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Di Il Kiddo (del 19/10/2009 @ 22:13:56, in Corso motard mugellino, linkato 336 volte)

Tutti Promossi

Un corso di supermotard al Mugellino

 


“Muoversi muoversi, lo stiamo perdendo”
“defibrillatore, 20 cc di anfetamina, glucosinasi, enterogermina…”
No, non è una scena di uno dei tanti polpettoni di serie medicali che offre di continuo la nostra tivù, piuttosto è quello che si sente dire a proposito del supermotard praticamente da quando è nato come folle esperimento; ovvero, che sta per morire.
I vantaggi di soddisfare la voglia di sfogarsi dentro una pista, piuttosto che per i passi, è stato più volte sottolineato e non sarò oggetto di quanto state leggendo, diciamo soltanto che il neonato circuito del “Mugellino” all’interno dell’autodromo del Mugello è stato fortemente desiderato ed è nato in una zona dove per forza di cose c’era già una forte presenza di supermotard, abituati a girare per i passi appenninici, con le note problematiche riguardanti la sicurezza stradale.
La naturale conseguenza della disponibilità di una pista vicino casa, è stata la domanda e l’offerta di un corso per apprendere le tecniche di guida. A fare da istruttore per un giorno di corso, dal costo anche economico -80 euro per la giornata, ingresso in pista compreso-, si è offerto Christian Romano, neocampione toscano classe sport, assistito per la parte tecnica e meccanica da Massimiliano Ferri dell’Ice Racing Team.


Al contrario di quanto si possa credere, ad aderire immediatamente e con enorme entusiasmo all’iniziativa, non sono stati giovani smanettoni o future promesso della specialità, ma un gruppo di veterani del gruppo supermotard toscano dei “Sommeliers d’Asfalto”, che con la giusta umiltà e voglia di imparare si sono trasformati in perfetti scolaretti partecipando al corso con le loro moto stradali.


Dopo un rapido briefing iniziale, durante il quale Christian sottolinea l’importanza dell’abbigliamento tecnico e delle protezioni, si passa ad un sommario controllo dell’assetto delle moto, della posizione dei comandi e della posizione in sella.


“Palle sul serbatoio, si tira le leve con un dito per una maggiore presa sulle manopole”.
I mezzi più stradali non vengono stravolti più di tanto, mentre quelli con vocazione più racing sono sottoposti alla gogna di una decisa ripassata da parte del meccanico. “Hai ancora la catena del cross, non vedi quanto è bassa ‘sta moto?” “Sfiliamo la forcella, induriamo qui, alziamo questo, abbassiamo quest’altro”… e nell’arco di una decina di giri i tempi si abbassano vistosamente e aumenta la confidenza.

 Per un corso del genere, la presenza di un meccanico che ti vede e ti “sente” girare, è fondamentale, almeno quanto quella del pilota che, dopo aver mostrato la traiettoria, la marcia da tenere e il punto di staccata, posiziona i birilli dentro la pista, e funge esso stesso da birillo vivente, berciando “apri”, oppure “piega” verso il malcapitato di turno.

 Riuscire a staccare dove vuole lui, tenendo aperto fin dove dice lui, equivale per chi pilota non è, a puntarsi una pistola alla testa e tirare il grilletto ripetendosi “tranquillo, è scarica”. Dopo i primi giri da vertigine, dove ci si trova improvvisamente catapultati dentro una giostra troppo veloce, si comincia a capire il meccanismo, accorgendosi che la differenza di tempo si fa soprattutto tenendoci aperto anche quando il buon senso o l’esperienza direbbero che è inutile, o riuscire a far diventare una pista piena di chicane e curvine strettissime, sempre più dritta. Se all’inizio gli allievi si dondolavano fra una curva e l’altra, alla fine sembrano percorrere delle traiettorie che tengono la moto o in piedi, o sdraiata.

 

 Appena il tempo di ristorarsi all’interno della struttura del Mugello, dove si può addirittura respirare tutto il mondo dell’eccellenza del motociclismo italiano, che si riparte per affrontare a blocchi la sequenze di curve, per capire come vanno raccordate. Qualche capitombolo, qualche rivoluzione, alcune fondamentali rivelazioni, che i primi crampi ci avvisano che è l’ora di fare cartella, e tornare, sfatti ma felici, alla routine quotidiana.
“Io la targa alla mia non gliela rimetto mica…”


La nostra nuova Mecca, la pista del Mugellino, fra poco chiuderà per un ampliamento, che dovrebbero portare gli attuali 660 metri a 1000 circa, facendola diventare un circuito capace di soddisfare le esigenze anche dei piloti più smaliziati, migliorando oltretutto la sicurezza che in alcune parti è a dire il vero un po’ carente, a causa degli spazi di fuga ridotti.
E chissà se magari potrà servire davvero come quel defibrillatore che chiedevamo all’inizio, per dare una scossa al cuore, anche geografico del Paese, ad uno sport che intorno al Mugello ha davvero senso di esistere, e grosse potenzialità di sviluppo.

 

Il meno peggio delle avventure del Kiddo, almeno fino al momento della sua pubblicazione, è raccolta nel libro "Strade Traverse", edito da Promoracing edizioni e in vendita anche (guarda che combinazione) alla segreteria del Mugellino. Non fate i pidocchi, se ancora il Kddo non ve l'ha regalato, spendetele du lire...

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Di Il Kiddo (del 03/10/2009 @ 11:54:42, in navigatori satellitari, linkato 518 volte)

Navigatori satellitari

Occhiobello o Bellocchio?

 

Mi piace parlare del mio amico Claudio. Non solo perché, alla faccia mia, riesce a farsi tutti i giri più belli come quello di 10 giorni in Sicilia, o 3 giorni in Sardegna, per poi lamentarsi che la moglie, dopo un fine settimana sul delta del Po non lo manda a farsi un altro viaggio di 3 giorni sulle Dolomiti; né perché ha un modo di godersi le cose della vita con una leggerezza e un piacere che mi sono sconosciuti, ma soprattutto perché è per me un confronto, un termine di paragone costante.
Mi spiego meglio: benché riusciamo sempre a trovare una ottima intesa, lui è in pratica il prototipo del motociclista che grazie alla tecnologia, all’optional, all’elettronica riesce, nonostante la non enorme esperienza, a cavarsi d’impaccio e divertirsi in ogni occasione. Anzi, di solito affronta qualsiasi problema con spensieratezza: se piove ha la tuta antipioggia, se fa caldo quella estiva, imposta le coordinate sul garmin che sicuramente lo porterà a destinazione, telefona alla moglie mentre sta andando perché ha il bluetooth dentro il casco, ha controlli elettronici di trazione, delle sospensioni, della pressione delle gomme, autonomie da globetrotter, capacità di carico di una berlina di media cilindrata, stabilità di guida di un treno sulle rotaie. Una filosofia di vita!
Di contro io sono quello che, forte di una esperienza pluridecennale, e formato in un’epoca in cui telefonini, navigatori satellitari, tute ipertecnologiche non esistevano neanche, e benché ami non sacrificare niente alla sicurezza di solito viaggio, estate e inverno, con la tuta di pelle, casco da cross, un ferro a carburatori che se arrivo a Milano devo rabboccare l’olio e tre volte benzina, il telefonino nella borsa da serbatoio che se piove devo coprire col profilattico (e mia moglie poi s’incazza perché non l’ho chiamata mentre ero sotto il diluvio) e penso di sopperire con il manico acquisito con l’esperienza a quasi tutte le situazioni di strade scivolose, sporche, sterrati. Ovviamente, odio i navigatori satellitari. Non solo perché penso (sbagliando) che vogliano portarti a tutti i costi sulle autostrade, ma soprattutto perché ADORO le cartine. Se imposto una rotta sul navigatore, non saprò mai se sto passando accanto ad un altro posto che potrebbe interessarmi, perdendo così il gusto della deviazione e della scoperta, del collegamento. Mi piace decidere che strada prendere, scegliendo, sapendo dove sono in qualsiasi momento, se sto andando a nord o a est, cosa trovo se devio per una stradina secondaria. Cosa che (e su questo ho ragione) col navigatore perdo: non è possibile una visione panoramica! A meno che non usi il navi come una cartina, e allora risparmio comunque i soldi.
Di solito, conviene comunque che la decisione del percorso venga affidata O all’uno O all’altro, perché, come nel nostro caso, le conseguenze potrebbero essere disastrose.
Ingolosito dall’idea del mio amico Claudio di andare a sgranare l’anguilla arrosto sul delta del Po con quelli del forum Aprilia mototour on-off, organiziamo la partenza da Firenze alle 7 di un sabato mattina. “cosa devo cercare sulla cartina?” chiedo io.
“mah, hanno fissato all’uscita di Occhiobello, Bellocchio, so una sega… comunque ho le coordinate sul navigatore” mi risponde lui.
Buono, ci penso io. Sfoglio la mia Inaffidabile Michelin, e cerco per primo Bellocchio, che, SFIGA, esiste davvero, ed è una piccolissima località per l’appunto in provincia di Ferrara, sul delta del Po, vicino alla pista di Pomposa, dove sono stato un sacco di volte; una anche in moto via strada normale, non autostrada. Dell’esistenza o meno di un toponimo “Occhiobello” non mi curo neanche. Siccome io sono quello con l’esperienza, vado avanti e decido l’itinerario, nonostante il Navi insistesse a portarci in direzione Bologna, per farci imboccare la Bologna-Padova.  “vedi il bastardo!?”, faccio io, “vuole portarci sull’autostrada, e su quella stramaledetta superstrada che devo sorbirmi quando vado in pista fra Ferrara e Comacchio, ma noi gli si va in culo, e si passa da Brisighella e Faenza”.
Arrivati effettivamente a Faenza dopo un’ora e mezza di curve, chiedo a Claudio di fare strada lui, supponendo che nella mia eroica lotta contro il Navi, lui avesse desistito dal portarci in autostrada e avesse il buonsenso di bypassare i centri cittadini di Faenza e Ravenna, portandoci così belli belli a destinazione. Appena il maledetto capisce che stiamo seguendo i suoi consigli ci riporta, invece che in direzione nord-est, verso nord-ovest, verso Ferrara. Arrivati a Portomaggiore capisco il suo piano, e consigliandomi  con un benzinaio, riprendo il comando dirigendomi verso Comacchio. “delinquente, vuole per forza portarci sulla superstrada, ma non mi avrai!”.
Arrivati quasi a Comacchio, quindi per me praticamente a destinazione, mi passa accanto Claudio che mi fa un cenno esplicito con la mano: “ma dove cazzo si sta andando?”
“minchia, siamo quasi arrivati!”.
“ma se prima mi diceva 40 minuti, e ora un’ora e un quarto…”
Capisco infine che qualcosa non va.
“ma non avevi fissato a Bellocchio…”
“Occhiobello!!! Che Bellocchio… porca troia. Dai, seguiamo lui” (il Navi) “guardiamo se ci si mette a cannone si fa in tempo”.
Odio andare a cannone sulle strade dritte. È quello che predico a tutti di non fare. Amo le curve, le strade di montagna, le traiettorie da impostare e i tornanti. Ma fra l’imbarazzo e il senso di sconfitta sono stato dietro al mio amico, nel silenzio di una manetta spalancata, mentre sono sicuro che il Navi se la spassava un mondo, sogghignando fra un circuito e una scheda al silicio, sulla superstrada che ci riportava a Ferrara e all’uscita autostradale di Belloc… pardon, Occhiobello, punto di partenza ideale per un bel giro sulle strade arginali del Po.
Da questa storia però ho appreso molto, ovvero che non importa quale sia il mezzo per raggiungere una destinazione, se il classico o il tecnologico, l’importante è non mischiare le due cose. E che soprattutto, se si mette di mezzo la sfiga di due nomi quasi uguali, non c’è Navi che tenga.


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