Tutta la verità sulle prove omologate alla pista di Follonica
“Mi scusi, ma qui a Follonica so che c’è una pista di motard, lei ne sa niente?” Il commerciante di moto si stringe nelle spalle. “Mah, so che ci sono dei ragazzi che girano intorno al palazzetto, ogni tanto… forse quelli del motoclub… non penso che ci si possa andare…” Ma come girano intorno al palazzetto!? Che vuol dire? O c’è una pista, allora vado a vederla, oppure non si metteranno mica davvero a girare coi motard per un piazzale… lo puoi fare una volta, ma comunque dopo dieci minuti finisci in manette!
Per me che vado in vacanza a Follonica ormai da una dozzina di anni, quella della pista fantasma era diventata un’ossessione. Nessuno sapeva dirmi niente di preciso, e a me sembrava impensabile che nel pieno centro di una delle località turistiche più belle della Toscana, affollata e vacanziera, venisse permesso di disturbare la quiete dei villeggianti con delle motorazze smarmittate.
Si sa, la risposta a qualsiasi domanda oggigiorno si trova consultando lo schermo di un computer collegato alla rete, e non è stato difficile rintracciare un certo Pite, membro del Motoclub Follonica, che con incredibile determinazione riesce con cadenza quasi mensile a ottenere i permessi dal comune di tracciare un percorso dentro l’area chiusa del palazzetto: in pratica un grosso parcheggio, una strada che gli gira intorno, un paio di aree “verdi”, costituite prevalentemente da boschetti di rovi, aiuole di blocchetti di tufo con degli olivi al centro. Ci hanno anche disputato delle prove del campionato toscano.
Comunque sono troppo curioso, voglio andare a provarla per vedere cosa combinano.
Pite è stato tassativo: le prove libere sono SILENZIATE, vuol dire db killers per tutti, niente furbi, altrimenti non girano. Il motivo è ovvio, si corre in mezzo alle case. Anzi, per adesso, nel periodo invernale, c’è un po’ più di tranquillità, perché le abitazioni nel circondario sono perlopiù frequentate nel periodo estivo.
Quando arriviamo, alle dieci di mattina, gli organizzatori ancora non ci sono, andiamo bene… Osservando l’area, non si capisce davvero come sia possibile disegnare una pista lì dentro, parcheggiamo davanti al palazzetto, una macchina si ferma accanto a noi: “E’ qui la partita di basket?” “No, veramente dovremmo girare con le moto…” Ok, non si potrà fare il giro intorno allo stabile, cosa che, ho scoperto poi, avrebbe reso il tracciato veramente veloce e divertente. Ci dovremo accontentare del percorso corto, circa 750 metri. Alle dieci e mezzo si cominciano a sistemare i paletti, le fettucce, i copertoni. Noi restiamo ancora increduli, ma dove siamo capitati? Possibile che nessuno si faccia male? Io due giri ormai li faccio, ma se è troppo pericolosa rimetto la moto sul camion!

La ruspa che sta realizzando la parte nuova del “circuito” ha imbrattato di fango i due curvoni veloci all’uscita dello sterrato, quindi chi c’era già stato si mette all’opera con pale e ramazze. Noi restiamo a guardare come ospiti; solo dopo, quando ho focalizzato meglio tutta la situazione, avrei voluto essere andato a dare una mano (sarà per la prossima volta).


Nel frattempo cominciano ad arrivare le vere protagoniste della giornata: le motard omologate, alcune specificamente stradali: Beta M4, KTM 690, Husky 610, Suzuki DRZ 400, persino un Honda FMX. La pista è nata infatti con lo scopo dichiarato di “levare dalla strada” un po’ di ragazzi che se ne vanno smanettando pericolosamente a giro, dargli una valvola di sfogo dove potersi misurare, con se stessi o con l’amico col quale si è soliti prendersi, arrivando a pericolose quanto mai dichiarate sfide. Molti sono ragazzi giovani, venuti col 125, ed è proprio a loro che iniziative del genere insegnano quali sono i posti giusti per aprire veramente il gas, il “quìsipuò” dove, se si è capaci, si può cercare il limite, osare quello che sulla strada è bene non fare. In quest’ottica, anche la decisione dell’amministrazione comunale di una città come Follonica di concedere l’area per farne un circuito ci sembra veramente intelligente, soprattutto in un’epoca in cui il vietare sempre e comunque è considerato l’unico mezzo per ogni tipo di prevenzione degli infortuni stradali.
Dopo una mezz’ora di preparativi si dà fuoco alle polveri, comunque sempre molto scettici e con estrema prudenza: l’asfalto sarà ancora sporco, le gomme fredde e soprattutto ci saranno senz’altro molti punti pericolosissimi, con marciapiedi di cemento o aiuole.
Dal parcheggio delle macchine si entra nell’unico pezzo dritto, un paio di signore con una macchina cercano di procedermi dentro la pista, incuranti di tutta quella gente ferma con gruppi elettrogeni, carrelli, tute, taniche e termocoperte ai lati della strada: loro dovevano andare dall’altra parte, eccheddiamine…Io urlo come un pazzo per richiamare l’attenzione di chi è più vicino all’”ingresso”, e finalmente le signore vengono avvertite che un 520 potrebbe spararsi dentro la loro portiera.
Dal rettilineo di un’ottantina di metri si entra nello sterrato, di traverso e sollevando un polverone per la curva a sinistra, di solito non ci si accorge della velocità effettiva finchè non si vede i pioppi avvicinarsi pericolosamente. Lo sterrato è ottenuto passando a zig zag con la ruspa dentro al boschetto di rovi, non ha salti (veramente difficili da mantenere e da realizzare anche per la natura del terreno, di sabbiolina rossa che conosco fin troppo bene per i miei giri in bici nell’entroterra vicino), ma è veramente divertentissimo: si procede direzionando il posteriore che sbanda ora da una parte ora dall’altra, alla ricerca della velocità, impossibile da trovare per via della trazione inesistente. L’importante è scordarsi i freni: il fondo è durissimo, ma cosparso da un alto strato di sabbia e sembra cerchi in tutti i modi di farti cadere. Molto spesso infatti ci è riuscito.


Usciti dallo sterrato si descrive un tornante di difficile interpretazione, per entrare in un curvone che se fosse stato pulito c’era anche da rischiare la terza, piede a terra, moto schiacciata, muso dentro e palle nel ghiaccio. In realtà l’asfalto era sporchissimo, e solo nel pomeriggio una traiettoria da seguire col rasoio si era liberata. Si entra poi nella parte “lenta”, dove si fa lo slalom fra le aiuole con gli olivi, alternando prima e seconda e che si conclude con un tornante che, giuro, ho rischiato di andare in terra almeno per TUTTE le prime dieci volte che l’ho girato, esibendomi in sbandoni da “oddiol’horipresaanchestavolta”. Poi Pite l’ha ripulito e ha provveduto a birillarlo per farlo girare più stretto. Rischio eliminato.
Superato lo scetticismo iniziale, ci si accorge che il tracciato, in realtà, è preparato senza improvvisazione, e anzi la velocità nell’intervenire nei punti “critici” dimostra una estrema competenza delle persone che l’hanno realizzato, anche tenendo conto del fatto che la pista viene riallestita tutte le volte da capo. Oltretutto girando, e valutando le vie di fuga, ci si accorge che l’unico punto realmente pericoloso è nella parte più lenta in assoluto, quando si passa con il corpo troppo vicini ad un olivo, che comunque non è nella tangente della curva, e che Pite ha promesso di far togliere (questa comunque la vedo difficile).
Quello che la mattina appariva come un parcheggio, un boschetto di rovi, un intrico di marciapiedi, col passare della giornata si è trasformato in traiettorie da arrotondare, staccate al limite, ostacoli da evitare, adrenalina e ricerca costante del miglioramento; una pista che insegna moltissimo, come una scuola; qui non ci sono cazzi, non conta neanche la moto che hai, i cavalli che hai sotto il culo; conta solo il manico, l’abilità vera. Con il plus dello sterro, che ritengo imprescindibile da un percorso di motard. In sostanza una pista completa, merce decisamente rara, e veramente divertente, non vedo l’ora che venga fissato il prossimo appuntamento!
La costanza e la determinazione di chi si sbatte per permettere a un branco di amici e sconosciuti in egual numero di passare una giornata così divertente è senz’altro la cosa che impressiona di più, soprattutto se si pensa che stanno realmente riuscendo, un passettino minuscolo alla volta, a realizzare il sogno di costruire una pista di motard in una regione orfana di una simile opportunità. Mi auguro che Pite e compagni riescano nell’impresa, ma già così hanno dimostrato cosa si può ottenere mettendoci tutta la passione possibile.
…e pensare che qualcuno se n’è anche andato senza pagare la somma irrisoria che timidamente ci hanno richiesto…





Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”
Da Barberino di Mugello verso il lago di Suviana e il “pistino” di Monzuno in compagnia di “Apriliaontheroad” e del brutto anatroccolo.

Trovare la compagnia giusta per girare in moto è sicuramente fondamentale. A questo proposito, penso sia lampante il caso del mio amico Claudio, che l’estate scorsa mi chiese qualche indicazione su come trovare una due ruote a un prezzo più che abbordabile, dal momento che, amante come sono dei ferri vecchi, gli avevo parlato di mezzi dignitosi per cifre intorno ai mille euro. Scatenato nella ricerca dell’affarone, e dirottato a volte a miti consigli, alla fine approda ad una Aprilia Caponord. A lui la moto doveva servire soprattutto per andare al lavoro e al mare la domenica, magari in coppia, per cui l’acquisto mi sembrava perfetto, per lui. Magari un bel motociclettone, anche un po’ ingombrante, ma sicuramente qualcosa di evocativo, di sostanza; in fondo perché porsi dei limiti? Caponord poteva essere un buon punto di partenza.
I “problemi” sono cominciati quando, ovviamente, ha cominciato a spassarsela veramente, e ad avere sempre più voglia di girare, conoscere percorsi, gente, insomma a vivere la moto per davvero. Quindi, ha cominciato a venire con me. Solo che la maggior parte dei ritrovi ai quali ho partecipato ultimamente, erano di gruppi di motard, di smanettoni, come ad esempio il “rodeo ligure”, anticipato dall’organizzatore con un lapidario “non si va per paesaggi”.
Praticamente ho assistito a delle scene memorabili di Claudio intruppato in mezzo a dozzine di mono assatanati che cercavano inutilmente e con enorme fatica di passarlo, con lui che di volta in volta era sempre più veloce e teneva sempre meglio il ritmo; finchè un giorno, in trattoria, mi fa “devo alzare le sospensioni”, io lo guardo atterrito, chiedo il perché, “non faccio che fregare le pedane…” mi risponde. Io comincio a temere seriamente per l’incolumità del babbo del migliore amico di mio figlio maggiore, e mi auguro sinceramente che possa trovare una compagnia magari più “tranquilla”, anche perché quando faccio le foto per immortalare il meraviglioso mondo delle motard stradali, lui mi inquina le inquadrature, e fa decisamente la figura del brutto anatroccolo.
Dopo qualche tempo mi invita a fare un’uscita “dalle nostre parti” con un gruppo di “Apriliontheroad”, un sito di appassionati della casa veneta che è nato come “pegasocube.it”, poi si è allargato con la sezione “ETV 1000” e si è trasformato infine nella forma attuale.. Io ne sono felicissimo, sicuro che nell’ambiente giusto possa finalmente tramutarsi in un bellissimo cigno ed evitare a me dei mostruosi sensi di colpa, anche perché Claudio non fa che ricordarmi che “gli ho fatto ricomprare la moto” io.
Molto generosamente il mio amico preferisce lasciare a me l’onore della stesura del percorso, e io ne approfitto per portare gli aprilisti a spasso per un’affascinante fetta di Emilia e imbastire il primo capitolo di “strade traverse”.

Raduniamo così un gruppetto di una decina di moto che comprende tre Aprilia Pegaso e tre caponord. Partiamo dalla Piazza Mino di Fiesole e raggiungiamo Barberino di Mugello, passando sopra il lago di Bilancino. Oltrepassato il campo sportivo, invece di salire per la strada militare che porta al Passo della Futa, più conosciuta e battuta, imbocchiamo la prima strada traversa, in direzione Mangona, attraversando l’autostrada Firenze-Bologna.
La strada si arrampica in un susseguirsi di curve strette e in mezzo al bosco. Sbuchiamo a Montepiano, proseguendo sulla Provinciale di Vernio, in direzione Castiglione dei Pepoli, asfaltata con bitume ad alta aderenza: una gioia per la tenuta dei pneumatici.
A Castiglione viriamo in direzione del Parco regionale dei Laghi di Suviana e Brasimone. Strada larga, poco frequentata, sempre con asfalto rosso non sempre perfetto, ma bellissima da guidare e da guardare.
Ci fermiamo per una sosta fotografica sul Brasimone, per poi proseguire in direzione del Lago di Suviana. Ancora con l’adrenalina dei tornanti in discesa appena affrontati nei polsi, imbocchiamo la veloce quindicina di chilometri che porta al Ponte di Veruno e continuiamo per Vergato sulla Porrettana.
A Vergato deviamo in direzione Grizzana Morandi percorrendo una salita memorabile per gioia di guida, e una discesa altrettanto bella che ci fa tornare quasi a Rioveggio. Ritorniamo indietro in direzione della Toscana per un breve tratto fino a Sterlina, una località che ospita il nostro ristoro, dove ci rifocilliamo con crescentine (dei guanciali di pasta fritta) da guarnire con affettati, formaggi e sottoli. Uno spettacolo. A pranzo i motociclisti familiarizzano, e anche noi abbiamo modo di fare quattro chiacchiere. Io sono sempre affascinato da chi si fidelizza ad un marchio, forse perché mi è sempre sembrato di essere immune a questo tipo di sentimenti. Mi viene raccontato di come, semplicemente, i miei compagni sono rimasti folgorati dalla Pegaso Cube, dalla linea, dalla possibilità di trovare, anche a prezzi accessibili, un mezzo polivalente, affidabile, comodo anche in due, che portasse a lavorare tutti i giorni. Spesso si sottovaluta che dietro ai grandi numeri di vendita di un modello, ci sono fisiologicamente un gran numero di estimatori, e che la semplicità e la sfruttabilità di una moto non faranno notizia, ma diventano anche motivo di affezione.
Riprendiamo il cammino, un po’ appesantiti, in direzione Rioveggio, per deviare verso Monzuno.
La strada che scende dal Paese di Monzuno con una serie meravigliosa di tornanti e poi si dirige a Bibulano e risale fino a Loiano è conosciuta come “il pistino” per l’incredibile voglia che inevitabilmente assale chi la percorre di forzare il ritmo fino a trovare il limite. Può anche diventare pericolosa, anche perché è abbastanza trafficata e passa attraverso i paesi. Quindi occhio; però è davvero memorabile: in un quarto d’ora di guida è sintetizzato quanto di più bello si può trovare sull’Appennino.
I miei compagni di viaggio sembrano entusiasti, soprattutto quelli con il Caponord, che possono godersela in solitaria; tant’è vero che guardando il casco di uno di loro penso per un attimo che abbia la visiera bianca, poi mi accorgo che sono i denti che prendono tutta la parte aperta dal modulare: sta sorridendo!
Da Loiano ci dirigiamo verso Monghidoro per la ss. 65 in direzione del Passo della Raticosa. Inutile commentare questo tratto di strada: è sicuramente la più frequentata dagli smanettoni bolognesi, penso che qualcuno l’abbia anche portata come tesi di laurea: “quanto gas ti riesco a dare verso il Passo della Futa”. Dopo la sosta quasi obbligatoria sulla Raticosa, scendiamo esausti e felici verso Firenze, imboccando al Bivio la meravigliosa strada che passa accanto agli stabilimenti della sorgente Panna e sbuca a Grezzano, praticamente nel cuore del Mugello.
In tutta sincerità, vedendo Claudio in compagnia dei suoi simili, non so se ho assistito alla trasformazione in un bellissimo cigno, di sicuro so che tutte le volte che chiudevo la manetta del gas me lo vedevo comparire quasi immediatamente nello specchietto.
Evidentemente la scuola delle anatre, comunque, deve aver lasciato il segno.
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