perse, riusciamo a ripartire. Il nostro viaggio prosegue verso Bibbiena, Chiusi della Verna, il valico dello Spino, Pieve Santo Stefano, dove stavano allestendo per la gara in salita. E infine le larghe strade per raggiungere il valico di Viamaggio, dove si riuniscono i motociclisti toscani e romagnoli. Una babele di parlate fra il fiorentino, l’aretino e il romagnolo e di ogni tipo di motocicletta. Dopo l’ultimo tratto apprezzabile per la guida ci attende l’ultima tirata verso la costa romagnola. La parte che sapevamo più noiosa e che mette a dura prova il nostro amore per moto che fanno dell’essenzialità il loro motivo di esistere. Semafori, rotonde, traffico, autovelox. Una noia devastante, che ci fa piombare addosso tutta la giornata in sella. Festeggiamo sul porto di Rimini sotto un cielo che non promette niente di buono, e infatti durante la nottata trascorsa nel nostro ostello, zeppo di studentesse norvegesi e americane, sentiamo arrivare l’acquazzone che temevamo. Sulla strada del ritorno che scegliamo più breve possibile e armati di tute antiacqua irrisorie, forse con l’aiuto di Qualcuno che da lassù veglia su di noi, riusciamo a scansare la pioggia. Le temperature si sono abbassate di brutto, e mi illudo che da Forlì, in lontananza, si riesca ad intravedere l’Abetone. Invece le montagne imbiancate sono proprio quelle del Passo del Muraglione: la nostra meta. Una ventina di centimetri di neve, ecco cosa troviamo in cima al Passo; e al bar da Giovanni, la tv con la telecronaca della Superbike, prima di salutarci e sparpagliarci per le zone della Toscana dalle quali ognuno di noi proviene. Non saremo mai sazi del nostro amore. Della nostra compagnia, dei nostri amici e di un'altra bella storia da raccontare. Pensando a qualcuno che abbiamo portato con noi anche questa volta, dentro al casco, dove stanno le emozioni più belle, i pensieri e i ricordi. Una persona con la quale ci saremmo presi per il culo, scherzato, riso, discusso, mandato a quel paese. Una persona speciale, di quelle che lasciano un’impronta profonda in chi le conosce e che ci ha lasciato che ormai è un anno. E che, dite quel che volete, aveva una nick veramente brutta: “Bra ra braaaa”…


Partenza dal lungomare di Cecina. Per la cronaca, chiuso al traffico.

Il bagagliaio.
Colle Val d' Elsa: la prima vittima, il cavalletto della moto del presidente. Meglio così, un peso in meno!

Monteriggioni in lontananza. Fermarcisi no...

Castellina in Chianti: ritrovo con i ringamboni che fanno solo qualche chilometro.


Sull'Eroica.
Vertine, sull'Eroica.

Riparazione di fortuna per Greg. Ci tengo a far notare che una comodissima e ampia e sicura piazzola di sosta -peraltro rarissima su strade di collina secondarie- si trova a soli dieci metri dal punto in cui si sono fermati questi disgraziati, ovvero nel bel mezzo di una curva. Si può vedere la mia moto comodamente parcheggiata in tutta sicurezza, mentre non solo Greg che aveva effettivamente la ruota piantata si era fermato per ben due ore in quel punto, ma anche altri 4 deficienti.

Notare la tacca sul forcellone di alluminio...

Sosta a Bibbiena, in attesa per l'ennesima sosta al benzinaio (una ogni 80 km circa).
Klaudio, col Gièsse col navigatore e il posto per ilk passeggero, era la nostra ciambella di salvataggio; ha fatto benzina solo due volte. Greg 8.


Il valico dello Spino, scansando un posto di blocco dopo l'altro.

Un gran bell'esemplare di masculus motardis. Arancio anche nei capelli. Il numero di telefono è 33349939... per le ultime cifre fate un versamento di 200 euro sul mio c/c.

Sul Viamaggio, seguiranno gli ultimi Chilometri veramente belli, e poi strade dritte e noiose.

La Kidauta. Non so cosa significhi, ma a lei piace...

L'arrivo a Rimini. Finchè c'è un palo per appoggiare la moto, c'è speranza.

Ma che moto l'è?



La spiaggia accanto al porto di Rimini. Finalmente il Coast to coast è fatto!
Ora non rimane che tornare a casa.


Nel nostro ostello. 20 euri a notte, asciugamani a parte, internet, colazione e studentesse comprese...
Il meglio non l'ho potuto fotografare, sennò la Kidauta mi stroncava i ginocchini.
...Bè mì ventanni...

Sfigati e infreddoliti a spasso per Rimini. Un giubbotto nello zaino non ci entrava...

Relax


Sul Muraglione, le mani mi si stanno per staccare.
Di Il Kiddo (del 27/03/2010 @ 11:32:22, in Gs, linkato 103 volte)
Un unico credo, Il Gièsse

Ogni felice possessore di qualsiasi genere di moto (della quale può dirsi completamente soddisfatto), considera la propria amata come l’unica capace di consentirgli le meravigliose sensazioni che riesce a provare. Entrare a far parte di un club monomarca ( o monomodello) rende ancora più labile la sottilissima linea che separa l’avere dall’essere. “Sono” perché “ho”. È abbastanza usuale, ascoltando le conversazioni fra appassionati o frequentando i forum in internet, assistere alla denigrazione dei modelli competitor del posseduto, spesso con epiteti poco edificanti, per arrivare alla totale demolizione ( la maggior parte delle volte senza nessun tipo di motivazione a suffragio) dell’odiato antagonista. Fra i peggiori, in questo campo, ritengo siano i proprietari del Gièsse. Supportati anche dall’inequivocabile verdetto dei numeri di vendita (ne hanno già venduti più di 500.000 !), sono così inesorabilmente convinti delle doti del proprio mezzo che sono disposti a sbilanciarsi sulla superiorità del Gièsse in qualsiasi campo di utilizzo della motocicletta. Semplicemente, non riescono a comprendere come mai qualcuno sia così ottuso da sperperare il proprio denaro nell’acquisto di qualcosa che non è una moto identica alla propria. Anzi, è assolutamente assurdo anche solo che qualcuno possa pensare di produrre un altro modello che non sia il Gièsse. Se il buon Dio ci ha dato la moto perfetta, perché piccarsi di preferire qualcos’altro? Capiamoci, io per primo sono convinto che mai il mercato si sia indirizzato su un prodotto così valido e polivalente, capace di incarnare come nessun altro il concetto di moto totale: perfetta per il turismo, la “sparata” sui passi o dalle inaspettate doti in fuoristrada ( ho assistito personalmente agli impressionanti “numeri” di Barbiero in sella ad un Gièsse adv, e posso dire che è davvero il manico, quello che conta). Però devo dire che questa innegabile serie di virtù può portare a pensare di essersi messi in garage non una moto, ma “la” moto. Forse perché ce ne sono tante, forse perché effettivamente quelli col Gièsse sono quelli che girano di più, mi trovo spesso, col mio motardone arancio, a frequentare gruppi di giessisti. Di solito succede che io sono quello che va forte, e loro sono quelli che stanno in fila. Almeno fino a domenica scorsa, quando mi sono trovato intruppato con i ragazzi del Bmw club Firenze. Alla fine di un tratto durante il quale ho fatto strada io, mi si avvicina un tipo, che mi domanda sornione: “ma secondo te, fra la tua e il Gièsse quale va meglio sul misto, a parità di pilota?” Di solito sono molto diplomatico “ma, sai, la mia è un po’ più sportiva, il Gièsse è molto comodo… ho visto fare delle cose fuoristrada…” “no, no, ma sul misto stretto. Perché io la tua l’ho provata al Mugello, sono andato fuoripista, ma se avevo il mio Gièsse… “ “mah, sarà stata sballata di assetto…” Lui se ne va scuotendo la testa, per niente convinto. Non esiste che la mia sia meglio in nessun campo. Non in questo universo. Mantengo un profilo basso, sono 8 contro 1, e l’intruso sono io. A fine giornata, dopo l’ennesima tirata in autostrada, che non facevo così tanto dai tempi delle medie, prendiamo un bel passo su una strada sporchissima di sale, attraversata dalle pozze della neve che si scioglie. L’amico che mi ha invitato a uscire poteva dirmelo che era una riunione di ex piloti bavaresi, perché questi cominciano a tirare come pazzi e fatico a tenere il passo, sentendo il posteriore scivolare. Prima di far partire anche la ruota davanti decido che è sufficiente non perderli di vista, riuscendo ad accodarmi raramente. Ora, io lo so di non essere un gran pilota, ma un paio di loro, i più veloci, mi lasciano indietro come un bischero quando la strada si fa più scorrevole, e alla sosta al bar chiedo la chiave del bagno per nascondermi dalla vergogna. Quando mi decido a uscire il mio nuovo amico mi si riavvicina. Ora sono spacciato, penso. “no, secondo me il Gièsse va meglio anche nel misto.” Durante la pausa caffè i miei compagni di viaggio danno il via alla valanga di commenti prosaici e sguaiati su tutti i maxienduro concorrenti, e io, demoralizzato per non essermeli messi dietro tutti, rimugino sulle possibili cause della mia débacle: le gomme lisce, le sospensioni… O forse è vero! E’ proprio lui, il Gièsse, ad essere davvero imbattibile in qualsiasi campo. Sono combattuto se aderire alla vera fede o intraprendere una personale crociata contro tutti i Gièsse. Di sicuro quando ce l’avevo io non andavo così forte. Ora ho capito, in questo caso “avere” significa “essere”. In pratica, sono quelli che non ce l’hanno, che sono delle pippe!
Angeli Custodi

In letteratura, sono numerosi gli episodi in cui il provvidenziale intervento di una figura mistica, dalle capacità divine, interviene per aiutare le persone in difficoltà o per mutare adicalemente, col loro intervento, la storia degli uomini. Abbastanza noto è quell’episodio in cui un giovane dai capelli biondi e lunghi e dall’innegabile carisma, introdottosi nelle stanze di una giovane signorina, ne annunciò la gravidanza, senza che questa ne avesse mai goduto la parte più piacevole. Vabbeh; evento questo che avrebbe poi radicalmente mutato il corso della storia e dato vita alla società occidentale come oggi noi la conosciamo. Ma noi siamo qui per parlare di moto, e ci mancherebbe… Ho anche io il mio Angelo Custode, e gestisce un Motoclub dalle parti della Futa. In realtà, mi ha salvato il culo durante una gara a Jesolo, modificandomi l’assetto della moto in modo da farmi correre un po’ più dignitosamente. Ma l’intervento davvero soprannaturale, si è verificato proprio ieri. Stavo smadonnando nel disperato tentativo di accendere il Dr 350 senza neanche la speranza di riuscirci, e rassegnato in partenza a portarlo dal meccanico del paese per farmi ripulire di nuovo il carburatore, che squilla il telefono. E’ il mio amico Paolo. “Hei, vecchioooo, sei nel Mugello? Dai che vengo a riscuotere quella birra!” “Macchè -rispondo io- sono a Firenze, sto cercando di riaccendere il Dr, solo che è fermo da sette mesi…” “allora fai così: chiudi la benzina, inclini la moto dalla parte sinistra a 40 cm da terra per una ventina di secondi, poi dai 3 pedalate senza dare gas, vedrai che alla terza si accende” Faccio come mi dice, ancora senza la minima speranza, e infatti la moto non va. “Macchè, è morta ti dico” “allora adesso apri la benzina e dai tutto gas, trova la massima compressione sulla pedivella e vedrai che adesso va.” e nulla. “questa non ha proprio voglia, se non si smonta il carburatore…” “Nooo, ripeti tutta la trafila, se non va in moto è perché non arriva corrente.” Richiudo la benza, riinclino, spedalo, riapro, sgasso, rispedalo. Niente. Richiudo, ripeto tutta l’operazione e mi pare di sentire qualcosa che si muove, là sotto. Ripeto ancora, il Dr sembra dare segno di vita. Al quarto ciclo fa un timido segno di mettersi in moto, al quinto si accende e si spenge subito dopo. Al settimo, sfumazza e borbotta, poi giocando col minimo, il gas e l’aria lo tengo in vita. Certo che la benzina è più vecchia di me… ma il Dr brucerebbe anche il vinsanto, e fiammeggiando dallo scarico esplode in tutta la sua virilità. Faccio un giro di prova, non mi ricordavo che andasse così bene, nonostante le gomme sgonfie. Che spettacolo! Richiamo il mio angelo custode: “Diavolo di un Paolino, mi hai riacceso la moto per telefono, meno male che non conoscevi mia moglie quando è rimasta incinta, sennò la ingravidavi con la forza del pensiero!”
Il Mio Mugello Motor Fest

Le idee veramente rivoluzionarie, le uova di Colombo, hanno in comune la prerogativa di lasciare sospesa una domanda: “perché nessuno ci aveva pensato prima?” Viviamo in un momento di grave crisi economica, destinata forse a mutare il nostro concetto di consumo -di mercato persino- che ha messo a dura prova la tenacia e la voglia di fare di moltissimi imprenditori, e di conseguenza, se non più gravemente, quelli che animano il mondo della moto. In questo panorama, si sente davvero il bisogno di Idee. L’ inesauribile immaginazione ed entusiasmo di Mauro Zecchi e Renato Chiarelli di Promoracing, parte integrante del M.C. Firenze, ha partorito il progetto di un evento che permettesse al pubblico di diventare protagonista, dandogli la possibilità di provare le moto fin troppe volte viste, lucide e inarrivabili, all’interno dei saloni. Che fosse questa, l’Idea scacciacrisi? Sicuramente è stata per me l’occasione di cimentarmi come “buttadentro” multimediale per una manifestazione nella quale ho creduto tantissimo fin dal momento in cui mi è stata ventilata come ipotesi. È il sogno di qualsiasi appassionato poter dire di far parte di qualcosa che si svolge all’interno di uno scenario così importante. La cornice ideale per provare le moto da strada, infatti, sarebbe stata ovviamente l’autodromo del Mugello, che ha da poco inaugurato anche la pista di motard al suo interno, e che è incorniciata da una immensa tenuta immersa nel verde; perfetta per organizzare una linea da mondiale, figuriamoci un fettucciato da cross o enduro! Spazio poi anche al trial, alle minimoto, al minicross, alla scuola avviamento enduro della Federazione.



L’idea era quella, almeno per questa prima edizione “numero 0” di prova, di mantenere un basso profilo, limitando al minimo la pubblicità, soprattutto per verificare la reale disponibilità delle Case produttrici. In realtà, quando si parla del Mugello, mantenere “un basso profilo” risulta fortunatamente difficile, e almeno da parte del pubblico l’interesse è stato davvero notevole. Le Case, dal canto loro, hanno risposto ai concessionari di zona che richiedevano la disponibilità dei mezzi da dare in prova quasi tutte allo stesso modo: “noi vi diamo le moto, basta che non ci chiediate soldi”. Così, fra qualche grande assente e qualche volenteroso desideroso di pubblicità, è stato possibile realizzare il sogno di tanti appassionati di girare, per una volta almeno, nella pista del Mugello.

O di testare il possibile prossimo acquisto sul Passo del Giogo.

Oppure di provare il brivido del supermotard.



Tutto questo al costo del biglietto di ingresso di 5 euro. Oppure, per qualcun altro, di poter spalancare il gas sui bellissimi campi che costeggiano la pista, vero e proprio Santuario della velocità. Diciamo che a fare fuoristrada all’autodromo del Mugello si prova un gusto un po’ perverso. Che so, come fare l’amore nel letto dei genitori della tua ragazza?! Di sicuro le piste, un fettucciato da cross e uno da enduro, erano rese impegnative dalla copiosa pioggia del venerdi, che ha zuppato terreno e addetti al percorso (fra questi un instancabile Mauro Pampaloni), ma che non ha impedito ai tanti appassionati allertati dal tam tam sui vari forum di offroad di passare due bellissime giornate di un febbraio straordinariamente clemente.
  
Malgrado le defezioni, alcune anche tardive e scoraggianti di alcuni importanti produttori, si può dire che si è fatto un importante passo avanti nel portare il mondo del fuoristrada in quello che sta diventando -grazie all’intelligenza e alla lungimiranza della direzione dell’autodromo- un vero e proprio polo del motociclismo nella sua accezione più ampia. L’esperimento potrebbe essere ripetuto a ottobre, magari con un po’ di tempo in più rispetto al mese e mezzo a disposizione per questa occasione per organizzare l’evento. Si sa, noi motociclisti rimaniamo degli eterni ragazzi ai quali piace sognare, siamo persone facili ad accendere di facili entusiasmi, che troppo spesso vengono spenti da freddi calcoli economici e dalla reale fattibilità dei progetti. Ma almeno in alcune occasioni, come questa, si può davvero dire: peccato per chi non c’era!


LE FOTO BELLE SONO PER GENTILE CONCESSIONE DI GIAMPIERO MIGNANI
www.giampieromignani.it

Una vera rivelazione: la Rieju, 250 e 450. La maggiore ha telaio Sherco e motore Yamaha Wr. La quarto di litro è, in pratica, la Gas Gas 250, che ha sempre motore Yamaha Wr. Pare infatti che la Casa indiana stesse per acquisire la Gas Gas; poi non se ne è fatto niente, ma di fatto le due moto sono identiche. Il pubblico sembra aver gradito molto la facilità di guida, anche perché non si può dire che fosse formato da soli campioni dell’offroad. Di sicuro, posso testimoniare la solidità e l’affidabilità dei mezzi, maltrattati per un interminabile week-end. Quando ho confessato che conoscevo solo la “Tango”, ho rischiato di brutto.
Il mio primo quarto di secolo
Perché faccio quello che faccio
Il 17 febbraio 2010 è stata per me una data molto importante, più del giorno prima, quello che mi ricorda il veloce e tristo avvicinarsi degli “anta”. 25 anni prima esatti, il 17 febbraio del 1985 provai per la prima volta, infatti, ad accendere il mio Fantic raider 50. Guidare un motorino con le marce non era una cosa semplice, avendo io scorrazzato abusivamente fino ad allora per il Pian del Mugnone con un betino senza marce, dalla miracolosa progressione in accelerazione ma quasi impossibile da fermare, tanto che ne fu vittima il tubo della grondaia di un vicino, che solo ora ringrazio pubblicamente per l’omertoso silenzio con i miei. Riuscire a familiarizzare con quella che a tutti gli effetti era una moto vera e propria non fu facile. I vari tuboni tipo Fifty o Beta erano più bassi e maneggevoli, la mia aveva posizione di guida e pesi degne delle sorelle maggiori: farsi scappare la frizione poteva avere conseguenze a dir poco imbarazzanti. Fra queste, tirarsela addosso fuori da scuola, mentre le ragazzine che avevano guardato ammirate quello col motorino fino ad un momento prima si sbudellavano a ridere mentre te supplicavi un gentile passante di darti una mano, e i tuoi amici lì a infierire. Bastardi. In sostanza è da allora che, senza interruzioni, guido abitualmente una moto. Un quarto di secolo! A vederla così è davvero tanta roba. Un pezzo di storia. Di solito ho sempre preferito le maxienduro, un po’ perché andavano di moda quando ho cominciato, e poi fare il salto ad altre categorie rimane difficile; un po’ perché la moto per me ha sempre rappresentato il modo di viaggiare, esplorare, conoscere, mettersi alla prova; anche se tante volte questo si traduce in “cacciarsi nei guai”. La priorità è sempre stata quella di accumulare più esperienze possibile, forse anche per carattere o naturale insofferenza alla ripetizione. Sarà anche per questo che ormai da alcuni anni mi sono inventato un avatar, il Kiddo, la cui faccia da culo mando avanti nelle mie apparizioni pubbliche, e che mi ha permesso di improvvisarmi di volta in volta giornalista, organizzatore di eventi, guida, pilota… Tutto questo con il fermo proposito di fare esperienza. Conoscere persone, luoghi, sfaccettature di un mondo così vasto significa potere, e come ci insegna lo zio Ben, da un grande potere derivano grandi responsabilità. Spesso mi chiedo se, invece di perder tempo davanti a un computer o in sella alla moto, non sarebbe speso meglio a fare servizio sull’ambulanza, ad aiutare materialmente chi può avere bisogno. In realtà credo che cercare di diffondere, per quanto possibile, una forma di cultura motociclistica, sia molto più importante che andare a raccattare la gente dopo che si è sfracellata contro un guard rail. Secondo la teoria che prevenire è meglio che curare, o che non sporcare è più facile che pulire, sono fermamente convinto che una costante e infaticabile opera di prevenzione ed educazione sia migliore di qualsiasi restrizione. Il modo più diffuso di lavarsi la coscienza da parte delle amministrazioni pubbliche riguardo ai temi della sicurezza stradale, consiste nel disseminare di autovelox i lati delle sedi stradali di maggior transito, con il solo risultato di far quadrare i bilanci comunali e di distogliere l’attenzione di chi guida. Fare davvero prevenzione, educare e insegnare quali sono i comportamenti da evitare, sembra che siano argomenti al di fuori della portata del pensiero di qualsiasi amministratore. Forse, la strada più giusta è quella di mostrare, attraverso una capillare opera di informazione, quante e quali infinite cose si possono fare con due ruote e un motore invece che mettersi una tuta (solo quando le temperature sono fra 17 e 24°C) e spararsi a gas aperto sulle solite due strade, le sole che si conosce. Organizzare raduni, proporre itinerari sempre diversi, giornate in pista (che rimane il miglior antidoto alla voglia di correre per la strada) è, in quest’ottica, la miglior forma di prevenzione che si possa immaginare se si parla di sicurezza stradale. Ecco perché mi piace raccontare le mie esperienze, dei posti che scopro, delle persone che conosco o dei guai nei quali mi vado a cacciare. Parlando di me, racconto le storie di tutti quelli che si adoperano per rendere ancora più affascinante e inesauribilmente nuovo il mondo della motocicletta. A volte con qualche mania di protagonismo, altre cercando inutilmente qualche forma di guadagno. Non di rado qualcuno mi chiede - la maggior parte delle volte io stesso - perché faccio quello che faccio; perché mi sono costruito un personaggio, mi sbatto per portare altri appassionati a fare il giro che ho confezionato per loro, o perché spendo di telefono o di tempo per portare gente ad un evento; o perché mi fermo per le foto durante un itinerario, invece di preoccuparmi di godermelo e basta. La risposta è sempre la stessa: perché è una passione troppo bella per godermela da solo.
Carlo Nannini
La scorciatoia
Come cucire Val d’Elsa, Chianti, Valdarno, Casentino e Mugello in poco più di tre ore

Ci sono giornate speciali, preziose e irripetibili, in cui uno può davvero credere di aver capito veramente tutto nella vita. Mettete una domenica di febbraio, durante un inverno particolarmente freddo e piovoso, per la quale le previsioni avevano promesso sole e temperature in aumento. Un gito di telefonate per sentirsi rispondere che “ma no, tanto è umido”, oppure “accompagno il nipote della mì donna al carnevale…” e ritrovarsi da solo, assolutamente certo di essere uno dei pochi, per una volta, ad aver fatto la cosa giusta. L’idea mi frullava peiccapo da un po’ di tempo, ed era quella di cercare di riunire più aree geografiche della Toscana nel minor tempo possibile. E’ possibile, se si osserva la cartina, procedendo verso nord-est partendo dalla zona della Val d’Elsa, collegandola con il senese, il Chianti, il Valdarno, il Casentino e infine il Mugello. La cosa può sembrare oziosa, stupida e inutile e infatti non ho motivo di sostenere il contrario. Credo che sia interessante solo se si pensa a quanta diversità di risorse geografiche, economiche e addirittura linguistiche si possono attraversare in poche ore. Noi toscani siamo quelli che “parlano l’italiano”, anzi ci pregiamo di averlo inventato, ma siamo sempre capaci di distinguere l’enorme differenza fra la parlata di un fiorentino e di un aretino, di un livornese e un carrarino, pur senza avere un dialetto particolare. Tutto è ancora più interessante se ci si trova ad attraversare così tante “aree culturali” differenti in così poco tempo. Una vallata può essere separata da un’altra anche solo da una fila di colline, ma questo non ha impedito alla gente del posto di sviluppare una propria distinta personalità e forma di cultura. Ma veniamo al gas! Approfittando della clemenza della stagione parto da Colle val d’Elsa in direzione sud, per virare verso ovest sulla bellissima strada che porta ad Abbadia Isola, un piccolo borgo incredibilmente conservato, superato il quale si comincia a intravedere la stupenda fortificazione di Monteriggioni

Superato il parcheggio dei pullman si gira a sinistra per passare sotto la superstrada, che ovviamente evitiamo come la peste, verso Castellina Scalo. All’ingresso di ogni paese, anche poche case entra dentro il casco, inconfondibile, il profumo della rosticciana suiffoho. Vero stendardo della nostra cucina, il solo odore parla di famiglie riunite a tavola per il pranzo della domenica, di Brunello, di pappardelle al cinghiale e frittelle di riso per il carnevale. Ma noi si va in moto, che mi frega di mangiare? Anzi, meglio godersi il tepore del mezzogiorno, e accorgersi che se si imbocca la sterrata verso S. Leonino,

si può arrivare a Castellina percorrendo qualche km in più della strada più bella del mondo, paragonabile solo a quella che ci porterà poi a Radda in Chianti. Una vera giostra, quasi sempre deserta, pulita, tutta da godere stando attenti alle curve in ombra che rimangono bagnate. A Radda trovo finalmente traccia di qualche motociclista che, in gruppo di poche Bmw, ritarda l’ingresso in trattoria per mostrare agli amici il filmato scaricato sull’IFone. Il Chianti, nei racconti dimmì babbo di quando era bambino, era un luogo di miseria e scarsissime risorse. Vedere quanta fortuna siano riusciti a costruire le persone che lo abitano adesso è stupefacente. Certo, a volte non si intende bene quello che dicono perché magari sono tedeschi, ma tant’è… I paesaggi stupendi, il vino, la qualità della vita hanno richiamato da parecchio tempo un turista sempre più facoltoso, desideroso di accaparrarsi un pezzo del Chiantishire. Continuo il mio giro in direzione di Badia a Coltibuono, ma non resisto alla tentazione di raggiungere Gaiole per un tratto dell’Eroica


che passa da Vertine. Ha piovuto fino a due giorni fa, ha ghiacciato, tornato caldo. Se fosse una sterrata vera non ci sarebbe stato da avvicinarsi. Ma questa è l’Eroica, che ho già raccontato nel mio libro. Non si permette alla vetrina di sporcarsi.


È ora di muoversi, raggiunta Gaiole si vira a sinistra verso Montevarchi, su una strada guidabile e divertente. Il panorama non è granchè. Meglio, così non distrae dalla guida. Scavalcati i Monti del Chianti per arrivare a Cavriglia si scorge, un po’ inquietante, la sagoma del Pratomagno innevato.

Il Valdarno in sé non offre molti spunti al mototurista, a meno che non ami percorrere le sterrate che lo circondano e delle quali gli abitanti del posto sono piuttosto gelosi. Pianura, case, incroci. Fabbriche, attività commerciali, artigianali. Il paesaggio radicalmente diverso da quello che ci siamo appena lasciati alle spalle non attrae il turismo, né lo straniero. Attraverso in linea quasi retta verso Terranova Bracciolini e poi S.Giustino Valdarno (il paese dimmì nonno, che non ho mai conosciuto) per la Sette Ponti e proseguo poi per Talla. La strada torna ad essere meravigliosa, deserta. Si passa dentro al bosco che aggira il Pratomagno sulla parte meridionale e si finisce a Rassina, anticamera del Casentino. Attraverso l’Arno per la seconda volta (la prima era stata a Montevarchi) dove è più giovane e turbolento. A sinistra verso Bibbiena. Il Casentino è forse una delle aree della Toscana rimasta più impermeabile alla cultura del grande centro abitato. Linguisticamente vicino ad Arezzo, ha mantenuto anche nelle nuove generazioni una cultura propria, indipendente, fatta di valori antichi. Per me il tempo stringe, affronterò il Valico di Croce ai Mori passando da Ponte a Poppi, Campaldino (devo davvero scrivere della battaglia fra Guelfi e Ghibellini?), Pratovecchio e Stia. Sono quasi certo che sulla Consuma troverei neve, e reputo la Croce ai Mori più agibile perché più basso. In parte ho avuto ragione, perché la strada era tutta percorribile, ma sul Valico e dietro qualche curva la neve non mancava

È una pista battuta dagli smanettoni, lo so, ma certo non oggi. Arrivo a Londa e poi Contea, in bocca al Mugello, in tempo per raggiungere l’autodromo all’inizio della celebrazione dell’anniversario del Motoclub Firenze.

Il Mugello è un’altra storia ancora: campi coltivati, aziende agricole, allevamenti; il posto dove trovi tutto perché ha imparato a cavarsela da solo, nonostante la vicinanza con la grande città, dalla quale anzi si parte per trovare un po’ di serenità e di aria buona. Tortelli di patate e persone gentili e schiette, amanti delle motociclette. Anche perché sennò, come farebbero a sopportarle così? Il mio giro finisce qui: 200 km, tre ore a passo svelto, cinque aree geografiche distinte e diversissime tra loro. Una sezione trasversale di Toscana. Una grande giornata.
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