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Di Il Kiddo (del 08/11/2009 @ 18:04:25, in Nico day Jesolo, linkato 682 volte)

 Il Nico day 2009


Un totale di 62 team divisi in due categorie, amatori e advance, senza licenza i primi e con lo sterrato i secondi. 150 giri di pista, 3 piloti per ogni team.
Un totale di 62x3=186 persone. Fra assenti e coppie, diciamo un 170 piloti.
È il Nico day, una giornata di beneficenza in favore di Nicolas Poudevigne, forse la più grande promessa del supermotard nei pochi anni che esiste, infortunatosi nel 2006, e fortunatamente in lenta ma costante via di guarigione.


Per gli amatori senza una licenza come me, è una delle poche occasioni per misurarsi in gara, senza dubbio l’unica di endurance. Il piccolo esercito si raduna nell’accampamento del parcheggio della pista Azzurra di Jesolo. Nonostante nessuno parli di gara, ma piuttosto di ritrovo fra amici, l’indomani ci sarà una partenza, una classifica, dei cambi, dei tempi e un arrivo, con un primo e un ultimo. Ogni gara, cavalcata in enduro, pistata di velocità ha il sapore della battaglia, come se ne sono sempre combattute nella storia dell’umanità, e senza le quali, finte o reali che siano, sembra proprio che non sappiamo stare. Ognuno, giovane o più anziano, veterano o al battesimo del fuoco, avrà la propria battaglia, la propria gara da raccontare. Questa è la mia.

È praticamente la terza volta che faccio questa gara. La prima edizione si chiamò Iron Team ed  erano 100 giri al circuito di Pomposa per coppie, ma l’ho già raccontata nel mio libro.
Per quest’anno eravamo partiti carichi, speravamo di fare bene almeno per le nostre possibilità, visto che non siamo dei ragazzini e comunque l’esperienza in pista non è moltissima. Il sabato pomeriggio proviamo la pista, non sapendo neanche da che parte si entra, e resto subito incredibilmente deluso: scivolosissima, mi sembra di non riuscire a stare in piedi.
Quando mi sento insicuro trovo sempre qualcuno da stressare, e in questo caso la vittima designata è Paolo del MotoclubFuta, che allena il suo nascente spirito paterno prendendosi cura di me. Esco in lacrime, frignando che forse le gomme…


Lui si arma di cacciavite e pappagallo,e comincia a smanettare sulle mie sospensioni, tarate per il binomio strada-Mugellino, ovvero quasi da enduro.
“non vedi che così hai dei trasferimento di carico enormi? Prova ora!”
Rientro, va già molto meglio, ma fidarsi davvero no. Boh, magari domani sarà una gara fra impediti come me… Paolo non si arrende: diminuisce il negativo, sfila le forcelle, avvita, riavvita dietro, pigia, smorza, monta e rismonta “vai, ora di sicuro va meglio”
Io ho piena fiducia, faccio per rientrare ma sono finite le prove libere. Domani, anche la mia moto sarà una sorpresona! Familiarizziamo con i nostri avversari all’interno del paddock, e nonostante la nostra “gara” sia fra i non possessori di licenza, alcuni vantano titoli di trofei monomarca, partecipazione a prove del mondiale o dell’italiano. La sola cosa alla quale mi riesce di pensare è la pubblicità “TU TURU TURUTUTU.. ti piace vincere facile?”
Ma incontro anche amici di vecchia data, fra questi Bender, l’uomo che percorreva decine di migliaia di km con un vecchio Cagiva T4 e che gareggia col Dr 400 con il quale è stato in pista poche volte, ma che gira almeno 5 (CINQUE!!!) secondi più basso di me. Se devo lamentarmi per i miei avversari, mi prefiggo di raggiungere almeno lui. Poi potrò lamentarmi.   
Io non sono molto abituato alle gare, e sono anche piuttosto emotivo- se non lo fossi non potrei interessare alcun lettore-, però credo che ci sia una tensione sottile, una piccola paura latente che qualcosa possa andare storto, che ci si possa far male che trasforma ogni gesto in un rituale scaramantico. La Gara è ciò che divide il prima dal dopo. Come una qualsiasi battaglia. Ci si chiede mangiando, facendo l’amore, andando al bagno, se dopo potremo farlo allo stesso modo. Non è frutto di paura eccessiva o di paranoia. Sono processi mentali che accomunano chiunque è cosciente che sta per affrontare un pericolo, istinti antichi quanto l’uomo. Io spero solo di far bene e di non farmi male. Per chi, artigiano come me, le mani sono l’unica fonte di mantenimento per me e la famiglia, le conseguenze di un infortunio sarebbero davvero gravi. Certo, avete presente la scena del “Signore degli Anelli” quando il re di Gondor carica i suoi cavalieri per la battaglia e anche te che sei seduto sulla poltroncina ti alzeresti con un grido per scagliarti contro i nemici, se ne uscisse uno dalle fila e dicesse: “si, però non ci facciamo male, perché io lunedì devo dare il flessibile a una basetta di marmo…”
Arriva il giorno che bene o male aspettiamo da quando ci siamo iscritti, e non c’è tempo per le seghe mentali. Ci si intuta in fretta, si fanno gli ultimi controlli, e mentre Andrea fa la fila per prendere i trasponder, io e Gianni cominciamo a girare per scaldare le gomme.


Ok, qualcuno durante la notte mi ha aperto il furgone e ha cambiato la moto. Al primo giro, con me, la pista e le gomme fredde, calo di un paio di secondi buoni il mio miglior tempo del sabato. Vorrei gridare al miracolo abbracciando Paolo, ma per non portarmi merda mi astengo e aspetto la fine della gara. Non si sa mai…
Gianni si scoraggia, sostenendo che noi Sommeliers d’Asfalto sarebbe meglio se continuassimo ad andare per strada, invece di andare a cacciarci nei guai in pista. Forse ha ragione lui, ma so benissimo che la verità è che se vuoi misurarti con qualcuno alla pari, riducendo i rischi, avendo vie di fuga per eventuali scivolate, non doversi preoccupare di automobilisti distratti o guardrail assassini, la pista è l’unica risposta sensata.
Andrea, che è sicuramente il più veloce di noi, si offre per fare la partenza, in stile Le Mans, con la corsa verso la moto accesa.
“Ma se sei l’unico con le gomme fredde…”
Gli dico
“la partenza la faccio io”
Aaaaaaaahhh, perché l’ho fatto? Ma ormai mi sono buttato, e ho proprio voglia di vedere cosa riesco a combinare.


Al sorteggione per la partenza siamo penultimi (che ci abbiano riconosciuti?), ma parto e mi ritrovo davanti un mucchio di moto e piloti accartocciati gli uni con gli altri. Bello, hanno fatto il monte dopo due metri. Dribblo l’orgia improvvisata e cerco di non farmi agganciare al primo giro, come fanno altri più avanti. Ma che bisogno c’è? Ci sono 150 giri da fare! La gara finirà, ad una media di un minuto al giro, fra due ore e mezza!
Alcuni dei rovinati in terra mi raggiungono presto, nella mia prima quindicina di giri faccio due o tre sorpassi, ma la cosa che mi rende felice è che vado bene per le mie capacità, mi sento bene, è sparita del tutto qualsiasi forma di insicurezza.


Esco, felice. Andrea parte dopo il touch, mi riposo per una mezz’ora. Metto il trasponder alla moto di Gianni (due trasponder, tre portatrasponder), mi faccio i pompini da solo per la mia prestazione.
Rientro carico e rilassato, siamo a due terzi della classifica. Per noi, un risultato insperato.
Faccio altri 15 giri, guido pulito, non rischio, miglioro i tempi, sorpasso qualcuno con una fatica enorme. Rispetto a quelli bravi che mi infilano da tutte le parti, sto anche tre o quattro giri dietro ad avversari parecchio più lenti di me, e solo quando arriva un gruppetto di piloti veramente veloci, mi accodo per infilare il malcapitato di turno che si impressiona e lascia spazio. La filosofia di altri più lenti è “se siete più bravi, mi passate, sennò state dietro” ovvero la filosofia del tappo. La teoria è giusta, in pratica lo spirito di sopravvivenza e la paura che qualcuno troppo bravo mi si infili a centro curva fra le ruote, mi fa allargare le traiettorie.
Di nuovo fuori, mi riposo per fare gli ultimi venti giri bello carico. Riesco a fare prima la cosa più simile ad un colloquio di lavoro che abbia mai sostenuto, e poi conosco un “collega” giornalista, Lancellotti. Per me, un’icona! Più di Lazzarini, presente per far fare a Nicolas il giro d’onore.
Mentre lo importuno, mi accorgo che forse ho esagerato nel ridurre la pressione delle gomme e lascio il mio compagno a metà di un discorso. Ho una gomma a terra! E devo rientrare!
Panico! Sono fuori, no cazzo, non proprio oggi, stavamo andando bene! Esco spingendo la moto, che è diventata pesantissima. Non ho neanche il cavalletto, tantomeno le chiavi che Gianni, rientrato al posto mio, avrà lasciato sicuramente dentro al furgone. Vado dal gommaio, che però non ha le chiavi per smontarmi la ruota. Mi infilo nel parco chiuso, alla ricerca di un aiuto da parte di qualcuno che farà la gara dopo. Incontro uno degli organizzatori del Team Lux, e lo supplico di aiutarmi, spiegandogli la situazione.
Lui mi fa capire, con un elegante giro di parole che lascia intendere la sua impossibilità ad aiutare un pilota in difficoltà, che ognuno dovrebbe essere in grado di occuparsi degli interventi di emergenza e messa a punto del proprio mezzo, e che lui, oltretutto, è impegnato nell’organizzazione dell’evento.
“sono cazzi tuoi!”
“ecco, aspettatevi altri 80 euro l’anno prossimo…!
Vabbeh, è comunque una cosa di beneficenza, e io così imparo a cavarmela da solo.
Torno al furgone per alzare bandiera bianca. Mi smonterò e avvertirò gli altri che finiscano da soli.
Poi vedo l’acqua nel deserto: il cavallettone di Gianni! Che testa, l’ha lasciato fuori. Isso la moto. Vuoi vedere che quella fava ha lasciato anche… Il furgone aperto! Trovo le chiavi, smonto la ruota… a proposito, lo sapevate che smontare la ruota di dietro del K è una cazzata? la porto dal gommaio, mi cambia la camera d’aria, faccio i 100 piani con tuta di pelle e ruota da 17” in 10 netti, supplico un ragazzo gentilissimo di darmi un occhio se ha fatto bischerate enormi “è un po’ storta…” “ho detto cazzate grosse, non devo andare a un ballo!” e rientro ai box, preciso per vedere Gianni che esce dalla pista, spingendo la moto di Andrea. Minchia, chi mi da il cambio?
“Andrea è cascato, si è rotto il polso, io lo accompagno in ospedale. Devi finire da solo.”

 

 

Non credo di aver recepito proprio tutto, all’inizio. Rientro in pista, ma solo dopo i primi 6-7 giri comincio a realizzare la gravità. Come cazzo avrà fatto? Quanto male si sarà fatto? Sarà stato stanco, avrà forzato troppo… mancano 27 giri alla fine, e chissà quanti ne abbiamo persi. A –18 penso mamma mia quanti sono, a -10 ho le visioni, a meno cinque rallento, comincio a temere i crampi, non sento più le mani per le vibrazioni e la stanchezza. Tengo duro, non voglio ritirarmi. Per me, le mie paure, per Andrea che si è fatto male, per Gianni che non ci ha mai creduto, per i Sommeliers. Io la gara la finisco, a costo di arrivare a gattoni…
 Passo anche qualcuno, poi finalmente, come l’acqua nel deserto, vedo la bandiera a scacchi. Finita.
Sono felice di me stesso. Un po’ perché non ho preso l’uscita, un po’ per la voglia di concedere a me stesso un giro d’onore, faccio l’ultimo giro da solo, a pista deserta. Il re di Gondor sarebbe orgoglioso di me.
Andrea aveva forzato troppo, e si è sparato un high side da manuale, con tanto di tuffo carpiato e atterraggio di testa sull’asfalto. Il mio “collega” mi spiega la dinamica dell’incidente e mi preoccupo davvero. Carico la moto di volata e ci precipitiamo all’ospedale, dove per fortuna, dal corridoio, sento i miei amici che scherzano con l’infermiera “non lo prenda sul serio: è di Seano…”


Meno male, solo una gran spanciata sull’asfalto, niente di rotto ma un sacco di dolori. Lo aiuto a rivestirsi come un bambinone di 90 kg. Il mio avversario, Bender, ha inanellato una serie di giri sotto il minuto, mentre io ero ancora più lento di lui, solo che ha rischiato l’osso del collo per 15 giri, prima di accorgersi che non aveva messo il trasponder sulla moto. Ci sono sconfitte cariche di onore, in una battaglia, e altre di stupide, da mangiarsi le palle. Per tutti l’orgoglio di averla combattuta fino in fondo, al massimo delle possibilità.  

 

 

 
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