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Di Il Kiddo (del 27/03/2010 @ 11:32:22, in Gs, linkato 104 volte)

Un unico credo, Il Gièsse


Ogni felice possessore di qualsiasi genere di moto (della quale può dirsi completamente soddisfatto),  considera la propria amata come l’unica capace di consentirgli le meravigliose sensazioni che riesce a provare. Entrare a far parte di un club monomarca ( o monomodello) rende ancora più labile la sottilissima linea che separa l’avere dall’essere. “Sono” perché “ho”.
 È abbastanza usuale, ascoltando le conversazioni fra appassionati o frequentando i forum in internet, assistere alla denigrazione dei modelli competitor del posseduto, spesso con epiteti poco edificanti, per arrivare alla totale demolizione ( la maggior parte delle volte senza nessun tipo di motivazione a suffragio) dell’odiato antagonista.
Fra i peggiori, in questo campo, ritengo siano i proprietari del Gièsse.
Supportati anche dall’inequivocabile verdetto dei numeri di vendita (ne hanno già venduti più di 500.000 !), sono così inesorabilmente convinti delle doti del proprio mezzo che sono disposti a sbilanciarsi sulla superiorità del Gièsse in qualsiasi campo di utilizzo della motocicletta. Semplicemente, non riescono a comprendere come mai qualcuno sia così ottuso da sperperare il proprio denaro nell’acquisto di qualcosa che non è una moto identica alla propria. Anzi, è assolutamente assurdo anche solo che qualcuno possa pensare di produrre un altro modello che non sia il Gièsse. Se il buon Dio ci ha dato la moto perfetta, perché piccarsi di preferire qualcos’altro?
Capiamoci, io per primo sono convinto che mai il mercato si sia indirizzato su un prodotto così valido e polivalente, capace di incarnare come nessun altro il concetto di moto totale: perfetta per il turismo, la “sparata” sui passi o dalle inaspettate doti in fuoristrada ( ho assistito personalmente agli impressionanti “numeri” di Barbiero in sella ad un Gièsse adv, e posso dire che è davvero il manico, quello che conta). Però devo dire che questa innegabile serie di virtù può portare a pensare di essersi messi in garage non una moto, ma “la” moto.
Forse perché ce ne sono tante, forse perché effettivamente quelli col Gièsse  sono quelli che girano di più, mi trovo spesso, col mio motardone arancio, a frequentare gruppi di giessisti. Di solito succede che io sono quello che va forte, e loro sono quelli che stanno in fila. Almeno fino a domenica scorsa, quando mi sono trovato intruppato con i ragazzi del Bmw club Firenze.
Alla fine di un tratto durante il quale ho fatto strada io, mi si avvicina un tipo, che mi domanda sornione:
“ma secondo te,  fra la tua e il Gièsse quale va meglio sul misto, a parità di pilota?”
Di solito sono molto diplomatico
“ma, sai, la mia è un po’ più sportiva, il Gièsse è molto comodo… ho visto fare delle cose fuoristrada…”
“no, no, ma sul misto stretto. Perché io la tua l’ho provata al Mugello, sono andato fuoripista, ma se avevo il mio Gièsse… “
“mah, sarà stata sballata di assetto…”
Lui se ne va scuotendo la testa, per niente convinto. Non esiste che la mia sia meglio in nessun campo. Non in questo universo.
Mantengo un profilo basso, sono 8 contro 1, e l’intruso sono io.
A fine giornata, dopo l’ennesima tirata in autostrada, che non facevo così tanto dai tempi delle medie, prendiamo un bel passo su una strada sporchissima di sale, attraversata dalle pozze della neve che si scioglie. L’amico che mi ha invitato a uscire poteva dirmelo che era una riunione di ex piloti bavaresi, perché questi cominciano a tirare come pazzi e fatico a tenere il passo, sentendo il posteriore scivolare. Prima di far partire anche la ruota davanti decido che è sufficiente non perderli di vista, riuscendo ad accodarmi raramente. Ora, io lo so di non essere un gran pilota, ma un paio di loro, i più veloci, mi lasciano indietro come un bischero quando la strada si fa più scorrevole, e alla sosta al bar chiedo la chiave del bagno per nascondermi dalla vergogna.
Quando mi decido a uscire il mio nuovo amico mi si riavvicina. Ora sono spacciato, penso.
“no, secondo me il Gièsse va meglio anche nel misto.”
Durante la pausa caffè i miei compagni di viaggio danno il via alla valanga di commenti prosaici e sguaiati su tutti i maxienduro concorrenti, e io, demoralizzato per non essermeli messi dietro tutti, rimugino sulle possibili cause della mia débacle: le gomme lisce, le sospensioni…
O forse è vero! E’ proprio lui, il Gièsse, ad essere davvero imbattibile in qualsiasi campo. Sono combattuto se aderire alla vera fede o intraprendere una personale crociata contro tutti i Gièsse. Di sicuro quando ce l’avevo io non andavo così forte. Ora ho capito, in questo caso “avere” significa “essere”. In pratica, sono quelli che non ce l’hanno, che sono delle pippe!   


 
Di Il Kiddo (del 26/12/2009 @ 17:55:41, in Gs, linkato 251 volte)

Eclissi di sole e ciuchi che ragliano PARTE 2

La mattina del 10 agosto, il giorno prima dell’eclissi, perdemmo un po’ di tempo a fotografare la famosa ansa della Senna: d’altronde la pioggia non mi aveva quasi mai dato l’opportunità di tirare fuori la macchina fotografica, e qualche ricordo volevamo pure portalo a casa…
Ripartimmo cercando di tenerci lontani da Parigi, ma quasi subito ci sorprese l’insolito traffico di auto per le strade secondarie che percorrevamo di solito. Dopo 200 km al massimo, cominciammo a pensare che qualcosa non andasse, e ci tornò in mente di colpo: l’eclissi di sole!
Quei ragazzi a Sant Malo ci avevano avvisati del movimento di persone che avrebbe causato, tutti ammassati e prenotanti da mesi ogni singola camera di albergo, pensione, topaia, sottoscala o brandina come neanche nei giorni del motomondiale al Mugello.
Cominciammo a fermarci dalla tarda mattinata in ogni paesino, affacciandoci ad ogni albergo per chiedere se avevano posto. La risposta era sempre la stessa: “pà de plas”.
Io avevo istruito mia moglie, che di solito manda avanti me, perché scendeva più rapidamente.
“devi chiedere: -avevù de plas?-“
“e se poi mi dicono –ui-?”
“tanto ti dicono di no”
“e di no come lo dicono?”
Intanto, ovviamente, aveva ricominciato a piovere. Tenevo la cartina incastrata dietro il cupolino della moto. Mi fermai per consultarla, ormai indifferente all’acqua che scendeva.
“Eh, ma così mi si bagna la cartina!”
Ci mettemmo a ridere cercando una tettoia per ripararci, e decidemmo che l’unica cosa sensata da fare era di cercare di allontanarci più possibile dall’area del 100%, sperando di trovare meno folla.
A sud!
Quando sei da solo, dentro il casco, in compagnia dei tuoi pensieri, assapori spesso un senso di calma e serenità che poche volte si ha occasione di sperimentare, in condizioni normali. Ma se cominci a farti delle seghe mentali, a preoccuparti per qualcosa, la tensione, il non poter condividere l’ansia con nessuno, cresce come panna montata. Mi sentivo in colpa per la mia abitudine di non voler mai prenotare niente, di voler vivere l’avventura a qualsiasi costo. Ero preoccupato e mi sentivo responsabile per la mia compagna, per quello che poteva succederci a stare di notte in giro, senza un tetto, sotto l’acqua. Cominciai a prendere in considerazione tutte le eventualità, fra le quali la chiesa ( ma avete mai visto una chiesa aperta di notte?), la Gendarmeria, la stazione, la panchina nel parco (sempre che non piovesse). Nella maggior parte dei casi mi vedevo derubato da un tizio col coltello o la siringa, che si allontanava con le chiavi della mia Becky mentre io mi raccomandavo che le facesse il tagliando fra 3000 km.
Praticamente tutto il giorno lo passammo nel solito modo, rimbalzando da un paesino all’altro, ottenendo sempre la solita risposta: tutto pieno. Con un’unica eccezione: una topaia con trattoria al piano di sotto, dove le mosche annerivano un qualcosa appeso al soffitto. Giuro non saprei dire cosa.
“Avevù de plas?”
“an moman, gie demand…”
Il lurido oste scomparve dietro una tendina di perline di plastica. Noi scappammo dalla porta di ingresso, terrorizzati che la risposta potesse essere positiva.
Cenammo in un BuffaloGrill con il groppo alla gola, angosciati dalla situazione.
Alle dieci circa, ormai abbastanza disperati, arrivammo a Vittel, vicino al confine con la Germania. Mi affacciai alla hall di un buon albergo, dove, levandomi casco e sottocasco, mi apprestai a rivolgere al garçonier, concierge, insomma il tipo che sta al bancone, la mia offerta irrifiutabile:
“bonsuar”
“bonsuar, nu n’avo…”
“ui, ui, gie lui se, vunavepadeplas!...”
“ui messie”
“gie vulevu fer an question”
“dit mua”
“nu som avec la moto, nu navon pa an plas u nu fermè pur la nuit. Sé pa possibile, pur vu, nu fer entre dan la hall de l’otel e nu fer riposer chelq er?...
No, via, è troppo lungo. Praticamente la mia offerta-supplica consisteva nel farci restare a riposare qualche ora sulle poltrone della hall dell’albergo, da quando sta chiuso per la notte, fino all’alba, momento in cui avremmo tolto il disturbo. Pagando ovviamente, il prezzo della camera per intero. Il tipo, forse inorridito dal mio francese, o, secondo la teoria della mia signora, attirato sessualmente dalla mia maschia presenza, non mi lasciò finire la frase. Forse è valida la prima. O forse si mosse davvero a compassione. Fatto sta che alzò il telefono e si mise a chiacchierare con qualcuno all’altro capo. Dieci secondi dopo, stava indicando a una coppia di italiani impauriti e fradici come lumache la strada per una cittadina vicina, distante (solo) una cinquantina di chilometri.
Oltretutto, eravamo anche secchi. Come un oasi nel deserto, ci venne incontro un self-service. Dai, un trentino (100 franchi, se non ricordo male) e si riparte, speriamo che il tipo non ci abbia preso per il culo… solo carta!
Disfatta! E si che mi vedevo già con la moto al sicuro, noi a dormire al coperto. Come ho detto, noi giravamo per i contanti,e la speranza di un altro distributore nei paraggi era pressappoco un miraggio. Dovevamo essere a Epinal più in fretta possibile, e quando oramai sembrava fatta, mi vedevo sfumare la salvezza. Arrivò un ragazzo in macchina, che non mi fece neanche finire di chiedere che si era preso il centino e mi diceva di mettere benza. Ancora una volta ci aveva detto bene.
Le città termali si assomigliano tutte.
Ogni volta che ne incontro una e la devo descrivere, dico: “è come Montecatini”
Ecco, Epinal è come Montecatini, solo che aveva il concessionario Voxan.
La strada per Epinal, invece, era buia, deserta, in mezzo al bosco e talmente isolata che si incrociò una macchina sola in 50 km. Quelli della macchina avranno detto: “si è incrociato solo due bischeri in moto…”  dé bischer.
Ci sono momenti dei quali ti ricorderai per sempre di quanto ti ha dato il ferro che ti porta a giro. Potersi fidare della nostra Becky in  maniera così assoluta era l’unico conforto al pensiero che se avesse attraversato un animale,  fossimo incappati in una scivolata, o avessimo avuto qualsiasi tipo di problema, difficilmente ci sarebbe stato qualcuno a cui raccontarlo prima di mattina.
Confidavamo nell’assoluta affidabilità del nostro Gs 1100. durante un viaggio del genere, la moto diventa qualcosa di molto più importante di un semplice mezzo di trasporto. È la tua complice, è il mezzo ma anche il fine, è il terzo di una compagnia che conta l’uno sull’altro. Di solito sei portato a idolatrarla finchè fa bene il suo lavoro ma anche a non perdonarle niente. La rottura del gancio in plastica che regge la sella del passeggero solo perché hai provato a richiuderla con un cazzottone sulle spiagge vicine a Mont San Michel viene vissuto come un tradimento bello e buono; il confortante borbottio e la sensazione di sicurezza trasmessa da un motore boxer che si vede quasi identico nei film di guerra, ti fa assicurare che in quel momento, su quella strada buia e deserta, non vorresti affidarti davvero a nient’altro.
Finalmente, verso le undici di sera, arrivammo all’hotel che ci aveva indicato il direttore dell’albergo di Vittel. Attraversammo i corridoi deserti e completamente illuminati, identici a quelli di “Shining”, guidati da una sorta di Conte Dracula. Nel mio ricordo, aveva un candelabro in mano. La memoria, a volte, fa brutti scherzi.
Rincoglioniti dalle vibrazioni, dall’aria, dall’acqua, dall’ansia che avevamo sorbito durante tutta la giornata, ci buttammo sul letto.
“Se ti garba moscio, stasera ti fo impazzire”
“Preferirei una coltellata”
“buonanotte amore”
…Però avevamo un tetto, e tanto ci bastava.
Che dire, eravamo giovani, ci era andata bene e lo sapevamo. La brutta esperienza non ci avrebbe mai insegnato niente. La mia signora avrebbe continuato a chiedermi, conoscendo già la risposta se non mi sembrava il caso, per la prossima volta, di prenotare i pernottamenti. A dire la verità lo facemmo l’anno dopo, quando andammo a Fussen in Germania e lei tornò incinta di Axel, che si chiama così perché… ma questa è un’altra storia, che vi racconterò nei prossimi capitoli…
 La mattina ci alzammo fiduciosi nel mondo, scaldati da una bella giornata di sole. Traccheggiammo dal conce Voxan per vedere dal vivo quelle meraviglie ormai pressoché estinte.
Se vinco al superenalotto metto su una fabbrica di stupendi bicilindrici. Poi fallisce, ma intanto mi levo la soddisfazione.
Ripartimmo in direzione sud, decisi a rientrare in Italia attraverso la Svizzera, Losanna e il Gran San Bernardo. Verso mezzogiorno, percorrendo una stradina di campagna, vedemmo le prime macchine ferme ai lati della strada. Ci fermammo accanto ad una specie di fattoria; le papere innervosite dal rumore della moto, starnazzarono. Recuperammo dal bauletto gli occhialini che ci avevano regalato i nostri amici del wash & dry e osservammo la luna passare davanti al sole. Intorno a noi, fu come se qualcuno avesse spento la luce. Una penombra innaturale calò sulla campagna francese. Le papere si chetarono per poi mettersi a dormire.
Un ciuco dentro un recinto, cominciò a ragliare impaurito.
Noi, ci mettemmo a ridere come pazzi.
 

Un ringraziamento particolare a Marco “Prof.” Menichelli, che mi ha fornito i dati scientifici riguardanti l’eclissi di sole. www.marcomenichelli.it

 
Di Il Kiddo (del 27/05/2009 @ 22:13:24, in Gs, linkato 612 volte)

Quelli che il Gs…

Al GSR Toskana ’09 in compagnia dei Gs riders

Ci sono degli oggetti, delle motociclette, che caratterizzano il tempo a cui appartengono.
Decisamente, la nostra è l’epoca del Bmw Gs. Non solo perché, a dispetto del fatto che di sicuro non te la regalano, è la moto più venduta in assoluto, ma soprattutto perché rispecchia una ricerca di affidabilità e sicurezza, di versatilità e comodità che probabilmente sintetizza come nessun altro prodotto le esigenze del consumatore moderno. Il Gs nelle sue varie versioni, ma soprattutto con il granitico motore boxer bicilindrico raffreddato ad aria, è diventato col tempo un’autentica icona, una meta da raggiungere con i risparmi di una vita per alcuni, uno status symbol per altri; per tutti il miglior modo di spendere soldi su due ruote e un motore per la sensazione di sicurezza che riesce a trasmettere, dovuta certo in parte ad un’estetica imponente ma non “plasticosa” a dispetto di una insospettabile maneggevolezza, dovuta soprattutto all’effetto giroscopico dei cilindri orizzontali contrapposti.
In un momento in cui le altre case sembrano riuscire a proporre come ricetta per cercare di contrastare il “fenomeno Gs” soltanto il solito +plastica, +cavalli, +elettronica, il pubblico sembra apprezzare maggiormente una moto che ha costantemente rinnovato un progetto che potremmo definire “antico” senza mai snaturarlo completamente, puntando più sul cercare di allargare lo spettro di destinazioni di uso che non di esasperarne alcune a discapito di altre. In questo modo, non è difficile vedere Gs 1200 inseguire supersportive sui passi di montagna, o partecipare a corsi di off-road o a cavalcate. Un mezzo che include quindi le giuste parti degli ingredienti: storia, prestazioni (non esasperate, che non intimoriscono), affidabilità, capacità e praticità di carico, comodità soprattutto in due e per lunghi spostamenti, versatilità, tecnologia…
Non c’è quindi da sorprendersi se, nonostante il prezzo, sia la motocicletta più venduta in assoluto.

Gli amanti del modello ne fanno un autentico stile di vita; più che un oggetto di distinzione (che ti vuoi distinguere, hanno tutti quella…), un vero e proprio strumento per affrontare qualsiasi tipo di viaggio: dal tragitto fino all’ufficio o il giro del mondo, dall’autostrada con moglie e bagagli alla Transappenninica. Non potevano quindi mancare dei forum dedicati, dove riunirsi, scambiarsi consigli, racconti di viaggio e proposte per ritrovarsi. Fra questi, uno dei più importanti e dall’impostazione piacevolmente “familiare” è quello dei gsriders ( www.gsriders.org ), che hanno organizzato il GSR Toskana, un’occasione di ritrovo per gli iscritti al forum, ma anche per tutti gli amanti della scoperta di nuovi percorsi da assaporare in compagnia, sulle strade di una regione che sembra una inesauribile fonte di emozioni e paesaggi mozzafiato. Tutto questo con la competenza di un piccolo tour operator.


Nonostante la sigla G S stia per gelande strasse, vale a dire letteralmente “strade sporche”, e con essa si intenda la maxienduro per eccellenza, di regola i proprietari di queste moto amano trattarsi più che bene, ed è per questo che il ritrovo è fissato a Braccagni, provincia di Grosseto, al Resort Guadalupe ( www.guadaluperesort.it  , badatemi che robina…), dal quale si muovono alle 9,30 in perfetto orario, con una guida ad aprire il gruppo con tanto di giubbino arancio con logo “gsriders”, radiolina per collegamento fra le guide; uomo di collegamento al centro che si ferma agli incroci per segnalare la svolta, sempre con giubbino arancio con logo, e che poi riacquista la posizione al centro del convoglio; scopa per raccattare i ritardatari (che ogni tanto umanamente sclera e A) si fa una sparata a caso B) comincia a sparare bischerate nella radiolina), ma soprattutto, e qui so che mi prendo del bugiardo, ma ho le foto: furgone di assistenza!!! messo a disposizione dal concessionario Bmw di Grosseto.

 L’autista, lui si, c’è da capirlo che si sia rotto le scatole, e viene da domandarsi il perché di tanta malcelata ansia nel fare un pur tranquillo giretto per la campagna fra Grosseto e Siena, soprattutto a bordo di mezzi che fanno dell’affidabilità il loro punto di forza. Quando facciamo i giri con le motard, a volte anche di 2-300 km in un giorno siamo certi di un guasto o un incidente con una media matematica di uno ogni 10 moto partecipanti. Forse dovremmo allertare la protezione civile…
Il percorso, con una ricetta magistralmente cucinata dallo Scuro, persona disponibilissima e dall’enciclopedica cultura delle strade della regione, tanto da costringerci ad un continuo e involontario confronto delle nostre competenze in materia, ci porta in direzione di Roccastrada,

per poi deviare per Roccatederighi e sulla veloce strada, deserta e pianeggiante, che conduce al Gabellino, punto di ritrovo per gli smanettoni e i vacanzieri diretti sulla costa per la sS 441, detta “di Prata”. Costeggiamo per un breve tratto le irreali forme delle colline metallifere e imbocchiamo i 5 chilometri che ci portano fino a Montieri. La salita, teatro di una prova speciale di rally, diventa il luogo dove alcuni Gs si staccano dal gruppo e possono finalmente esprimere doti di guida sportiva di tutto rispetto.
 Ecco un’anima di questa moto che non smette mai di stupirmi. La possibilità che dà ad ognuno di esprimere ciò che sente più vicino al proprio sentire la motocicletta
Ritorniamo sulla 441 per approdare all’Abbazia di San Galgano,

per continuare per Monticiano e arrivare alla Siena-Grosseto per la meravigliosa strada “degli abeti”.
Deviamo per la stupenda panoramica che passa da Fontazzi e Lupompesi, incrociando l’Eroica, la sterrata che ho già raccontato sul mio libro. Perché annoiarvi? Sono soltanto curioso di vedere le Gs in quello che dovrebbe essere il loro habitat naturale ma lo Scuro arrivato a Buonconvento ci fa deviare verso Asciano, e solo oltrepassato San Giovanni d’Asso entriamo sull’Eroica, che seguiamo per una decina di chilometri.
Qui li volevo: polvere, tantissima; 40 km all’ora, uno dietro l’altro. Roba da battere il casco contro il cupolino regolabile. Con la scusa delle foto vado avanti, e sicuramente mi salvo dal tremendo bagno di polvere, entusiasta come un bambino, con la felicità che solo uno sterratone veloce può regalare. Chissà come se la caveranno i Gs, in ordinata fila…


Finalmente li vedo emergere dalla polvere, qualcuno entusiasta quanto me per l’esperienza, altri raccolti in un mutismo preoccupante. Soltanto alla sosta per il pranzo a San Quirico d’Orcia capisco la ragione: alcuni non hanno gradito la deviazione “fuori programma”, anche se gli organizzatori mi hanno assicurato che era assolutamente prevista, reputandola una sorta di “dispetto”, capace solo di impolverare la moto (questo è poco ma sicuro) e far correre dei rischi inutili ad alcuni assolutamente digiuni anche delle più facili strade bianche. Quello che non riesco a capire è il perché della polemica: il percorso era assolutamente nello spirito “Gelande strasse”, e anzi in occasioni come queste si approfitta per lanciarsi in nuove esperienze, quelle che di solito da soli non si affrontano, e si sfrutta la compagnia e la disponibilità di aiuto da parte degli altri per acquisire sicurezza. Oltretutto in questo caso c’era anche il furgone di assistenza…
La carovana si dirige nel pomeriggio verso Pienza,

 ma i giochi sono fatti e la stanchezza comincia a farsi sentire, nonostante l’abitabilità delle muccone. I Gsriders tornano al Guadalupe Resort. Il giorno dopo giro in direzione delle terme di Saturnia e Pitigliano.
La strada  dei Gsriders non finisce certo qui, d’altronde sappiamo bene che estate o inverno che sia, quasi sempre, quello che si riconosce anche da lontano nella sagoma della moto che ci viene incontro è il becco di una Gs.


 

 

 

 

 

 

 
Di Il Kiddo (del 05/05/2009 @ 22:30:44, in Gs, linkato 779 volte)

 

 

Col Gualo a scuola di off-road


Una mia prof ai tempi del liceo diceva:
“più cose si sanno, più si sa di non saperne”.
Benché chi mi conosce bene sia portato a sostenere fermamente il contrario, io non sono uso peccare di vanagloria, ma quando penso che mi sto avvicinando a grandi passi  al quarto di secolo da quando per la prima volta inserii la prima sul mio Fantic Raider 50, mi viene inevitabile pensare a me stesso come ad un veterano della guida della motocicletta.
Diciamo che posso pensare di non essere l’ultimo dei bischeri.
Dopo l’ennesima drammatica esperienza in fuoristrada alla Sgommata di Pomino, però, mi sono imposto di provare a frequentare finalmente un corso, una scuola dove arricchire la tecnica di guida, perfezionare la capacità di portare sullo sterrato i bestioni che mi hanno sempre affascinato.
Di corsi di guida in fuoristrada ce ne sono veramente un’infinità: sembra che tutti i migliori manici del Belpaese, pur di non mollare la manetta, si mettano a insegnare agli impediti come me.
La domanda più spontanea che viene in mente è: “ma questi corsi, servono davvero a qualcosa?”
Se uno è, o è stato un grande pilota, sarà davvero in grado di insegnare agli altri, riuscirà a trasmettere qualcosa a chi si trova a frequentare un corso?
Dal momento che chi impara a guidare una moto si affida dapprima ai consigli di un amico, e poi col maturare dell’esperienza al proprio istinto, non si ha quasi mai una preparazione “scientifica”, una base teorica su quali siano i principi, gli equilibri, la dinamica e la distribuzione delle forze che ci permettono di condurla.
Similmente, a volte si fanno attività sportive, si compiono sforzi fisici senza un’adeguata preparazione sui movimento giusti o sbagliati.
Bisogna partire prima di tutto dal concetto fondamentale che la moto è una prosecuzione del nostro corpo, uno strumento che obbedisce a pressioni e spostamenti di pesi. Per questo i grandi piloti sono capaci di compiere e di esaltare il ”gesto atletico”. In parole povere, quello che per noi è una scesa da infarto, per il pilota è un’opportunità di mettere alla prova la propria abilità tecnica, una frenata sull’erba bagnata si trasforma in un insieme di spostamenti di pesi e pressioni da modulare sull’’impianto frenante, una serie di ostacoli da superare una sequenza scientificamente razionalizzabile di precisi gesti da compiere. Un gesto atletico, appunto.
E chi, meglio di un istruttore di educazione fisica può essere in grado di formulare questa serie di regole sempre valide alla guida, soprattutto in fuoristrada?
Esatto! L’altro prof, quello col fischietto che ci minacciava un 3 in pagella perché vi nascondevate dietro una colonna a fumare insieme a quello sfaccendato del Marilli invece di correre in tondo. Oppure quello della palestra che insiste per farci vedere come si fa lo squat senza rischiare un’ernia, ma che assume nel farlo posizioni a dir poco ridicole. Certo, se questo ipotetico professore fosse poi un veterano dei rally africani come il Faraoni o la Dakar fin dalle prime edizioni (quando si portavano le bottiglie di benzina nello zaino sulla schiena e le moto si riparavano con un martello e del fil di ferro) e avesse poi la giusta loquacità e capacità di spiegare i concetti in maniera chiara e diretta, sarebbe un insegnante degno di rappresentare la scuola più blasonata di off che si possa immaginare.
Ovvero, sarebbe il Gualo!

E' quello a destra, quello a sinistra è uno di Novoli che sta dicendo: "siamo quì per divertirci", come si può vedere perfettamente dall'espressione divertitissima.

 


Certo nel caso del Gualo va messa anche in conto una notevole capacità imprenditoriale di sé stesso , del proprio carisma e immagine; possiamo anche sbilanciarci nel sostenere che poter condividere i ricordi di una persona del genere, che snocciola con incredibile naturalezza nelle poche pause che si concede, valgono sicuramente da soli il prezzo del corso.
Alla scuola del Gualo convergono in maggioranza quei viaggiatori che in sella a pesanti bicilindriche si spingono un po’ dappertutto in giro per il mondo e che non di rado si trovano a dover affrontare strade sterrate, non sempre agevoli, a volte piste nel deserto, magari carichi di bagagli.

Per comprendere le più comuni situazioni che si possono imparare ad affrontare, al corso si impara prima di tutto la gestione del peso sulla pedana interna, spostando il peso del corpo all’ esterno della curva, dal momento che “non si può condurre la moto o evitare un ostacolo ad alte velocità, se prima non si capisce le dinamiche dei pesi a bassa velocità”. Per questo, dopo una lezione teorica in aula, si affronta una gimkana di paletti in pedi sulle pedane, e poi si esegue un percorso sterrato dove si impara a condurre le moto (a disposizione degli allievi praticamente tutta la gamma di moto da fuoristrada Bmw) in piedi a bassa velocità.
Sembra incredibile quanto si riesce ad apprendere da questo semplice esercizio, e non sorprendetevi se nei giorni seguenti  al corso vi ritroverete a ripeterlo da soli sulla vostra moto mentre tornate dal lavoro.

Segue poi la frenata di emergenza, da effettuare prima col solo freno posteriore, poi con la frenata integrale. Importantissimo disinserire ABS, ASC, e diavolerie elettroniche varie, che “in fuoristrada non servono”, anche se vi verrà naturale un sequel di bestemmie mentre spippolate come deficienti per spegnere tutte le lucine che lampeggiano sulla strumentazione come un albero di Natale. Il problema ovviamente è riuscire a gestire 250 kg di ferro e plastica che sbandano e vanno dove vogliono; e se nel campetto scuola pari e rassicurante sembrava una cosa ancora fattibile, è diventata una manovra suicida, dopo, provare a ripetere le stesse manovre sull’erba bagnata. Prima, la ruota pattina; seconda, pattina ancora, ma l’Hp2 comincia a muoversi (ed era meglio quando pattinava), 50 metri dopo sei in terza, il Gualo urla “STOP”, ma io avevo fatto il furbo, e avevo levato prima. Il Gualo mi si incazza (e aveva ragione).
Altri esercizi: salita e discesa.


Sulla salita vo bene (che ci vuole?) peso centrale sulle pedane, si apre il gas, quella mi viene bene.
Un ragazzo molto più capace di me si pianta a metà col Gs 1200, forse per una macchinazione del nostro maestro, che ne approfitta per mostrarci come funziona la “compagnia della spinta”: pilota in sella sulla  moto bloccata che grava col peso sulla ruota posteriore, prima e un filo di gas. I compagni che afferrano le forcelle (mai spingere da dietro, oltre alla lapidazione col fango si rischia che le mani scivolino e vadano dentro la catena) si fanno tirare dagli altri con l’altra mano, e così via fino ad esaurire la manovalanza. Incredibilmente l’ippopotamo emerge dal fango, tutti esultano. Rimane il quesito: “ma se invece che nel campetto a Castelfalfi fossimo stati nel mezzo della Mauritania, quanti scapaccioni si prendeva il cretino che non sa leggere la cartina?”
La discesa ovviamente è più difficile, ovvero: se si tratta di lasciare andare la moto e farla frenare dal motore non ci sono problemi, il bello è quando su una scesa ripida e fangosa si deve rallentare un Gs 800 con tutti e due i freni, per poi fermarsi in fondo e girare fra il Gualo e il paletto, in piedi e gestendo lo spostamento del peso gravando sulla pedana interna (come fra i paletti). Ovviamente faccio schifo, manca poco investo il Gualo, metto i piedi in terra, e lui mi si riincazza.
Superamento di ostacoli in sequenza: alleggerire l’anteriore, colpetto di gas, si evita di prendere botte con la ruota davanti o sotto al motore. Io faccio: BONK, TOK, ruota, sottocoppa, ruota, sottocoppa. Alla trentaduesima volta che ci riprovo penso che il Gualo si sia persino stufato di brontolarmi, invece mi dice: “lo vedi che va meglio?”. Sono commosso, bagno a gommapiuma degli occhiali con una lacrimuccia e mi avvento su una imitazione di touille ondulée col sedere indietro e le braccia distese per alleggerire il carico sull’avantreno. Stessa cosa, lasciando il manubrio addirittura quasi lasco per i tronchi che formano le inguidature nel terreno, praticamente l’incubo di ogni viaggiatore in fuoristrada. Dai, ce la posso fare, forse non mi bocciano. Provo addirittura a derapare in curva, ma forse è meglio non esagerare…


Il guado che dobbiamo affrontare lo passiamo la prima volta senza neanche accorgerci che c’è. Poi ci fermiamo e il Gualo ci spiega che ci sono due modi per affrontarlo: o lentamente, dopo essersi accertati che il fondo non nasconda qualche tranello, oppure con decisione, magari con un bel colpo di gas al limite dell’impennata. Sul modo lento mi zuppo semplicemente, ma non c’è troppo da sbagliare. Su quello veloce, mi si brontola che ho poca decisione nel cercare di impennare la moto. “eh, no, porca della pupattola, ora te lo fo vedere io se la tiro su, ‘sta littorina!”. BROOOO, passo il guado su una ruota, solo che dopo tocca frenare perché c’è la curva, ma levo il gas troppo tardi. Frenata di emergenza, slitto sul fango, cazzo entro nel bosco! FRUSH, mi infratto nella macchia. Pruni dappertutto, emergo dai rovi, il Gualo si complimenta con me per come ho affrontato il guado. “Che figura”, faccio io, ma lui ne approfitta per farmi vedere come si tira su la moto.
Sono senza speranza. Mi bocciano di sicuro.
Per finire tutti a sfogarsi sul fettucciato, che serve da sfogo per gli allievi e per riassumere tutte le nozioni apprese durante la giornata.
Il giorno dopo giro panoramico all’interno della Tenuta di Castelfalfi, ma purtroppo non sono potuto rimanere a divertirmi. Dovevo prepararmi per gli esami di riparazione.
Di sicuro posso dire che se è vero quello che diceva la mia prof di chimica, adesso so quanto sono ignorante in materia di fuoristrada, per cui sono quasi uno scienziato… o no?!

 

Il meglio delle Avventure del Kiddo è raccontato nel libro "Strade Traverse", edito da Promoracing Edizioni

http://www.ilkiddo.it/dblog/articolo.asp?articolo=53

 


 
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