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Di Il Kiddo (del 15/11/2008 @ 22:08:59, in donne e motori, linkato 512 volte)

Passeggera per scelta.  Di Ilenia Paoletti

Partirò da una certezza: io sono una motociclista.

Ho percorso su una sella di una moto buona parte delle strade dell’Europa, ci ho passato intere giornate, prendendo l’acqua, la neve, il caldo, la polvere. Ho rischiato di dormire su una panchina per una incosciente voglia di avventura che ci impediva di prenotare qualsiasi forma di pernottamento; ho viaggiato per dozzine di ore di fila, per centinaia di chilometri senza fermarmi.

Ho visto posti che, raggiunti con due ruote e un motore, assumevano tutte le volte il sapore di una  vittoria, e riuscivamo così a penetrarne l’essenza, la poesia, il fascino. Durante un viaggio in moto in Germania ho concepito il primo figlio (beh, si, non proprio mentre andavamo, quelle sono cose che lascio al “Kamasutra del motociclista”).

Penso di poter dire che sono una motociclista. Solo che la mia porzione di sella è quella dietro al guidatore.

So che partiranno subito gli amorevolissimi consigli e incoraggiamenti da parte di tutte le colleghe che di motocicletta guidano la loro, decise a dimostrarmi quanta parte del divertimento, del senso di libertà e dello spirito di avventura mi perda, ma voglio subito avvisarle: tranquille, io preferisco così!

Poco dopo la fine della seconda gravidanza (poi basta…) presi la decisione fatidica: prendo la patente, imparo a guidare la moto!

Il giorno dell’esame pratico ricordo ancora che tornai a casa e trovai mio figlio più grande con indosso le mutande di mio marito, ché non aveva trovato quelle del bambino per cambiarlo.

Però avevo conquistato il pezzo di carta, nuove e incredibili possibilità mi si aprivano dinanzi.

Certo, accompagnare i ragazzi all’asilo in moto non potevo, e il tempo per fare qualche giretto si riduceva alla mezza giornata, però quando c’è la passione…

In pratica, nonostante avessi trovato un Yamaha Tw 125, le mie esperienze di guida si ridussero a un paio di giretti in un piazzale, e la mia moto veniva usata da mio marito per gli spostamenti in città. Quando si presentava l’occasione di una giornata di libertà, preferivo tornare alla mia postazione da passeggera, almeno potevamo fare qualche bella girata…

Gli anni passano, i ragazzi crescono, prendono le passioni dei genitori, e anche loro cominciano ad assaporare il piacere di cinque minuti a spasso sulla moto del babbo. Da qui, la lucida follia del piano di mio marito: farmi riprendere la mano, e magari, a piccoli passi, cominciare a girare con i figli dietro, uno per ognuno. A me sembra una cretinata, anche pericolosa.

Una sera, dopo una cena con una coppia di amici motociclisti,  ho l’ardire di chiedere che moto avesse lei. Dopo dieci giorni il mio consorte si presenta con una Beta M4 praticamente nuova, “un vero affarone” (qualcuno dovrebbe avvertire anche il nostro conto corrente, che mio marito conclude sempre “affaroni”), per il quale aveva venduto la sua Africa Twin (un po’ come Geppetto per l’abecedario).

Ci riprovo: sella ribassata, forcella sfilata, sospensione posteriore a terra, ricomincio dal cambio che è a sinistra, la prima in giù tutte le altre in su, il freno a destra.

Mio marito mi incoraggia, mi urla che sono bravissima, prova a mettere anche la seconda, prova a girare anche a destra. Si, dai, ce la posso fare! Faccio qualche giro intorno casa, mentre i bambini mi fanno ciao con la manino dal lunotto posteriore e il loro babbo gli dice guardate quanto è bella la mamma. Mi fermo a uno stop, la moto si spenge. La tengo in piedi, riesco a riaccenderla in un tempo che a me sembra infinito, riparto quasi in preda al panico.

Affrontando le paure e le brutte esperienze, si acquista sicurezza. Posso guidare la moto, questo è sicuro, però a me non interessa.

Quando abbiamo la possibilità di un fine settimana di libertà, preferisco tornare alla mia posizione di passeggera. Non è insicurezza, né pigrizia, solo non capisco davvero perché dovrei sostituire il piacere di farmi cullare da una guida che mi da sicurezza, mi permette di guardarmi attorno, di godere del paesaggio e che ci consente di visitare un sacco di posti bellissimi al dannarmi l’anima per portare a spasso un’altra moto.

Essere passeggera è per me una scelta, e non mi stancherò mai di rivendicarne la dignità.

Abitare la parte posteriore della sella consente di sentirsi parte di una coppia come poche altre cose e poche altre esperienze. È compenetrazione, intesa, partecipazione ad un progetto comune.

 

…in staccata per l’ingresso di curva sento che frena col posteriore per non farmi scivolare in avanti, ci inseriamo in traiettoria, scorriamo con naturalezza, sento la mancanza di peso, come se volassimo. Lui striscia il piede a terra, subito prima della pedana.

Punto di corda, cominciamo a rialzarci. Una macchina dopo la curva, c’è posto sulla corsia opposta.  Mi fa cenno con l’indice sinistro che stiamo per sorpassare, stringo appena le gambe per dirgli che avevo già capito.

La sua mano sul mio ginocchio. Dove ci fermeremo stasera?

Andiamo a riprendere i bambini dai nonni, che è meglio!  

 
Di Il Kiddo (del 20/10/2008 @ 22:08:19, in donne e motori, linkato 775 volte)

La guida.

Quattro paia di occhi chiari.

Ecco cos’era.

Erano gli occhi. Quattro paia di occhi che messi accanto creavano l’aspetto più dissonante delle due giornate.

Quelli blu, di Romana, che ridono dentro il casco, euforici e radiosi.

Lasciano filtrare tutta la felicità per l’emozione appena provata, quella che può dare la discesa su una strada stupenda, che cala dal Passo del Paretaio verso Palazzuolo sul Senio.

“Che lavoro spettacolare che fai, aoh!”

“Cosa, il m......a?!”

“Eh?! No, la guida in moto in questi posti… ma come, non è il tuo lavoro? E allora chi te lo fa fare di stare dietro a una banda di impedite come noi?”

Già, chi me lo fa fare?

Chi si sbatte come faccio io ad accompagnare i gruppi durante i raduni, di solito lo fa o per passione pura, o per un’operazione di “immagine”: ti fai vedere, conoscere, proponi il tuo blog, che di volta in volta parla di viaggi, di record, raduni, motoclub e chi più ne ha più ne metta.

Quante cazzate. Internet, poi. Il posto dove immoli al disinteresse e alla superficialità globale il tuo lavoro o qualunque buona idea tu possa aver avuto.

No, la verità è un’altra.

Fai la guida, ti prendi la responsabilità di portare la gente a giro sulle strade di casa, cercando per quanto possibile di non far annoiare alcuni e di non perderti altri, solo per voglia di conoscere gente, narcisistica voglia di rappresentare un’autorità, accrescimento di autoimmagine.

Questa volta, porto sull’Appennino le MotociclistE.

La guida per i tours enogastronomici al 10° raduno delle MotociclistE.

La cosa delle MotociclistE ha fatto un bel passaparola nei giorni precedenti, durante i quali il mio telefono e la mail sono stati invasi di generose offerte di aiuto da parte di un sacco di amici. Cazzoni.

Arrivati a Palazzuolo il sabato pomeriggio, durante la mezza giornata più affollata, mi viene chiesto dove sono le degustazioni eno-gastronomiche e io che non mi sono attrezzato a dovere, avendo pensato più al gas che al vino, imparo troppo tardi la formulina magica “non ho ricevuto istruzioni in proposito”, scaricando la responsabilità sulle organizzatrici, alle quali avevo assicurato che avevo un paio di posti dove fermarmi.

La maggior parte delle ragazze sono invece entusiaste, difficilmente in altre parti d’Italia si gode di paesaggi e percorsi da guidare come in Toscana, con traffico di auto quasi inesistente e la possibilità di girare per giornate intere, fare centinaia di chilometri di curve, senza incontrare un autovelox.

Da parte mia, cerco di fare un’andatura sciolta per far divertire chi riesce bene a seguirmi, mentre per chiunque voglia fare un passo più turistico, ci saranno le scope in fondo a raccogliere i ritardatari. Ritengo che in questo modo non ci sia il modo di annoiarsi e quindi distrarsi, anche perché su queste strade le velocità di punta difficilmente sono molto elevate.

Con questa cosa di fare la lepre, però, sono anche riuscito a perdermi buona parte del gruppo al primo incrocio; per fortuna la scopa, Claudia, è stata più intelligente di me.

 

Il giro doveva finire alle 5. Io riporto la gente al C.T.F. di Polcanto, sede del raduno, alle 7 passate.

Non mi sono preoccupato degli orari, neanche ho avvisato per telefono. Quando andavo le prime volte a fare le vacanze in moto con gli amici, a 16 anni col Tuareg 125, non chiamavo mai neanche allora. Sostenevo che “le brutte notizie arrivano subito”, quindi se non mi sentivano, a casa dovevano stare tranquilli.

Incoraggiato dalla foga e dall’esuberanza che mi avevano dimostrato queste ragazze prima di partire, ho scelto un giro che potesse impressionare per la bellezza dei paesaggi e il divertimento di guida. Ho pensato “non saranno tutte Valentine Rossi”, ma almeno un passo svelto lo terranno. Ad ogni modo si sa, il numero rallenta. Vengo perciò, giustamente, caziato da Paola Furlan ed Erika Mugnai, le organizzatrici: l’ambulanza dopo le 6 se ne va, e con essa la copertura assicurativa.

Se qualcuna mi si arrocchettava mentre tornava dall’assaggio anche un po’ avvinazzata, erano dolori grossi!

Sono il solito cazzone.

La sera grandi feste, anche se ho imparato benissimo che in queste occasioni alle cene c’è tanta voglia di divertirsi e lasciarsi andare; ma in realtà, meglio sta riuscendo il raduno, meno energie rimangono per ballare e far casino.

In questa occasione, fra corsi di guida sicura, di offroad, il campo da cross, tour guidati su strada e fuori, corsi teorici di guida e motorally, di forze ne rimangono ben poche.

Di solito l’Erika poi riesce a stroncare ogni entusiasmo con la devastante lotteria, necessaria per dar spazio agli sponsor, ma capace di piegare ogni resistenza alla stanchezza. Solo la possibilità di vincere perizomi prontamente indossati sopra la tuta di pelle ha mantenuta alta l’attenzione.

È la serata di queste ragazze, che si ritrovano difficilmente fra di sé, più o meno soltanto in occasione di questi raduni, e più spesso escono nei gruppi formati prevalentemente, come al solito, da uomini. Per questo forse rappresentano un vario e significativo campionario che rispecchia con esattezza matematica le varie categorie di motociclisti, come se ne fossero un estratto. Si può così conoscere mototuriste su Bmw R1200r, Harleyste su Sportser, Motardare su Dr 400 sm, fanatiche del tuning su Monster decoratissimo, ma molto più frequentemente smanettone su ipersportiva, tipo R6 o GsxR 750.

Purtroppo, e lo dico a costo di farmi voler male, sembra che nell’atteggiamento oltranzista delle più infoiate, ci sia una sorta di posa, quasi come se si avesse da dimostrare di non essere da meno dei colleghi maschi, anche e soprattutto negli atteggiamenti più palesemente sbagliati, come gettarsi a fuoco su una strada che non si conosce, correggendo, come ovvio, la traiettoria all’ultimo secondo.

È evidente che ci fossero fra di loro, non solo delle pilote esperte, ma anche alcune naturalmente molto dotate, capaci di tenere un passo sportivo in tutta sicurezza. D’altronde, come ho detto, non si può sempre pretendere che le donne siano per forza più intelligenti, ma fanno semplicemente quello che vedono fare dai loro compagni.

 

La domenica mattina inizia nel migliore dei modi: l’ottava vittoria in un mondiale di Valentino Rossi. Solitamente non mi occupo di avvenimenti sportivi, in genere se ne parla fin troppo. Penso soltanto che quel ragazzo è un bene nazionale, e sono felice di vivere il momento storico che mi permette di seguire passo passo la carriera di un grandissimo personaggio, capace come solo i grandi sanno fare di alzarsi dopo una batosta, e anzi trovare un nuovo motivo di sfida, facendo tesoro della lezione imparata.

Raduno un altro bel gruppetto di ragazze, al quale si aggiungono due fotografi motorizzati, una giornalista di una importante testata specialistica e una coppia su Varadero con cane nel trasportino assicurato al serbatoio, con tanto di occhialoni. La Lola.

I viaggiatori in moto col cane sono diventati le mascotte di alcuni importanti siti internet, regalano adesivi, spille e si fanno fotografare dai tanti curiosi che attirano; ma mi domando, sinceramente, dove stia la straordinarietà di tutto questo, se venga confuso, spesso, l’originalità di una idea qualsiasi con qualcosa di più importante. Così come il cane con gli occhialoni (e non voglio immaginarmi cosa possa succedere in caso di una scivolata), anche altre iniziative che ho visto presentare durante e prima e dopo il raduno, mi sembrano veramente delle pure operazioni di immagine, che non hanno nessun fine se non quello di suscitare la curiosità, ma poi si rivelano fini a sé stesse. Posso capire benissimo che un report di un bellissimo viaggio, come quello che hanno illustrato Claudia e Silvano in Iran possa suscitare un giustificatissimo interesse; voglio vedere le foto, sapere come è andata perché vorrò andarci anch’io, da grande, ma non sono riuscito a capire perché sia stata fatta una così grande pubblicità a iniziative come “Io parto” di Miriam Orlandi, persona peraltro straordinaria per vitalità e simpatia. In fondo, ha soltanto detto che parte, se ne va in vacanza; lunghe, affascinanti, in paesi del Sud America, in moto, ma… va in vacanza.

  Quello della motocicletta è un mondo che naturalmente suscita interesse, evoca un miliardo di pensieri affascinanti, di eroi motorizzati che sfidano le intemperie e il pericolo, che ti permette di vivere più intensamente, con più emozione qualsiasi cosa… ma non penso sia giusto sostituire l’IMMAGINE al semplice vivere la motocicletta, montarci sopra, godere di quello che può offrirci, magari raccontare quello che abbiamo combinato; senza sofisticarla, plastificarla prima e durante per doverla rendere interessante o vendere una evocazione di qualcosa.

 

Prima di partire adocchio una coppia con, ognuno, una Daytona 675 grigia nuova di pacca. Lei mi chiede di fare un passo tranquillo, per via di un’amica che ha un Tu250x della Suzuki, e io la rassicuro. Si va piano! Non ho nessuna voglia di correre rischi, faccio il mio giretto a Badia di Moscheta e si torna indietro. Io a mezzogiorno volevo essere a Polcanto, perché Paolo del M.C. Futa mi aveva promesso che mi faceva provare il motard sulla pista da cross! Non mi fermo neanche sul Giogo.

Percorro la Faentina , questa volta, a 70 all’ora massimo. Voglio, per quanto possibile, che se proprio si vuol dimostrare di avere il manico, non occorre spararsi come proiettili sui dirittoni, ma riuscire a far scorrere la moto sui tornanti, sulle curve da 30 o 40 all’ora.

Invece il passo, mediamente, è più che tranquillo, fatta eccezione per la Romana e un’altra ragazza con un R6 che vanno come treni. L’Erika è stata chiara: se vai avanti alla guida sei fuori dal raduno!

Che facciano come vogliono.

Le foto si sprecheranno, obbligandoci a diverse soste per mandare avanti i fotografi e a pose plastiche su tornanti deserti, oltre che ad allungare un orario che mi ero assolutamente riproposto di rispettare. A mezzogiorno, qualcuna mi chiede di tornare più in fretta possibile, fra l’altro le stesse che si erano presentate in ritardo. L’unica cosa che posso promettere è di evitare di fare altre fermate per le foto, che in verità mi hanno anche infastidito. Scendiamo il passo del Giogo, che ho percorso dal giorno prima per ben 4 volte anche se ad ogni tour ho variato il percorso adeguandomi, come ho pensato fosse giusto conoscendo perfettamente i posti, alle esigenze di tempo e di ognuna.

Arrivati all’Autodromo del Mugello mi fermo dopo la rotonda prima del saliscendi che costeggia le due Arrabbiate, ordinando a Romana di fermarsi poco più avanti a bordo strada, in modo che le altre le si accodassero, mentre io rimanevo ad aspettare il gruppo delle ritardatarie. Il mio intento era quello di radunare tutti e percorrere gli ultimi 4 chilometri a 70 all’ora massimo, in modo da fare un bel trenino sulle strade dritte che percorrono la valle del Mugello fino a Polcanto.  Il gruppo che mi seguiva si ferma quindi poco più avanti, sulla strada dritta, e mentre io aspetto un minuto, forse due, arriva la moto che portava la giornalista. Lei chiede alle ragazze di muoversi per fare una foto di gruppo sulla discesona del Mugello.

Le vedo partire, e la cosa non mi piace per niente. Non è per la mancanza di rispetto per me che avrei dovuto stare davanti e che una volta tanto avrei voluto far arrivare tutte insieme, ma ho intuito una situazione potenzialmente molto pericolosa. Una volta partite, di sicuro non si sarebbero rifermate qualche centinaio di metri più avanti dopo la foto. Alcune di loro, le più veloci, conoscono ormai la strada per tornare a Polcanto, sono in ritardo e hanno l’abitudine di correre.

Ormai aspetto il resto del gruppo, e appena li vedo riparto per cercare di riprendere le altre.

Essendo passate poche decine di secondi, raggiungo la maggior parte di loro, almeno quelle con un’andatura “umana”.

Il bivio sul ponticino di Serravalle, ormai le ho riprese, mi metto davanti… chi manca, ancora?

Il secondo paio di occhi, celesti, sui quali leggo il terrore.

Qualche macchina già ferma. È una delle mie. Chi? Romana, sicuro, o l’altra ragazza con l’R6.

Nooo, una donna spappolata non ce la fo a vederla.

Domando “Chi è?” “E’ delle nostre?”

 È una delle mie. Dove ho sbagliato?

No. Ora non ha importanza, vediamo la moto e capisco chi è.

Il Triumph, ma non lei, era lei quella terrorizzata. E’ lui. Si, c’era un ragazzo con un Triumph uguale alla sua ragazza.

Dov’è?

Macchina distrutta. Moto a terra, in tre pezzi accanto al bordo della strada.

Era con me, come è successo?

I pompanti della forcella strappata dal telaio fanno capolino dagli steli, il resto della ruota, con i piedini attaccati è a qualche metro.

Solo ora mi accorgo perché non sento niente: la macchina ha il clacson incantato.

L’ho conosciuto questo ragazzo? Gli ho parlato? Sul Giogo salutava degli amici, volevo ripartire…

Devo chiamare il 118   provo    altra gente al telefono, non io    come sta?!

E poi mi blocco del tutto. Da dietro il casco, strappata la mentoniera, come da un gigante incazzato, vedo i suoi occhi azzurri. E solo Dio sa, che cosa stanno guardando.

 

Torno a Polcanto, dopo l’elicottero, i Carabinieri, e tutto quello che possiamo fare noi dell’organizzazione.

Sono avvilito, sconvolto. Vorrei… non lo so che cosa vorrei, ce l’ho con tutti, con il mondo, con tutte le cazzate che ci inventiamo per cercare di far capire che la motocicletta è molto di più che spararsi a duemila sul primo rettilineo che si trova, e mi sento abbandonato, come se mi sentissi incolpato di quel che è successo; usato.

Vado dalla Paola Furlan, a chiederle i soldi della benzina, cosa che in queste occasioni non faccio mai, non mi frega dei soldi, a un raduno è l’ultimo dei problemi. È solo il modo di staccarmi, di tirarmi fuori; che rimanga agli altri il compito di finire il raduno lasciando tutti tranquilli. Ho un solo, enorme desiderio, che è di andare al Pronto soccorso a vedere come sta quel ragazzo. Sono soltanto sconvolto.

Sconvolto e basta.

 

Il quarto paio di occhi. Quelli che vedo allo specchio, nei giorni a seguire.

E nei quali leggo la sconfitta.

Lo so che la colpa non è mia, io lo so, me lo ripeto… ma era con me, me ne sentivo responsabile.

Dove sono stato negligente? Che responsabilità ho io in tutto questo? Cosa ho fatto per impedirlo, o cosa non ho fatto per farlo accadere?

Io che impiego buona parte del mio tempo libero per diffondere, spiegare e allargare anche agli altri una passione che si radica più profondamente di ogni altra, come ho potuto illudermi di far capire col mio esempio quali possono essere i comportamenti corretti, e quali sbagliati ?!

O, forse, non sto semplicemente peccando di presunzione, nel ritenermi responsabile? In fondo non c’ero io a guidare quella moto, neanche si sa bene cosa gli sia passato per la testa, se c’è stato un malore o un guasto meccanico che gli ha impedito di fare la curva…

Non sarebbe stato meglio starmene zitto e fermo, farmi i miei giri con gli amici invece che provare a diffondere la mia “importantissima” “cultura motociclistica”?

Mentre torno a casa sono decisissimo a togliere dalla moto e dal casco stupidi adesivi, soprattutto i miei, abbuiare il blog, e mi pongo l’obbligo di strappare qualsiasi immagine col mio logo intraveda a giro.

Basta, che senso ha!?

È tutta una buffonata, una baracconata, un grosso stupido balocco. Una cosa di immagine.

 

Io non so più niente, non so se sia giusto continuare, se c’è davvero Qualcuno – ci si chiede solo in questi casi -, e se questo Qualcuno mi ha voluto far capire “abbozzala, hai rotto i coglioni”. “Vattene a casa dai tuoi ragazzi, non vedi che non serve a nulla”, o se magari mi ha mostrato davvero da vicino, mi ha sfiorato con un alito gelido di sfiga e mi ha voluto far capire quanto possa essere veramente importante continuare; che possa far tesoro, per quanto possibile, di un’esperienza così traumatica; e parlando con chi vorrà da me che gli faccia da Guida, permettermi di Sapere, Conoscere che cosa si prova, dopo, a sentirsi irrimediabilmente, totalmente sconfitti.

 

Continuerò. Certo che continuerò.

È quasi un quarto di secolo che vado in moto. È la mia vita, il mio mondo.

Come dico sempre, sono tutte esperienze. Certo che questa volta ne avrei anche fatto a meno.

 

Questo patetico racconto è dedicato a tutti coloro che hanno avuto gravi incidenti o hanno perso la vita sulla Faentina o Brisighellese, che quasi ogni fine settimana, fra primavera ed estate, richiede il suo drammatico tributo, e sperando che serva a far riflettere sui pericoli che si corrono sulle strade maggiormente trafficate specie in uscita dai grandi centri abitati.

Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”

 

 
Di Il Kiddo (del 19/05/2008 @ 12:47:35, in donne e motori, linkato 279 volte)

In visita al C I V

Desiderate un giudizio inedito, disinteressato e libero da pregiudizi a proposito di un evento qualsiasi?

Portateci un profano!

Così riceverete commenti fuori luogo, idiozie dettate dall’ignoranza e figuracce ogni volta che costui apre bocca mentre lo state accompagnando.

L’ignorante in questione sono io, ovviamente, novello Dante accompagnato da un paziente Virgilio, e imbucato grazie alla Promoracing in visita al Campionato Italiano Velocità all’autodromo del Mugello, alla fine dell’aprile scorso.

In questa occasione il circuito si trasforma, animato dai vari teams, in inferno, purgatorio e paradiso per la moltitudine di moto, piloti, trucks, stands, dei più vari generi: dalle gomme ai ricambi, dagli sponsor alla ristorazione.

Per chi scrive, abituato a vedere le motarde scaricate dal furgone della ditta dai piloti che ne cureranno anche la messa a punto, qui è come il bengodi, un posto dove le macchine parcheggiate sono Porsche o Bugatti, le tute non sono rattoppate col nastro americano e anche il monopattino a motore monta Arrow e Olins (giuro).

Ma soprattutto ci sono loro.

Le Umbrella.

Bellissime ragazze con la funzione fondamentale di reggere l’ombrellino sulla griglia di partenza.

Vere protagoniste del paddock sono la materializzazione, per noi poveri mortali, di veline televisive, soubrette dalla gonna delle dimensioni di una cintura, canottiere con biancheria intima latitante.

“Portami via, non ne voglio vedere più”.

E’ la mia supplica ad un accaldato Polidori che mi porta sul terrazzone a vedere la partenza di una manche del monomarca R 1.

Incrociamo ancora umbrellas, un po’ più grandi, solita tenuta delle meno mature, forse anche più appetibili.

Comincio a pensare che siano una razza a sé, abitanti esclusivamente dei paddock che vengono riposte alla fine delle gare sugli scaffali accanto alle termocoperte.

Sulla griglia di partenza sorridono serene, mentre io mi immagino la concentrazione e la tensione di quello seduto sulla moto con la tuta addosso.

 Mi metto al suo posto e penso che sarebbe più facile far passare un cammello da una grondaia che uno spillo dal mio buco del culo.

Al muretto, un’umbrella discute con un pilota del turno successivo, probabilmente il suo ragazzo; ma cosa stanno facendo? Forse bisticciano?!

Disgraziata! Come fa quel poveraccio a concentrarsi?

Lo fa andare sulla griglia incacchiato?

Evidentemente no.

Quella dell’umbrella è una tattica, lui ne aveva certo bisogno, sicuramente così va molto meglio.

L’umbrella, lo sa lei, come si fa!

L’umbrella è uno strumento perfetto, regolato come un controllo di trazione, un ride by wire o una frizione antisaltellamento.

In un mondo dove tutto richiede denaro: le moto, la messa a punto, le gomme, l’abbigliamento, i TIR, i danni che può costare una scivolata, lei fa parte del meccanismo… altro che ombrellino.

All’uscita, restituiamo i pass a Gianluca Rossi della Promo, mentre una bellissima signora sui cinquanta, con mini di ordinanza e scollo su un balconcino dal panorama mozzafiato ci passa accanto.

L’umbrella, rimane umbrella tutta la vita.

Torna verso la macchina, alla guida sicuramente il suo ex pilota.

Compagni nelle gare prima, nella vita poi. L’aspetto più umano e romantico di tutto questo.

Alla fine, come sempre, si rivela solo una bella storia d’amore.

 

“Allora Kiddo, come era il CIV?”

“Un cicalaio….”

 
Di Il Kiddo (del 18/06/2007 @ 19:49:02, in donne e motori, linkato 773 volte)
Volevo solo spiegare ai ragazzi giovani che comprano le supersportive e/o naked sportive, e che trasportano giovani coetanee appollaiate su strapuntini invisibili di sella indossanti inevitabilmente pantaloni a vita bassa, di prestare attenzione alle terga al vento delle loro dolci metà.
Può rappresentare anche, in molti casi, un bello spettacolo da vedere, lo riconosco, ma può anche essere sicuramente causa di distrazione per chi vi segue.
Infine un invito per le signorine: almeno mettetevi le mutande, eccheddiamine!
 
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