Il mio primo quarto di secolo
Perché faccio quello che faccio
Il 17 febbraio 2010 è stata per me una data molto importante, più del giorno prima, quello che mi ricorda il veloce e tristo avvicinarsi degli “anta”. 25 anni prima esatti, il 17 febbraio del 1985 provai per la prima volta, infatti, ad accendere il mio Fantic raider 50. Guidare un motorino con le marce non era una cosa semplice, avendo io scorrazzato abusivamente fino ad allora per il Pian del Mugnone con un betino senza marce, dalla miracolosa progressione in accelerazione ma quasi impossibile da fermare, tanto che ne fu vittima il tubo della grondaia di un vicino, che solo ora ringrazio pubblicamente per l’omertoso silenzio con i miei. Riuscire a familiarizzare con quella che a tutti gli effetti era una moto vera e propria non fu facile. I vari tuboni tipo Fifty o Beta erano più bassi e maneggevoli, la mia aveva posizione di guida e pesi degne delle sorelle maggiori: farsi scappare la frizione poteva avere conseguenze a dir poco imbarazzanti. Fra queste, tirarsela addosso fuori da scuola, mentre le ragazzine che avevano guardato ammirate quello col motorino fino ad un momento prima si sbudellavano a ridere mentre te supplicavi un gentile passante di darti una mano, e i tuoi amici lì a infierire. Bastardi. In sostanza è da allora che, senza interruzioni, guido abitualmente una moto. Un quarto di secolo! A vederla così è davvero tanta roba. Un pezzo di storia. Di solito ho sempre preferito le maxienduro, un po’ perché andavano di moda quando ho cominciato, e poi fare il salto ad altre categorie rimane difficile; un po’ perché la moto per me ha sempre rappresentato il modo di viaggiare, esplorare, conoscere, mettersi alla prova; anche se tante volte questo si traduce in “cacciarsi nei guai”. La priorità è sempre stata quella di accumulare più esperienze possibile, forse anche per carattere o naturale insofferenza alla ripetizione. Sarà anche per questo che ormai da alcuni anni mi sono inventato un avatar, il Kiddo, la cui faccia da culo mando avanti nelle mie apparizioni pubbliche, e che mi ha permesso di improvvisarmi di volta in volta giornalista, organizzatore di eventi, guida, pilota… Tutto questo con il fermo proposito di fare esperienza. Conoscere persone, luoghi, sfaccettature di un mondo così vasto significa potere, e come ci insegna lo zio Ben, da un grande potere derivano grandi responsabilità. Spesso mi chiedo se, invece di perder tempo davanti a un computer o in sella alla moto, non sarebbe speso meglio a fare servizio sull’ambulanza, ad aiutare materialmente chi può avere bisogno. In realtà credo che cercare di diffondere, per quanto possibile, una forma di cultura motociclistica, sia molto più importante che andare a raccattare la gente dopo che si è sfracellata contro un guard rail. Secondo la teoria che prevenire è meglio che curare, o che non sporcare è più facile che pulire, sono fermamente convinto che una costante e infaticabile opera di prevenzione ed educazione sia migliore di qualsiasi restrizione. Il modo più diffuso di lavarsi la coscienza da parte delle amministrazioni pubbliche riguardo ai temi della sicurezza stradale, consiste nel disseminare di autovelox i lati delle sedi stradali di maggior transito, con il solo risultato di far quadrare i bilanci comunali e di distogliere l’attenzione di chi guida. Fare davvero prevenzione, educare e insegnare quali sono i comportamenti da evitare, sembra che siano argomenti al di fuori della portata del pensiero di qualsiasi amministratore. Forse, la strada più giusta è quella di mostrare, attraverso una capillare opera di informazione, quante e quali infinite cose si possono fare con due ruote e un motore invece che mettersi una tuta (solo quando le temperature sono fra 17 e 24°C) e spararsi a gas aperto sulle solite due strade, le sole che si conosce. Organizzare raduni, proporre itinerari sempre diversi, giornate in pista (che rimane il miglior antidoto alla voglia di correre per la strada) è, in quest’ottica, la miglior forma di prevenzione che si possa immaginare se si parla di sicurezza stradale. Ecco perché mi piace raccontare le mie esperienze, dei posti che scopro, delle persone che conosco o dei guai nei quali mi vado a cacciare. Parlando di me, racconto le storie di tutti quelli che si adoperano per rendere ancora più affascinante e inesauribilmente nuovo il mondo della motocicletta. A volte con qualche mania di protagonismo, altre cercando inutilmente qualche forma di guadagno. Non di rado qualcuno mi chiede - la maggior parte delle volte io stesso - perché faccio quello che faccio; perché mi sono costruito un personaggio, mi sbatto per portare altri appassionati a fare il giro che ho confezionato per loro, o perché spendo di telefono o di tempo per portare gente ad un evento; o perché mi fermo per le foto durante un itinerario, invece di preoccuparmi di godermelo e basta. La risposta è sempre la stessa: perché è una passione troppo bella per godermela da solo.
Carlo Nannini
La scorciatoia
Come cucire Val d’Elsa, Chianti, Valdarno, Casentino e Mugello in poco più di tre ore

Ci sono giornate speciali, preziose e irripetibili, in cui uno può davvero credere di aver capito veramente tutto nella vita. Mettete una domenica di febbraio, durante un inverno particolarmente freddo e piovoso, per la quale le previsioni avevano promesso sole e temperature in aumento. Un gito di telefonate per sentirsi rispondere che “ma no, tanto è umido”, oppure “accompagno il nipote della mì donna al carnevale…” e ritrovarsi da solo, assolutamente certo di essere uno dei pochi, per una volta, ad aver fatto la cosa giusta. L’idea mi frullava peiccapo da un po’ di tempo, ed era quella di cercare di riunire più aree geografiche della Toscana nel minor tempo possibile. E’ possibile, se si osserva la cartina, procedendo verso nord-est partendo dalla zona della Val d’Elsa, collegandola con il senese, il Chianti, il Valdarno, il Casentino e infine il Mugello. La cosa può sembrare oziosa, stupida e inutile e infatti non ho motivo di sostenere il contrario. Credo che sia interessante solo se si pensa a quanta diversità di risorse geografiche, economiche e addirittura linguistiche si possono attraversare in poche ore. Noi toscani siamo quelli che “parlano l’italiano”, anzi ci pregiamo di averlo inventato, ma siamo sempre capaci di distinguere l’enorme differenza fra la parlata di un fiorentino e di un aretino, di un livornese e un carrarino, pur senza avere un dialetto particolare. Tutto è ancora più interessante se ci si trova ad attraversare così tante “aree culturali” differenti in così poco tempo. Una vallata può essere separata da un’altra anche solo da una fila di colline, ma questo non ha impedito alla gente del posto di sviluppare una propria distinta personalità e forma di cultura. Ma veniamo al gas! Approfittando della clemenza della stagione parto da Colle val d’Elsa in direzione sud, per virare verso ovest sulla bellissima strada che porta ad Abbadia Isola, un piccolo borgo incredibilmente conservato, superato il quale si comincia a intravedere la stupenda fortificazione di Monteriggioni

Superato il parcheggio dei pullman si gira a sinistra per passare sotto la superstrada, che ovviamente evitiamo come la peste, verso Castellina Scalo. All’ingresso di ogni paese, anche poche case entra dentro il casco, inconfondibile, il profumo della rosticciana suiffoho. Vero stendardo della nostra cucina, il solo odore parla di famiglie riunite a tavola per il pranzo della domenica, di Brunello, di pappardelle al cinghiale e frittelle di riso per il carnevale. Ma noi si va in moto, che mi frega di mangiare? Anzi, meglio godersi il tepore del mezzogiorno, e accorgersi che se si imbocca la sterrata verso S. Leonino,

si può arrivare a Castellina percorrendo qualche km in più della strada più bella del mondo, paragonabile solo a quella che ci porterà poi a Radda in Chianti. Una vera giostra, quasi sempre deserta, pulita, tutta da godere stando attenti alle curve in ombra che rimangono bagnate. A Radda trovo finalmente traccia di qualche motociclista che, in gruppo di poche Bmw, ritarda l’ingresso in trattoria per mostrare agli amici il filmato scaricato sull’IFone. Il Chianti, nei racconti dimmì babbo di quando era bambino, era un luogo di miseria e scarsissime risorse. Vedere quanta fortuna siano riusciti a costruire le persone che lo abitano adesso è stupefacente. Certo, a volte non si intende bene quello che dicono perché magari sono tedeschi, ma tant’è… I paesaggi stupendi, il vino, la qualità della vita hanno richiamato da parecchio tempo un turista sempre più facoltoso, desideroso di accaparrarsi un pezzo del Chiantishire. Continuo il mio giro in direzione di Badia a Coltibuono, ma non resisto alla tentazione di raggiungere Gaiole per un tratto dell’Eroica


che passa da Vertine. Ha piovuto fino a due giorni fa, ha ghiacciato, tornato caldo. Se fosse una sterrata vera non ci sarebbe stato da avvicinarsi. Ma questa è l’Eroica, che ho già raccontato nel mio libro. Non si permette alla vetrina di sporcarsi.


È ora di muoversi, raggiunta Gaiole si vira a sinistra verso Montevarchi, su una strada guidabile e divertente. Il panorama non è granchè. Meglio, così non distrae dalla guida. Scavalcati i Monti del Chianti per arrivare a Cavriglia si scorge, un po’ inquietante, la sagoma del Pratomagno innevato.

Il Valdarno in sé non offre molti spunti al mototurista, a meno che non ami percorrere le sterrate che lo circondano e delle quali gli abitanti del posto sono piuttosto gelosi. Pianura, case, incroci. Fabbriche, attività commerciali, artigianali. Il paesaggio radicalmente diverso da quello che ci siamo appena lasciati alle spalle non attrae il turismo, né lo straniero. Attraverso in linea quasi retta verso Terranova Bracciolini e poi S.Giustino Valdarno (il paese dimmì nonno, che non ho mai conosciuto) per la Sette Ponti e proseguo poi per Talla. La strada torna ad essere meravigliosa, deserta. Si passa dentro al bosco che aggira il Pratomagno sulla parte meridionale e si finisce a Rassina, anticamera del Casentino. Attraverso l’Arno per la seconda volta (la prima era stata a Montevarchi) dove è più giovane e turbolento. A sinistra verso Bibbiena. Il Casentino è forse una delle aree della Toscana rimasta più impermeabile alla cultura del grande centro abitato. Linguisticamente vicino ad Arezzo, ha mantenuto anche nelle nuove generazioni una cultura propria, indipendente, fatta di valori antichi. Per me il tempo stringe, affronterò il Valico di Croce ai Mori passando da Ponte a Poppi, Campaldino (devo davvero scrivere della battaglia fra Guelfi e Ghibellini?), Pratovecchio e Stia. Sono quasi certo che sulla Consuma troverei neve, e reputo la Croce ai Mori più agibile perché più basso. In parte ho avuto ragione, perché la strada era tutta percorribile, ma sul Valico e dietro qualche curva la neve non mancava

È una pista battuta dagli smanettoni, lo so, ma certo non oggi. Arrivo a Londa e poi Contea, in bocca al Mugello, in tempo per raggiungere l’autodromo all’inizio della celebrazione dell’anniversario del Motoclub Firenze.

Il Mugello è un’altra storia ancora: campi coltivati, aziende agricole, allevamenti; il posto dove trovi tutto perché ha imparato a cavarsela da solo, nonostante la vicinanza con la grande città, dalla quale anzi si parte per trovare un po’ di serenità e di aria buona. Tortelli di patate e persone gentili e schiette, amanti delle motociclette. Anche perché sennò, come farebbero a sopportarle così? Il mio giro finisce qui: 200 km, tre ore a passo svelto, cinque aree geografiche distinte e diversissime tra loro. Una sezione trasversale di Toscana. Una grande giornata.
|
|
|