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Di Il Kiddo (del 27/03/2010 @ 11:30:15, in dentro al casco..., linkato 162 volte)

Angeli Custodi

In letteratura, sono numerosi gli episodi in cui il provvidenziale intervento di una figura mistica, dalle capacità divine, interviene per aiutare le persone in difficoltà o per mutare adicalemente, col loro intervento, la storia degli uomini.
Abbastanza noto è quell’episodio in cui un giovane dai capelli biondi e lunghi e dall’innegabile carisma, introdottosi nelle stanze di una giovane signorina, ne annunciò la gravidanza, senza che questa ne avesse mai goduto la parte più piacevole. Vabbeh; evento questo che avrebbe poi radicalmente mutato il corso della storia e dato vita alla società occidentale come oggi noi la conosciamo.
Ma noi siamo qui per parlare di moto, e ci mancherebbe…
Ho anche io il mio Angelo Custode, e gestisce un Motoclub dalle parti della Futa.
In realtà, mi ha salvato il culo durante una gara a Jesolo, modificandomi l’assetto della moto in modo da farmi correre un po’ più dignitosamente. Ma l’intervento davvero soprannaturale, si è verificato proprio ieri. Stavo smadonnando nel disperato tentativo di accendere il Dr 350 senza neanche la speranza di riuscirci, e rassegnato in partenza a portarlo dal meccanico del paese per farmi ripulire di nuovo il carburatore, che squilla il telefono. E’ il mio amico Paolo.
“Hei, vecchioooo, sei nel Mugello? Dai che vengo a riscuotere quella birra!”
“Macchè -rispondo io- sono a Firenze, sto cercando di riaccendere il Dr, solo che è fermo da sette mesi…”
“allora fai così: chiudi la benzina, inclini la moto dalla parte sinistra a 40 cm da terra per una ventina di secondi, poi dai 3 pedalate senza dare gas, vedrai che alla terza si accende”
Faccio come mi dice, ancora senza la minima speranza, e infatti la moto non va.
“Macchè, è morta ti dico”
“allora adesso apri la benzina e dai tutto gas, trova la massima compressione sulla pedivella e vedrai che adesso va.”
e nulla.
“questa non ha proprio voglia, se non si smonta il carburatore…”
“Nooo, ripeti tutta la trafila, se non va in moto è perché non arriva corrente.”
Richiudo la benza, riinclino, spedalo, riapro, sgasso, rispedalo. Niente. Richiudo, ripeto tutta l’operazione e mi pare di sentire qualcosa che si muove, là sotto. Ripeto ancora, il Dr sembra dare segno di vita. Al quarto ciclo fa un timido segno di mettersi in moto, al quinto si accende e si spenge subito dopo. Al settimo, sfumazza e borbotta, poi giocando col minimo, il gas e l’aria lo tengo in vita. Certo che la benzina è più vecchia di me… ma il Dr brucerebbe anche il vinsanto, e fiammeggiando dallo scarico esplode in tutta la sua virilità. Faccio un giro di prova, non mi ricordavo che andasse così bene, nonostante le gomme sgonfie. Che spettacolo! Richiamo il mio angelo custode:
“Diavolo di un Paolino, mi hai riacceso la moto per telefono, meno male che non conoscevi mia moglie quando è rimasta incinta, sennò la ingravidavi con la forza del pensiero!”

 
Di Il Kiddo (del 28/02/2009 @ 22:43:05, in dentro al casco..., linkato 314 volte)

Il futuro della moto ai tempi della crisi


È inutile negare o far finta di niente: la crisi è la grande ombra che ci sta sommergendo, la condanna che caratterizza questo periodo storico. Ne sentiamo parlare, la vediamo tutti i giorni, in vendite o ordinativi in picchiata, in preventivi che si fanno all’osso per lavori che poi probabilmente non verranno fatti per niente, “in attesa che il momento passi”. Ogni settore ne è colpito, in maniera più o meno diretta.
Come in ogni evento epocale, i media ci mettono del loro, influenzando il comune sentire. E se da una parte il diritto dovere di informare sulla reale entità della crisi è sacrosanto, l’effetto della psicosi che si crea ha risultati devastanti, proprio sulla fiducia nel futuro delle persone. Ogni cosa viene ripensata e rinominata in funzione della crisi. “la spesa ai tempi della crisi”, “le vacanze ai tempi della crisi”, “l’amore ai tempi della crisi”, un tormentone che se non fosse per sua natura drammatico e non ricordasse i reali effetti della crisi come lavoratori in cassa integrazione, rate dei mutui che non potranno essere pagate e famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese, diventerebbe addirittura comico. “Ho fatto una passeggiata ai tempi della crisi…”; oppure, “sono andato con una zozza ai tempi della crisi…”, senza scordare un ben più prosaico “che cacata ho fatto oggi, ai tempi della crisi….”
  Ma di cosa è fatta una crisi economica? Al di là delle mere ragioni tecniche, l’economia è retta principalmente da ragioni “psicologiche”, è fatta dalla fiducia che si può nutrire nel futuro, dalla sicurezza che domani continuerò a lavorare, a guadagnare, permettendomi di spendere tranquillamente ciò che ho messo da parte fino ad allora o addirittura ad indebitarmi con un finanziamento. Una crisi economica non mi rende meno capace di lavorare, di produrre; non mi rende incapace improvvisamente nel mio lavoro, la mia capacità produttiva non è correlata alla crisi!
 Qualcuno ne parla come di una occasione di rinnovamento, una possibilità di aprire nuove strade, cercare di cambiare i modi di produrre, di spendere. Una “rinascita”, è questo che tutti ci auguriamo, ma quello che tutti avvertiamo è che la cosa non avverrà senza dolore. Le risposte più importanti le aspettiamo da dove reputiamo che la crisi abbia avuto il suo inizio, senza considerare che un’economia basata sul consumo indiscriminato delle risorse del pianeta, e di un indebitamento continuo di ogni persona, famiglia o Paese non poteva avere una corsa continua e infinita. L’America cercherà di giocare le sue carte, fatte proprio di quella fiducia che anche segretamente ogni persona del mondo occidentale ripone nel nuovo Presidente, e proporrà di svincolare l’economia dalla dipendenza dal petrolio (ora arrivo a noi, eh?!), tagliando le spese per le petrolguerre (ora si può dire, no?!, tanto si sapeva, via…) e muovere l’economia proprio nella direzione della ricerca ecologica, sostenibile, ecocompatibile, ma soprattutto, e questa è la parte che ci interessa, della mobilità a impatto zero, quella che fino ad oggi, che non ci raccontino balle, non ha interessato le aziende produttrici, i grandi gruppi economici e politici.
 
Per noi che amiamo la motociclette, questo, tradotto in parole povere, è praticamente un incubo!
Che fine potranno fare i nostri dinosauri a benzina? Noi che adoriamo lo stantuffare di un mono, il borbottare di un bicilindrico, il carattere e la spinta di un tre cilindri, il sibilare di un quattro…dovremo abituarci a fare gitarelle di una mezz’ora a volta per ricaricare le batterie, a girare con sportive spinte da motori di muletto, a erogazioni on-off col vigore di un ottantino tappato?
Peggio di un incubo! Che cosa rimarrà della nostra poesia, dei nostri sogni di gloria, dei nostri bei ricordi? Ma soprattutto, cosa ne facciamo dei nostri costosissimi, complicatissimi e pesantissimi oggetti di venerazione? Li guarderemo ammuffire in garage le rare volte che ci ricorderemo di andare a trovarli, dopo aver constatato con dolore che l’inevitabile deprezzamento li avrà resi dei cumuli di ferro e plastica impossibili da riciclare e guardati con disgusto da concessionari impossibilitati a ritirarli?
Quante domande per questo futuro…
Non sappiamo se tutto questo darà vita ad una reale Rinascita, un vero cambiamento anche per quello che riguarda la moto. Forse la benzina diventerà un prodotto riservato ad una nicchia di consumatori, chissà che il diminuire della domanda non porti anche ad una sensibile riduzione dei prezzi dei carburanti. Oppure la capacità di adattarsi potrebbe portare ad aguzzare l’ingegno. Sistemi elettronici ausiliari che, montati su un modello esistente, possano renderlo capace di sfruttare altri sistemi di alimentazione. Moto nate a benzina, trasformate in ibride. Oppure, ancora, il reale sviluppo delle moto elettriche, fino ad oggi relegate al ruolo di costosissimi quanto utopici mezzi per pochi appassionati. Il motociclista, al contrario di quanto si possa credere, è un animale estremamente intelligente e adattabile, e se le proposte fossero il frutto di una reale concorrenza e ricerca di importanti Case costruttrici, siamo sicurissimi che potrebbero costituire una reale alternativa alle moto tradizionali. Batterie di scorta da tenere nel bauletto che consentano di girare almeno 4-5 ore in totale a velocità massime intorno ai 120 km/ora, modalità di ricarica nelle discese, stazioni di servizio che mi danno la batteria di ricambio invece di farmi stare fermo per la ricarica.
Speriamo sinceramente che la crisi sia un’opportunità per coloro che riusciranno a proporre dei mezzi realmente nuovi, in grado di farci vivere ancora più a cuor leggero la nostra passione, senza sentire il peso della responsabilità dell’inquinamento, o di guerre fatte per farci andare a spasso o a divertire. La fiducia in queste nuove strade tutte da esplorare sarà il nostro motore, nella capacità delle persone che ideano, progettano, sviluppano, vendono, distribuiscono, riparano, testano, raccontano (eh, eh ƒº) le moto che verranno.
 Il futuro è veramente un posto dove non vedo l’ora di andare, e di sicuro, vorrò andarci in moto!

 

Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”


 
Di Il Kiddo (del 06/02/2009 @ 23:28:20, in dentro al casco..., linkato 462 volte)

Ho bisogno di andare in moto 3
Portare a giro le fie.

Fai la cosa giusta


Prologo: Pian di Mugnone, 1987 circa.
Un ragazzo della mia compagnia, di un paio di anni più grande di noi, Pierino, fu il primo a prendere la patente per la macchina. Stava tutta la settimana al lavoro, e al contrario di noialtri che vedevamo ragazze tutti i giorni, a scuola, lui doveva approfittare del fine settimana per cercare di passare un po’ di tempo con l’altro sesso. In realtà quello che faceva era di portare a spasso delle giovani opportuniste sulla Renò 5, sudato frutto del sul lavoro. Noi lo prendevamo per il culo perché finiva gomme e benzina girando tutto il tempo per portare a giro le fie, che poi qualcun altro si trombava.
Un inferno, per il povero Piero.

Mugello, oggi.

Fare quello che faccio comporta, almeno, un velo di notorietà. Dico anche questo senza falsa modestia, come il Manzoni. Sono sicurissimo di avere una certa notorietà fra gli addetti al lavoro del settore del giornalismo motociclistico, che però spesso si guardano bene di farmi conoscere anche al resto del mondo.
Si vergogneranno di me?
La funzione del Kiddo è molto semplice, anche se abbastanza inedita. Vado in moto (questo è il punto fermo di quasi ogni esperienza che racconto), torno a casa e scrivo quello che ho fatto. Semplice, un uovo di colombo, una scusa perfetta per andare in moto.
Molto spesso mi sono fatto coinvolgere in altri tipi di funzione, come ad esempio fare la guida, disegnare piste, fungere da tester per le riviste, fare da collaboratore a corsi di guida sicura. Non che tutte queste cose non mi abbiano divertito o insegnato qualcosa, e difatti sono esperienze che ho voluto raccontare, alcune anche sul mio libro “Strade Traverse”, ma inevitabilmente esulano dal semplice meccanismo che ho creato ormai qualche anno fa. Una delle richieste che mi sono state rivolte negli ultimi tempi è quella di fare da “tour operator”, ossia, data la mia “enciclopedica” conoscenza dell’appennino tosco-romagnolo, trovare da dormire e i posti dove fermarsi a mangiare per un giro di un paio di giorni nei dintorni del territorio mugellano per gruppi di donne in motocicletta.
Mi sono sentito lusingato, non solo per il riconoscimento della mia cultura sul territorio, ma anche per il fatto che questa funzione di “guida” avrebbe avuto anche un degno compenso (FINALMENTE!!!!!!!!!!) economico. Non da farci i soldi, chiaro, però evidentemente lo sbattersi per trovare i posti, il tempo, la benzina, qualche consiglio sulla sicurezza alla guida di una motocicletta e le giuste traiettorie, beh, poteva giustificare un lieve ricarico sulla cifra del pacchetto “tutto compreso”.
Quando, pronto a riciclare un giro confezionato a suo tempo per i Sommeliers d’Asfalto dal mio amico Claudio “Basic” per le adorabili pulzelle, ho raccontato a amici e conoscenti la nuova avventura nella quale mi ero buttato a capofitto, ho notato delle reazioni quasi identiche in tutti. Invece di essere contenti per la mia svolta “economicamente attiva”, mi è stato fatto chiaramente capire che avrei fatto meglio a lasciar perdere, che se segui una passione, un Hobby, deve rimanere tale, senza farlo diventare un lavoro.
Mi piace pensare che il reale motivo di tali consigli sia dovuto al fatto che alle persone che mi vogliono bene interessa vedere il buon vecchio Kiddo lì dov’è sempre stato, pronto a raccontare l’ultimo guaio nel quale si è cacciato, l’ultima stradina che ha scoperto, le persone che ha conosciuto, le moto che ha potuto provare. Senza lo stress di qualcosa di produttivo, si, ma così lontano dalla poesia che ho sempre cercato…
Peccato, perché a essere sincero, prendere dei soldi per portare a giro le fie, sarebbe stata una bella rivincita morale, almeno pensando al povero Pierino, alla sua Renò 5, e a quanto lo si prendeva per il culo.

Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”

 
Di Il Kiddo (del 06/02/2009 @ 23:25:36, in dentro al casco..., linkato 630 volte)

Ho bisogno di andare in moto 2
A me Valentino Rossi mi fa una sega (col flessibile)

A ognuno il suo

Partiamo da un concetto fondamentale: la moto innanzitutto, è uno strumento, un mezzo di trasporto. Serve per andare da A a B. Il fatto che da oggetto di uso comune assuma poi denotazioni di carattere sportivo e che quelli che eccellono nell’uso di questo strumento diventino dei veri e propri idoli, osannati dalle folle, questo è un altro discorso.

Parlando di strumenti, molte persone sono dei virtuosi con gli strumenti musicali. Santana, per dirne uno, con la chitarra. Un innovatore, un vero mito vivente. Oppure qualcuno che usa i programmi del computer con una padronanza, una maestria, che raramente può essere uguagliabile.

Essere un virtuoso comporta sensibilità soprattutto; resistenza, anche fisica (immaginiamo lunghe sessioni di allenamento sulla moto, o interminabili concerti o turni in sala prove, o comunque lunghi orari di lavoro), capacità fuori dall’ordinario acquisita con esperienza decennale e innata predisposizione.

Io sono un virtuoso del flessibile elettrico, le macchinette che servono per il taglio o la rifinitura del marmo. Lo so, non sono modesto, ma a scuola, studiando il Manzoni, abbiamo imparato che la falsa modestia è peccato. Come si dice dalle mie parti, faccio gli occhi alle pulci: ho precisione, sensibilità, esperienza che a volte sembrano sviluppare una sorta di sesto senso. In una parola: virtuosismo.

Penso che una persona, se virtuoso deve essere, potrà esserlo al massimo in una specialità, con uno strumento. La moto, dicevamo, è uno strumento per spostarsi. La chitarra è uno strumento per fare musica. Il flessibile è uno strumento per sagomare il marmo. Rimane il legittimo dubbio sul perché, alla fine, non ci sia una reale corrispondenza fra la notorietà e il successo riconosciuto e l’effettiva utilità pratica della specialità nella quale eccelliamo.

Ad ogni modo, se almeno io un po’ in moto ci vado, non ce lo vedo il dinoccolato di Tavullia a fare le teste sul marmo; penso che strimpelli la chitarra, e del resto nulla toglie che Santana sia un amante del bricolage, o scolpisca per passatempo. Ecco perché, dal momento che sono un virtuoso del flessibile, non potrò mai essere un grande pilota.

Non vi sorprendete, infine, se andando a ritirare le pizze, una sera il pizzaiolo vi fisserà dritto negli occhi, e con estrema sicurezza, da sotto i baffoni le sue labbra pronunceranno queste esatte parole.

“a me, col matterello, Valentino Rossi mi fa una sega!”

Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”

 
Di Il Kiddo (del 06/02/2009 @ 23:22:28, in dentro al casco..., linkato 532 volte)

Ho bisogno di andare in moto 1

Le persone fanno cose stupide, per Passione

Prigioniero dentro uno stand al Bike Expo di Verona, e non mi posso neanche lamentare. A me, il posto l’hanno regalato. Mi alzo la mattina alle cinque, scappo in autostrada, arrivo troppo presto, scarico la macchina di corsa con un freddo becco, monto un patetico stand. Promuovo il mio libro, mi hanno invitato perché faccio “cultura motociclistica”. Mi sento un po’ stupido, lo confesso. Quanti pensi che riuscirai a venderne?

Va bene la soddisfazione di aver pubblicato un libro, ma non era meglio se andavo a girare in pista?

Perché lo faccio?

Passo gran parte del tempo in piedi, sono un animale in gabbia, così mi guardo attorno. Decine di persone, di storie, e con ognuna si potrebbe scrivere un libro. Un intero mondo mosso dal sacro fuoco della Passione. Il fuoco che brucia dentro, che chiede di essere alimentato continuamente con piccole, grandi, sporadiche vittorie. Quasi mai l’impegno che si spende in un progetto, un’idea, una modifica, in giorni e notti di lavoro viene in qualche modo ripagato da un congruo compenso in denaro. Si fanno le cose, e basta, per Passione.

Il dottore al traumatologico di Chianciano, che ha cominciato quasi per caso a istruire motociclisti sulla sicurezza , e ha tirato su una struttura che gli costa sabati, domeniche, tempo libero.

Il ragazzo siciliano che raccoglie materiale sulle conseguenze dei cattivi comportamenti alla guida.

C’è il presidente di un Motoclub che passa quasi tutto il suo tempo libero insieme alla sua morosa a organizzare eventi di aggregazione su due ruote, quasi sempre a scopo divulgativo sulla sicurezza o a fini benefici.

Quello che ha lasciato la sicurezza degli studi dentistici per dedicarsi a tempo pieno alla Promozione di gare ed eventi in pista, passando per le Strade Traverse di improbabili rappresentanze di lubrificanti. Onore al coraggio.

Il moderatore del blog amante di un modello, di un marchio, di un settore. Ma la casa alla quale lui dedica tanto tempo, e alla quale fa vendere tante moto, si sarà almeno accorta della sua esistenza?

Chi organizza le cavalcate, o anche dei semplici ritrovi, non si è forse fatto i percorsi che intende proporre agli amici da solo, spendendo in tempo, gomme e benzina? Quanto dovrebbe chiedere, per rifarsi dello sbattimento e del tempo perso?

C’è quello che si ritrova la macchina per correre gentilmente offerta dal titolare di una grossa azienda, e che caccia il grano per il solo gusto di soddisfare la propria Passione di rimanere in un mondo che ama troppo.

I meccanici! Gli unici che potrebbero vantare uno stipendio, un vero posto di lavoro! Ma non sono quelli che, magari in un team privato, senza la certezza di un prossimo sponsor, di una prossima stagione, fanno le tre di notte per mettere a posto la moto per la gara del giorno dopo?

E i piloti? Rischiano la pelle ad ogni curva, incuranti dei rischi, i soldi veri solo per pochi, una vita a giro per città, circuiti. Oggi sull’altare, domani un nome dimenticato. E sono quelli che comunque invidiamo di più. Quante volte ho finto di sentirmi uno di loro!

 E infine la categoria che sento più vicina, quella dei giornalisti; di chi racconta questo mondo che da fuori è facile proporre ricco di emozioni esaltanti, colori brillanti, continue novità, velocità, gloria e divertimento. In moto sempre, col pezzo da consegnare, qualcosa di nuovo da inventarsi, acqua, neve o sole a picco, sabati, domeniche, vacanze. Una vita full immersion a cavallo di due ruote e un motore.

Tutte storie che nascono da una passione infinita, come una fede religiosa, qualcosa che ci chiama e alla quale non possiamo rispondere di no.

E io, che ho scritto un libro con qualche storia di moto, che sto qui a fare promozione, attento che non lo scambino per un omaggio.

Giro verso di me lo schermo del computer con la rotazione di foto, che nessuno caca.

Esc, lancio word, file, apri, nuovo.

“Le persone fanno cose stupide, per Passione”.

 

Almeno, sono in buona compagnia!

Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”

 
Di Il Kiddo (del 14/01/2008 @ 09:33:09, in dentro al casco..., linkato 746 volte)

Considerazioni soggettive e politicamente scorrette sull’acquisto della moto da pista

Lo so, sono un parolaio.

Un monte di chiacchiere sull’essere “un alfiere del vero spirito del supermotard”, con il vecchio enduro da due soldi trasformato, impegnato in donchisciottesche battaglie contro le moto da gara vere dei miei presunti avversari, i racconti di eroici sorpassi ai danni di mezzi ben più performanti, a cercare ostinatamente di dimostrare che per divertirsi, ma anche per provare il brivido e la passione della competizione, o anche solo dello svago non conta quanti soldi si è disposti a sborsare, e che anche un cancello trovato in un angolo di un’officina, ignorato e schifato da tutti, può dare ancora tanto a chi sia disposto ad adottarlo, a prendersene cura, a credere ancora che possa dire la sua, come il maggiolino Herbie dei film di Walt Disney, e che la passione, ancora, non debba essere per forza veicolata solo dal portafoglio, dalle modifiche costose, dall’ultimo modello dell’anno prossimo.

Un monte di chiacchiere, dicevo, e alla fine anche il vostro amato “alfiere” ha ceduto all’evidenza che il povero DR 350 S non aveva veramente più un granchè da offrire. Mi sono lasciato trascinare dalla voglia di una moto che potesse dimostrarmi quanto potevo essere veloce, che avesse un gran motore, che andasse forte quanto e più di quello che mi sarei potuto immaginare, con la quale godere ogni volta che apro il gas, da imparare a sfruttare, sapendo benissimo che portarla al limite, per un amatore che riuscirà ad andare in pista si e no dieci volte l’anno come me, sarà un’impresa che durerà tutta la vita; un oggetto da rileccare, da curare, sul quale posare gli occhi tutte le sere, in garage, prima di tornare dentro casa.

Il problema è che, se prima avevo l’alibi della moto-troiaio, che non andava (comunque non è morta, magari chissà, potrà trovare qualche nuova applicazione in futuro, mentirei se dicessi che non ho già qualche idea in proposito), che gonfiava la benzina d’estate, che dovevo tenere sempre in fuori giri, adesso non ci son cazzi: o vai o non vai! Quella che ho preso adesso si alza di quarta, fuori carburazione e con un biondone di ottanta chili con le palle sul serbatoio, che sembra il toro della Marsiliana.

Il mio terrore era di entrare in pista e accorgermi che andavo più forte col DR, per fortuna non è stato così.

All’inizio della ricerca mi ero dato come primo obiettivo, per far cassa, di vendere una Motò Aprilia che avevo preso a mia moglie come regalo di anniversario, e che aveva accolto con un velato accenno di mancanza di entusiasmo, ma con il solito diplomatico e velato sarcasmo: “io il culo là sopra non ce lo metto!”.

Allora pensavo di tenerla come moto da città, pensando a quella simpatica motoretta come un curioso esperimento di motard primigenio. Niente di più sbagliato, la Motò è una sorta di custom, gnucca e pesante più a guidarla che da fermo, con una progressione che farebbe addormentare un bradipo.

Hanno messo il serbatoio dell’olio nel telaio, per motivi estetici, e infatti in materia di estetica rimane secondo me una delle più belle moto degli ultimi duecento anni (così mi cautelo in caso di processo); solo che sei seduto sopra al telaio, praticamente dentro. D’estate scalda da morire, tanto che mio fratello l’ha subito soprannominata “la lessa ’hoglioni”. Insomma alla fine l’ho rivenduta agli stessi soldi che l’avevo pagata (fiùùù), salvo farmi offrire almeno 1000 euri di più almeno una decina di volte la settimana dopo. Ma vaffanculo!. E poi la botta finale. Mi arriva una bolletta della luce per un conguaglio, della stessa cifra del valore della Motò. Addio moto da pista.

Passano un paio di mesi, arriva il Natale, faccio due piantini in casa, mi faccio vedere che sono nervoso per lo stress del lavoro, insomma prendo per sfinimento promettendo che non avrei più desiderato un’altra moto in vita mia (ma quanto mi faccio schifo, a volte, ma chi ci crede?!), insomma ottengo il permesso e mi metto alla ricerca.

Ovviamente le considerazioni che seguono sono un compendio di malcelata ignoranza, frutto del fatto che la maggior parte delle volte un amatore come me arriva all’acquisto senza aver mai avuto il tempo o la possibilità di provare VERAMENTE le moto che prenderà in esame, sfoderando una serie di pregiudizi che possono dire tutto o il contrario di tutto, e quasi sempre errati.

Dunque diciamo di mettere un ipotetico annuncio:
Motard da pista, preferibilmente ex cross, non targato, prezzo da vero affare, come nuova cercasi.
La scelta è fra giap (Honda, Yamaha,Suzuki, Kawa), italiana (Husky, TM o Vor), Austriaca (KTM).

Allora io non sono uno che si fa tante menate sulle marche, tanto per citare per la seconda volta in un articolo la stessa persona (avvio il concorso indovina chi e quando, scrivetemi, in palio un DR 350 radiato trasformato motard) sul patire fo qualche distinzione, ma sul godere… ho anche provato il CR 450 e ho goduto come una bestia: veloce, intuitiva, leggera, non c’è da stupirsi che nelle piste non si veda quasi altro, però devo dire che secondo me le manca quel poco di personalità, non so, come se, piacendo così tanto a tutti, in fondo… perché deve piacere anche a me? Sarò strano…

Yamaha avevo anche trovato una buona occasione, bellina, ben tenuta, cerchi blu (allora i cerchi anodizzati blu sull’YZF 450 sono come le mele di Jennifer Lopez, valgono tutto il mezzo, ma puoi anche assicurarli, sai che prima o poi si sciuperanno e l’insieme perderà attrattiva), una chicca, insomma, a un prezzo più abbordabile di mille euro del CR più conveniente. Opzionata.

Suzuki e Kawa a prezzi da straccioni non ce ne sono. Meno mercato, l’RM l’ho provata per due o tre giri a Pomposa. Ma sono uno scarpone, e chi si accorge della differenza?

L’Husqvarna 450 SMR una volta me l’hanno data per fare un giro di un isolato. Quando davo gas non rombava: detonava, sembrava un’esplosione. E infatti mi sparava avanti che tutte le volte che levavo mi sorprendevo di essere ancora seduto sopra alla moto, se non fosse stato per il male al sedere, ovvio. Rimontai sull’XTX 660 che avevo al tempo e, giuro, mi scese una lacrima. Quella faceva “PRAM!”, la mia faceva “vrruummm”. E poi l’Huski è italiana (e perché non darne un valore aggiunto?, possiamo essere orgogliosi delle moto meravigliose che si fanno nel nostro paese?), è diversa per estetica, è più cattiva, ha la personalità che manca a tante altre…. Però, e lo vedo dalle moto di quelli che vengono in pista e girano per la strada, manca di affidabilità!

Prendere un’ Husky e pensare che magari a te non si fermerà, che sarai quello fortunato, è come mettersi con una zozza e pensare che non andrà con qualcun altro. Prima o poi puoi star sicuro che te lo metterà nel culo. Lo so che ti faceva godere di più, che la passione non è mai stata così travolgente, ma cosa ti aspettavi?...

Dicevo dei prezzi delle altre, della TM non ne parliamo. E poi dove vuoi andare con tutti quei pezzi fatti a mano dal pieno? Tsk , solo a guardarla..no, non la guardo neanche, ma chi si crede di essere?

E Poi la Vor… aaaah la Vor… quanto si può rimpiangere un marchio così ?! Un’ officina di due fratelli innamorati del loro lavoro… “le nere”, roba da tenere in salotto, da venerare…e chissà quel 530 come va, il vero bombardone. E poi a prezzi stracciati, con un CR te ne compri due, una la tieni per ricambio. Il Kiddo e il suo stupendo pezzo di meccanica artigianale! Si, è lei! Ancora una volta potrò dimostrare che anche e soprattutto quando si parla di moto, è il cuore che ha sempre ragione!

Ma chi voglio prendere in giro? La fabbrica ha chiuso, lo so che c’è un zoccolo duro di nostalgici che dicono che si trova tutto, che ci sono officine che continuano a fare i pezzi in piccola serie, ma negli avatar hanno sempre un annuncio di vendita, guarda caso, del loro oggetto di culto; ansioso come sono, comincerei a sentire rumorini che mi mettono il panico: e se si rompe, che pezzo sarà? Lo troverò? Quanto starò fermo? Ma per cinque volte l’anno che vado a girare, davvero mi devo mettere all’anima questo stress?!

Della mia fede quasi religiosa per le arancioni penso di non dover dare ormai più prova. Giro per Moto.it come ogni zombie motociclistico del web alla ricerca di qualcosa che faccia combaciare battiti cardiaci e portafoglio, quando vedo un 520 con qualche annetto sulle spalle, rimessa quanto basta, doppi cerchi; il proprietario mi garantisce che il motore gira bene, anzi ha girato pochissimo (…). Mi succede quello che volevo sentire, quando la vedo dal vero mi si annoda lo stomaco, è bellissima e può essere mia! Chissà quante emozioni, quanta adrenalina.

Vado a prenderla due giorni prima di Natale, ci sarà un po’ da lavorarci ma va bene, nel prezzo ci mettevo anche quei lavoretti per rileccarmela un po’. Appena scesa di macchina (la stronza è più alta del DR e mi fa sudare non poco per infilarcela) vado all’armadietto dei caschi in garage, trovo il tappo del 625 in ergal con “Kiddo” inciso sopra:
“vediamo se a questa Cenerentola gli calza questa scarpetta”.
Ci va, manca il tubo, lo troveremo.
Sul cavalletto che Gino mi ha “regalato” fa un figurone.

E’ qui, chiusa in garage che starai la maggior parte del tempo, è qui che ti vedrò la sera, quando torno da lavorare, stanco come una bestia. Ti accarezzerò la sella, a volte non resisterò alla tentazione di accenderti, perché almeno una volta ogni settimana vai accesa, per fare un giro della strada al buio, per rimetterti a posto prima che qualcuno chiami i carabinieri, per desiderare con tutto il cuore di portarti a sfogare prima possibile, per condividere quei meravigliosi momenti che valgono la spesa, per sognare come un bambino, quando rimango a guardarti come un’imbecille per un quarto d’ora , senza accorgermi che è l’ora di salire per cena.

 
Di Il Kiddo (del 08/11/2007 @ 18:48:43, in dentro al casco..., linkato 597 volte)

Quando entrano di mezzo i quattrini…

Il mio lavoro vero, quello che mi dà da vivere, non è, ovviamente, il giornalista.
Per pura passione, e perché ritengo di avere una certa esperienza nel campo motociclistico, ho chiesto a Marco Gualdani di collaborare con lui ai tempi di MotorTime, rivista per la quale ho lavorato per una decina di mesi.
Successivamente lui ha trovato un lavoro “vero”, sulle pagine di FUORI, e ha mantenuto la sua promessa di sdoganarmi presso la rivista dei miei sogni. Così, dopo qualche mese dalla sua assunzione, forse per fare un favore a lui, hanno pubblicato un mio articolo sul corsivo in terza di copertina.
La data di uscita del numero di Fuori col mio corsivo è stata messa, in ordine di importanza nella mia biografia, subito dopo la nascita dei miei figli e il mio matrimonio. Diciamo che la mia attività paralavorativa non si ferma a importunare i pazienti redattori delle riviste, ma trova sfogo nel mio sito www.ilkiddo.it, dove raccolgo le mie esperienze “di motociclista incallito”. In pratica è una scusa bella e buona per andare in moto più spesso possibile, col pretesto che poi “devo scriverci su”, e per ora in casa mi hanno lasciato fare, nonostante la cosa si riveli spesso un pozzo senza fondo delle spese più varie: benzina, gomme, iscrizioni, tagliandi, accessori, modifiche e, come diceva una famosa pornostar, “chi più ne ha, più ne metta”.
Il fatto importante della pubblicazione su una rivista nazionale, è che, dopo avermi opportunamente schedato, mi hanno anche pagato! E quando c’è di mezzo i soldi, le cose cambiano, e non poco. In famiglia non sono più quello che sparisce un fine settimana per andare a girare con gli amici nella pista del Sagittario, ma devo assentarmi per un reportage, non torno la domenica pomeriggio bollito come un branzino dopo due giorni di enduro, ma avevo da fare degli importanti incontri di lavoro per la mia carriera di giornalista; non passo più le serate isolato davanti al computer per le mie bischerate, ma mi lasciano concentrare sul mio lavoro. Una pacchia, soprattutto per me che mi sono imbarcato in questa avventura per puro accrescimento dell’ego ed esaltazione di autoimmagine.
Ovviamente non rivelerò quanto mi hanno dato, ma posso semplicemente dire che adesso posso fare i conti in base al numero di articoli pubblicati, ad esempio con l’articolo di ottobre ci ripago la gomma che ho fulminato per il GS Ride, con due articoli la pompa radiale per il motard da pista, con due e mezzo il disgraziato del mio carissimo amico che mi ha fatto da webmaster per il sito, con quindici la macchina reflex digitale che NON porto quando vado a fare fuoristrada, con quattro pezzi il bollo alla macchina, e con cinque le extensions di mia moglie (sigh). Invio questo mio divertente corsivo alla redazione della vostra rivista sperando di poter continuare la nostra prolifica collaborazione, e certo di una vostra sollecita risposta, anelo che la vostra soddisfazione nel ricevere i miei più distinti saluti, sia perlomeno uguale alla mia nel porgerveli.
Carlo “Kiddo” Nannini.

 
Di Il Kiddo (del 18/10/2007 @ 11:46:55, in dentro al casco..., linkato 1306 volte)

Piccolo racconto di una brutta esperienza

Diciamo prima di tutto che ogni motociclista si sente più furbo degli altri.
Si sentono i pareri, si consiglia, la maggior parte delle volte si denigra, devo ancora capire se è per tentare di affermare la propria opinione e quindi dimostrare di avere carattere o per gestirsi in un complicato mondo che, in base alle nostre scelte e alla dimostrazione certo plateale dei nostri gusti, ci delinea non solo come acquirente, ma soprattutto come persona. Ognuno ha i propri trucchi, le furbate per apparire più fighi, andare più forte e se possibile risparmiare soldi.
La mia furbata di quando avevo il Ktm 625 smc era montare le slick usate per le sessioni di prova dalle moto da gara, farle intagliare a mano con un disegno simile a quelle stradali e andarci bellamente a giro, nonostante la scritta, in inglese ma fin troppo chiara: “not for highway use”. Mi confessai con un amico poliziotto, la sua risposta fu che lui l’inglese non lo sapeva.
Tenevano veramente da paura, si scaldavano quasi immediatamente e sinceramente non capivo perché ne venisse vietato l’uso su strada. Ovviamente io la moto l’ho usata da sempre tutti i giorni anche per andarci a lavorare, e anche i pochi km che separano casa dal lavoro erano più che sufficienti per scaldare le gomme, soprattutto se la temperatura ambiente non era troppo bassa.

Arrivo una mattina di novembre al lavoro, parcheggio la moto che sta ferma per tutto il giorno, finchè verso le sette di sera vado a riprenderla, senza pensare all’escursione termica che quel giorno doveva essere stata veramente notevole, forse una quindicina di gradi. Parto e sento il ballonzolare tipico della gomma bucata, oltretutto la moto non vuol saperne di andare dritta, sembra cascare a ogni curva. Mi fermo sicurissimo di aver forato, ma provo a sentire la gomma posteriore che è dura, di marmo, quindi mi dico “vai cacone, che è un’ impressione tua”.
Riparto deciso a farmi meno seghe mentali, e alla prima mezza curva dò una manciata di gas per superare ogni timore (si pensa che sia la cura universale, molto spesso è vero), ma la moto mi parte di sotto il sedere, come se la strada fosse ghiacciata e le gomme di vinile, andando a sbattere sul marciapiede dalla parte opposta, mentre io le scivolo dietro. Lei faceva scintille, io mi limavo il culo. La raccolgo constatando che, fra tamponi alle forcelle e salvapedane, lei non aveva nulla, mentre la fornaia si lamentava al posto mio per le mie ferite.
Torno a casa segnato proprio lì, nell’orgoglio, chiedendomi il perchè di questa brutta esperienza. Cerco di ricostruire:
Penso che la mattina le gomme si siano scaldate, ammorbidendosi; io ho parcheggiato la moto, la temperatura nelle dodici ore è calata, la gomma si è indurita, deformata.
Quando sono ripartito pensavo di aver bucato perché col freddo la gomma non riprendeva la forma circolare normale, e ovviamente, dura com’era, non teneva; sensazioni tipiche di quando si è bucato. Dando gas, era ovvio che la moto partisse per la tangente. Da allora, non ho più messo gomme slick, anzi, pensando di snaturare il bombardone con delle normali gomme stradali, ho venduto il mono e ho preso il bicilindrico.
Perché veramente non sopporto quelli che hanno i mono e non li usano per andarci in pista e usano la moto solo per portare la donna al mare…..
Oh no, cazzo, ci sono cascato anch’io…

 

Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”

 

 
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