Il futuro?

Il futuro?
Elettricità. Vediamo un po’, cosa so di elettricità? Di solito so attaccare le spine degli elettrodomestici; so cambiare le lampadine, quasi sempre; ah si, una volta ho fatto un attacco per una applique nel bagno: grossa soddisfazione! Ecco, ecco… mia moglie voleva l’impianto a 5 Kw per mettere il piano cottura non mi ricordo come, ma poi ho capito che se serviva tutta quella potenza, cuocere una frittata mi sarebbe costato come andare a cena fuori. Ecco tutto quello che so di corrente elettrica, ma del resto, se si parla di moto, non è che ne sappia un gran che neanche di quelle a combustione interna. Oddio, posso arrivare a pulire il filtro, cambiare la candela o smontarmi la ruota (anteriore). Credo però di poter interpretare, rispetto a questo argomento di così grande e generalizzato interesse, i dubbi e le domande del motociclista medio, di cosa possa significare una così importante alternativa, che ormai ci si potrebbe prefigurare non tanto come tale, ma come una scelta obbligata. D’altronde, penso che al di là delle nozioni tecniche su come funziona una moto elettrica, credo che siano di un qualche interesse le impressioni di uno che la moto la usa a 360 gradi, sia per utilità, turismo o svago, per capire quale utilizzo possa soddisfare questo tipo di moto.

L’interesse per le elettriche è altissimo; al palasport di Follonica, fin dalla mattina presto di una caldissima domenica d’estate, durante la quale erano in mostra diverse moto della Quantya, in configurazione motard o enduro (tutte doppia omologazione, ovvio), diversi fra curiosi, giornalisti e appassionati si erano già radunati per vederle da vicino, raccogliere informazioni, provarle; cercare di scoprire se una alternativa a mezzi rumorosi e inquinanti è possibile, e se si, quali sono i limiti e i vantaggi. In sostanza: la moto elettrica c’è! Ma che uso se ne può fare? A quale categoria di motociclisti può offrire una reale alternativa al proprio ferro? Per capire l’elettrico, dobbiamo resettare il nostro comune senso di intendere la moto, ovvero, una alternativa è possibile ma se si intende usare la moto per spostamenti all’interno della città o per soli fini ludici.



Una moto come la Quantya costa, su strada, e col caricabatteria “rapido”, in optional ma quasi obbligatorio per ridurre i tempi completi di ricarica a un’ora e mezzo circa in luogo delle due e mezza, 10.000 euro circa. Il costo è determinato principalmente dall’unità che letteralmente “fa” la moto, ovvero la batteria. La batteria carica consente un’autonomia di circa 40 km se usata “a manetta”. Una maggiore autonomia si può avere semplicemente aumentando il numero di batterie, ma salirebbe il costo di migliaia di euro proporzionalmente all’autonomia offerta. Ad esempio, se volessi una moto capace di percorrere 160 km, dovrebbe avere un pacco di 4 batterie, e costerebbe circa 30.000 euro. Un mezzo grande come un Gs potrebbe fare… 400 km, ma quanto costerebbe? Certo, anche le prime motociclette del’900, costavano l’equivalente di un elicottero di adesso… Durante l’ultimo TT è stata usata una moto stradale con la carena zeppa di batterie, ma costava circa 60.000 euro. Se si pensa che convenga aspettare qualche tempo per vedere l’evoluzione di questa tipologia di mezzi, perché possano diventare realmente competitivi, e sperare di potersi fermare in un futuro prossimo a fare il pieno di corrente come si fa con la benza, non si è fatto il conto col fatto che anche aumentando la capacità delle batterie, rimane il problema della ricarica, ovvero difficilmente nelle utenze domestiche si supera i 3 Kw di potenza, e quindi il tempo di ricarica difficilmente potrà scendere in maniera notevole. Ovvero, si potrebbe anche, ipoteticamente, ricaricare la batteria in 20 minuti, ma servirebbe una potenza di 7 Kw. Alla faccia del piano cottura di mia moglie! A complicare ulteriormente le situazione, bisogna tener conto del fatto che la società elvetica, in realtà, non ha dei reali concorrenti: i tipi di batterie che anche le altre case utilizzano sono praticamente identiche, e spesso i grandi marchi annunciano l’uscita di mezzi che poi in realtà non hanno nessun seguito commerciale. Una reale concorrenza di qualsiasi altra azienda è sinceramente auspicata dai tecnici Quantya, ma al momento davvero non c’è! Una batteria ha, come tempo di vita totale, 40.000 km circa, dopodichè deve essere smaltita, ma al contrario di quello che si sente dire spesso il processo non sarebbe inquinante, essendo composta principalmente da metalli riciclabili, cobalto e sali; dicono che qualcuno li abbia usati per condire l’insalata (sono pazzi, questi svizzeri!). Altro punto topico: l’inquinamento. A differenza di quanto avviene con il petrolio, le fonti di energia per produrre elettricità sono tantissime, e la maggior parte rinnovabile e non inquinante. Alla domanda se inquina di più, a parità di chilometri una tradizionale o una elettrica, la risposta dei tecnici Quantya è stata un po’ paracula: “Dipende da come viene prodotta l’elettricità”. Certo, in un sistema nel quale il fotovoltaico o l’eolico fossero fra i principali sistemi di approvvigionamento di energia elettrica, i mezzi di locomozione potrebbero avere un impatto ambientale vicino allo zero Fatte queste considerazioni, torniamo al punto iniziale: ok, ho una motociclettina che pesa 85 kg, mi fa andare per 40 minuti alla volta, e poi devo star fermo un’ora e mezzo, oppure vado 20 minuti e poi ricarico (anche con mezza carica, non si sciupa nulla) per un 40 minuti. Beh, la risposta viene spontanea: ci vado a lavorare la mattina! Ma no!!! Lo vedi che non sei un vero motociclista? Sei vecchio dentro! Ci faccio un cross, oppure un motard! È perfetta, almeno sulla carta. Faccio 20 giri a Pomposa, riprendo fiato mezz’ora, altri 20 giri, riposo, altri 20 giri… echi sei, Gozzini?! Vai a mangiare il pesce e poi riparti. E infatti, a noi l’hanno fatta provare su una pista di motard.

Va detto che la confidenza è immediata, meglio che su una bicicletta, perfetta distribuzione dei pesi, manubrio un po’ basso per me che sono uno e ottantatre. Si gira la chiave e non succede nulla, si gira il gas e la moto parte, solo un lieve ronzio di sottofondo. Ovviamente non ci si aspetta che ti parta di sotto il culo impennando, però su una pistina corta la prontezza della spinta permette di divertirsi davvero. Diciamo che il modello standard che ho provato va circa come il mio Dr 350, senza quel fracasso infernale, e “murando” però quasi subito senza un allungo degno di questo nome. Ma per noi questo non è un problema, perché c’è già da affrontare la prossima curva, e allora staccata al limite, ma già dopo mezzo giro si impara a usare tantissimo il freno dietro, non avendo a disposizione quello motore, e proprio da questo si stabilisce un feeling incredibile, andando a ripescare nel bagaglio della guida della bici. Posso azzardare che la moto elettrica, più che una moto senza motore, è una bici senza pedali, ma proprio per questo, io mi ci sono divertito come un bambino! Più che cercare di accostare la Quantya ad un ottantino due tempi, o a un 125 a quattro, la moto elettrica potrebbe definire non solo una categoria a sé, quanto uno sport a sé vero e proprio. È vero che la spesa è elevata, ma stiamo parlando di uno sport “motoristico” che si può fare dentro al parcheggio sotterraneo del supermercato, o in un centro storico, o nel praticello dietro casa, di notte, mentre il vicino sta addormentando il figliolo. Senza sensi di colpa, senza far casino; godere semplicemente di quel contorto meccanismo che porta noi motociclisti a cercare la velocità in sella a qualsiasi oggetto possa illuderci, anche per una frazione di secondo, di poterci muovere senza peso. Adoperare un mezzo meccanico per il semplice bisogno di poterci giocare.

Non so se questo sarà il futuro, e se davvero per i nostri figli potrà rappresentare la norma, ma un primo importante passo è stato fatto. Probabilmente, si ricorderanno di quando il babbo li portava su quegli affari che andavano come missili e che facevano un casino mostruoso, oltre a scottarli con le marmitte. Però, quante storie avevano da raccontare…

Il meglio delle avventure del Kiddo è raccolto nello stupendo best seller "Strade Traverse", edito da Promoracing editore
Da Follonica all'Amiata (e ritorno)

Itinerario dal mare alla montagna, per sfuggire alla calura estiva e alla salsedine
Non so se siete amanti della vita di mare: spiaggia, caldo, salsedine, orde di bambini, quasi sempre figli di altri, più furbi di me, che mi assediano per fare un castello di sabbia… la pesca dei granchi, passeggiate, costumini femminili che, di anno in anno, continuando a lavarli, si restringono sempre più… e allora perché non cedere alla tentazione di infilarsi, con 40 all’ombra, una bella tuta di pelle e avventurarsi verso l’interno della Toscana? La partenza del nostro itinerario è Follonica, località balneare nota soprattutto per la pista di motard al palazzetto e per i tordelli di Torello dalla quale, dopo anni e anni di infruttuosi tentativi sono riuscito a trovare l’unica strada asfaltata che se ne dipartisse che non fosse un’asfissiante dirittone di 25 km almeno. Partiamo con un bel bombolone alla crema, checché se ne dica, ancora il miglior modo di iniziare una giornata, in Italia, oggi.

Uscendo dalla città, si oltrepassa l’uscita Follonica est della Aurelia, per deviare dopo un km verso Montioni, e deviare a destra dopo altri 4 km di strada pianeggiante ma almeno ombreggiata per la strada della Marsiliana. Ci si ritrova subito immersi in una realtà distante anni luce da quella delle spiagge e dei sederi al sole (saremo cretini noi?...): saliscendi appassionanti, vegetazione, impossibile incrociare una macchina.

Ci allarmiamo dopo 4 o 5 km: un fischio regolare ma che non varia con il cambio di velocità ci fa temere per un guasto alla moto. Spengiamo il motore, il suono continua: sono le cicale. Anche lontano dal mare, incredibile. Proseguiamo fino a sboccare vicinissimo a Massa Marittima. Impossibile non fermarsi per vedere la stupenda piazza con il Duomo.

Scendiamo in direzione di Gavorrano, per passare accanto al lago dell’Accesa, dove è possibile fare il bagno, ma noi fuggivamo proprio da questo, e continuiamo invece per Ribolla. La strada torna ad essere bella salendo verso Roccastrada, e scende e sale di nuovo con un dirittone panoramico verso Civitella Marittima.

Invano cerchiamo di raggiungere Paganico per una delle stradine interne segnate sulla cartina: quella che oramai è diventata una superstrada, la Siena-Grosseto, ha fagocitato misteriosamente ogni attraversamento. Veniamo risucchiati senza possibilità di uscirne, coinvolti nel flusso delle orde di auto di coppiette marcianti verso la missione di una abbronzatura perfetta, lui al telefonino, lei con i piedi sul cruscotto. Riusciamo a conquistare Paganico e seguiamo le indicazioni per la “strada del vino” di Montecucco. È veramente bellissima

Si viaggia fra i filari di viti su una strada panoramica e poco frequentata, a volte dissestata per lavori. Ma per noi supermotards toscani, questo non è certo un problema! Si continua per Cinigiano: in un continuo susseguirsi di curve si assiste al cambiamento della vegetazione, che diventa sempre più costituita da sempreverdi e piante di montagna. Decisamente il panorama cambia, e la temperatura anche.

Ci avviciniamo a Monticello Amiata, per scendere verso Arcidosso su un nastro di asfalto ombreggiato e divertente. Superato il centro abitato di una città piuttosto importante a ridosso dell’Amiata, intraprendiamo la ripida salita alla montagna. Perché tutte le volte che, fosse anche ferragosto, salgo su una strada di montagna in moto, mi balena nella mente il pensiero idiota: “stasera accendo il caminetto?”


Il paesaggio è mutato di nuovo: alberi ad alto fusto ombreggiano una tipica strada delle montagne più alte dell’appennino italiano (sembra quella della Secchieta, dai…), massi arrotondati a volte enormi, posati ad arte da una volontà capricciosa e dal notevole estro artistico incombono sulla carreggiata. Noi saliamo ammirati fino alla cima, dove l’immancabile santuario raggiungibile a piedi offre un panorama stupendo sulle vallate circostanti.

Ritorniamo verso Follonica e chiudiamo il nostro giro passando da Triana, Roccalbegna e Murci, che ospita un parco eolico. Di solito la presenza delle pale per l’energia eolica è ostracizzata per motivi paesaggistici, senza considerarle per la forma di progresso e civiltà che rappresentano. Decidiamo di immortalare il nostro arrivo in questa importante località, che ha dato i natali ad uno dei miei compagni di viaggio. Non gli ho chiesto in quale delle due case del paese, se in quella di destra o quella di sinistra.

Da Murci a Scansano è una pista di kart: asfalto perfetto, una curva dietro l’altra; una dozzina di km di divertimento puro! Scansano ci fa tornare al paesaggio bruciato dal sole al quale eravamo abituati. Le strade sempre bellissime, soprattutto mano a mano che ci avviciniamo a Grosseto con i campi coltivati e ben curati, le fattorie e le viti. Passiamo accanto agli insediamenti etruschi di Bagno Roselle per battere infine in ritirata sulla Aurelia, che in 20 minuti ci devasterà molto più di una giornata intera in sella. Togliere finalmente la tuta di pelle è davvero un sollievo, ma se Dio vuole, domani potrò rimetterla, per andare a provare le moto elettriche nella pista del Palazzetto.

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Il primo Tarziello Day
A Pitigliano per una festa di compleanno

I paesi o le piccole città, si sa, sono come una grande famiglia. Così, è normale che alcuni personaggi all’interno del paese acquistino una notevole popolarità per il ruolo che svolgono. Ad esempio il macellaio, la cartolaia o il barista divengono spesso delle vere e proprie istituzioni, delle icone che raccolgono gli umori, le testimonianze degli abitanti, e a loro volta vengono utilizzati oltre che per il vero e proprio servizio pubblico che offrono, come dei veri e propri oracoli. Dal meccanico del paese, per dirne uno, si va non solo per farsi rimettere a posto il motorino, ma anche per consigliarsi sul modello da scegliere, o su una modifica da effettuare, o anche solo per scambiare quattro chiacchiere sulla superiorità tecnica e prestazionale di una bella moto italiana, meglio se Guzzi, rispetto a una deprecabile straniera, soprattutto se giapponese.

Il meccanico dei piccoli centri di provincia ha inoltre il merito di aver portato, nei decenni passati, una vera e propria rivoluzione nel modo di spostarsi di coloro i quali dovevano raggiungere il campo o l’orto fuori dal centro abitato, e sono i principali responsabili di aver trasformato il “villano col ciuco”, nel “villano motorizzato”, magari con le apette 50, di quelle che ti trovi piantate dietro una curva, ma che a pensarci bene hanno rappresentato la mobilità del nostro paese al lavoro per tanto tempo. Il signor Tarziello, meccanico in Pitigliano, è colui al quale è toccato l’onere e l’onore di motorizzare la città di Pitigliano, meraviglioso borgo del quale ho avuto modo di parlare quà http://www.ilkiddo.it/dblog/articolo.asp?articolo=61 , situato in una delle zone più affascinanti dal punto di vista paesaggistico, storico e culturale di tutta la Toscana, e quindi d’Italia, e quindi del mondo, tieh.

Per i membri del M.C. Motoaluogo di Pitigliano, il signor Tarziello ha rappresentato non solo una guida colma di esperienza per la propria passione, ma spesso un a figura paterna, da assecondare e, per l’occasione del 71° compleanno, da festeggiare. Si è tenuto così alla fine di giugno il 1° Tarziello Day, una motoconcentrazione che ha radunato, oltre a numerosi amanti dei modelli marchiati con l’aquila di Mandello, anche moto d’epoca veramente stupende fino alle più moderne.


Il raduno ha poi portato a sfilare gli oltre 150 iscritti per le strade nei dintorni di Pitigliano, per poi fermarsi per una breve visita al museo archeologico all’aperto A. Manzi, dove è possibile visitare le suggestive vie cave, le strade pedonali scavate nel tufo dalle popolazioni etrusche, probabilmente per fini religiosi. Un rinfrescante acquazzone estivo non ha frenato l’entusiasmo degli organizzatori, e il pranzo si è potuto tenere al chiuso all’interno di una struttura appena restaurata nel centro storico di Pitigliano. Con le gambe sotto il tavolo, in compagnia della famiglia del signor Tarziello, festeggiato dai coro degli affezionati compaesani, non mi è stato difficile non solo avvertire il caldo clima della festa, ma anche sentirmi parte integrante di una bellissima famiglia. Certo, potevano dirmelo subito, che Tarziello è il nome!!

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