Avete presente il cervo?
E’ quell’animale che di solito ti si para davanti all’improvviso su di una strada deserta di notte paralizzato dai vostri fari e che oltre a suicidarsi, nella migliore delle ipotesi, vi distrugge la macchina.
Questo è il racconto di quella volta che a me un cervo salvò la vita.

La moto d’acqua, per 10 minuti a 15 euro, l’abbiamo provata un po’ tutti. E’ come il kart in vacanza a Rimini o la mulatta a Cuba: prima o poi la provi! Salvo poi sposarsi una cubana…Allo stesso modo, mio fratello è patito delle moto d’acqua, e ne ha una. Di solito ne fa un uso improprio, ovvero quello per cui sono state pensate: turismo a corto raggio, all’interno dell’arcipelago toscano o nei laghi navigabili (es. Bolsena). Un uso improprio perché di solito vengono messe sulle barche al posto del più classico gommone per fare le sparate fino a riva e far imbestialire i bagnanti. Anche da qui la pessima nomea che questo tipo di mezzi ha conquistato. Un tempo aveva la stand up, ovvero quella da stare in piedi: se riuscivi a partire eri già una bestia, curvare opera di equilibrismo e farci i numeri da extraterrestri, però un gran divertimento. Rimontare su una moto normale dopo un’ora su quelle è pericolosissimo, perché si perde la sensazione del pericolo, e si riesce a fare delle pieghe che prima ci si sognavano…
Il nome di “acquascooter” per quelle da stare a sedere invece è appropriatissimo: stessa comodità, impostazione, immediatezza d’uso anche in coppia, stessa velocità. Vale a dire, che la velocità su terra di uno scooterone è simile a quella su acqua di una di queste moto. Se siete dunque abituati ad una barca, al gommone o al più popolare traghetto e vi è venuto qualche volta da pensare, vedendo la scia “però, si va, eh?!” dovete resettarvi. La velocità è quello che impressiona di più; il fatto di pensare di arrivare che so, da Castiglione della Pescaia al Giglio, trovandosi di mezzo le Formiche, in una oretta scarsa, è fattibilissimo. Oltretutto, viaggiando in linea retta e senza ostacoli visivi, spesso si naviga vedendo apparire la propria meta dalla linea dell’orizzonte, apprezzando la curvatura del pianeta!
Per guidare un jet ski adesso serve una patente nautica, ma fino al 2005 si poteva tranquillamente noleggiare senza nessun tipo di documento, e trainato dalla passione di Giulio, mio fratello, decido di dedicare il primo giorno di ferie di quell’anno ad una meravigliosa impresa: partire dal Mugello con la moto, arrivare al noleggio a Piombino, fare il giro dell’Elba con la moto d’acqua, e tornare in moto.
Ci sono volte in cui, semplicemente, sottovalutiamo la fatica, l’impegno fisico e psichico richiesto per vivere un’esperienza come ce la siamo immaginata, consci del fatto che, dopo averla vissuta, il ricordo della stanchezza e lo stress vissuto spariranno e rimarrà solo uno stupendo ricordo e la soddisfazione per ciò che abbiamo portato a termine.
Certo, se si sopravvive.
Evidentemente se sono davanti al computer con una bicicletta (birra+acqua gassata) in mano, mi è andata bene. E ripensandoci si, mi sono proprio divertito!
Per arrivare al mare prendo la superstrada fino a Colle val d’Elsa, poi per Montieri, perché meno trafficata e più divertente col supermotard; praticamente una quarantina di km di curve e strada tutta da guidare. Arrivo a Piombino passando da Massa M.ma, dopo tanta bellezza praticamente un tedio indescrivibile, ma con il miraggio di ritirare la moto d’acqua al “Marina terre rosse”, una bellissima struttura all’interno di un porto chiuso che fa rimessaggio, riparazione e vendita anche di barche e quad. Il tempo di togliersi la tuta e infilarsi costume e giubbotto salvagente che ci calano le moto in acqua. Io ho già male al culo. Insieme a me e Giulio, anche mia cugina col fidanzato sullo stesso mezzo.
Uscire dal canale a passo d’uomo mi permette di familiarizzare un po’ con l’inerzia e le reazioni del Sea-doo GTI 720 che mi è stato affidato, anche se mantenere una velocità che non provochi onde è veramente difficile.
Appena usciti dal porto gli altri due equipaggi, decisamente più smaliziati del sottoscritto, prendono subito il largo sparandosi in direzione di Salivoli per fare il primo pieno. La mia moto si spenge appena provo a dare una manciata di gas. Panico! Solo in mezzo al mare. Onde, barche lontanissime, i miei compagni spariti all’orizzonte…ma, non è il traghetto dell’Elba quello che si sta avvicinando?
Dopo un paio di eterni minuti, mio fratello viene in mio soccorso. Era solo la chiavetta di emergenza infilata male. Accidenti ai bischeri…
La confidenza con il mezzo non arriva subito, tolgo gas tutte le volte che salgo su un’onda, ma la moto affonda immediatamente dopo, provo a prendere la planata, ma la velocità mi intimorisce non poco, io di solito sono abituato a guardare dove metto le ruote, se ci sono imperfezioni sull’asfalto, se è sporco, bagnato, l’inclinazione della curva, il raggio… Qui non ci sono curve, per cominciare, non c’è asfalto e, cavolo, non ci sono ruote! Va interpretato il moto ondoso, il vento, ma in generale si può tenere aperto a volontà, compatibilmente con la quantità di acqua salata che si riesce a sputare. Importante è mettersi in piedi: si asseconda il ritmo della moto, come si farebbe con un cross e in effetti una volta presa confidenza si salta da un’onda all’altra, e ci si esibisce in spettacolari doppi, tripli…
La traversata verso l’Elba dura neanche dieci minuti, e subito ci viene incontro l’abitato di Cavo. Tirare senza criterio però può essere anche più emozionante del previsto. Vedo mia cugina col suo ragazzo che, impattando a gas aperto con l’onda sbagliata, si esibiscono in uno spettacolare testacoda; non cascano neanche in acqua, ma sembra che abbiano preso uno schiaffone. Ci ristoriamo con un bagno in una caletta vicino a Portoferraio, io il giorno prima mi sono rapato a zero, e il sole si fa sentire; la moto d’acqua è anche questo, prendere la scusa per fare un giro verso una certa spiaggia, per farci il bagno.
A Capo d’Enfola ci fermiamo per pranzo, le moto vanno lasciate a una trentina di metri dalla riva, raggiungiamo la spiaggia a nuoto, cercando di salvare all’asciutto almeno un asciugamano. Il tempo di un’insalata, per stare leggeri, e ripartiamo verso Marciana marina per un rabbocco di benza.
Dopotutto siamo in ferie, io sarei anche già stanco, e decidiamo perciò di fermarci poco dopo per riprendere fiato. I bagnanti ci accolgono con l’aria torva, sembra che ce l’abbiano con noi, inutile provare a far notare che ci siamo avvicinati a motore spento per non lasciare le moto troppo lontano: ci tocca lasciarle più lontano dei gommoni. E’ sempre la solita storia, i tranquilli pagano per gli imbecilli.
Comunque il piacere della scoperta per la calettina, il posto accessibile solo dal mare è tanto, assomiglia a quello di quando, con l’enduro, si raggiunge la cima di un monte o una radura, un angolo di paradiso solo per i pochi coraggiosi.
Ripartendo per affrontare il pezzo più lungo, mi trovo a pensare ad un’altra incredibile similitudine con la moto tradizionale, ossia quella da turismo, nella sua parte più introspettiva, di quando, chiusi dentro al casco, col ronzare del motore e del vento, si passano ore da soli con i propri pensieri, ad assaporarli, ascoltarli scoprendo che il viaggio più bello è quello dentro la nostra testa. Solo che sulla moto d’acqua non serve il casco, anzi, sarebbe pericoloso.
Sulla punta dell’Elba troviamo, a poche decine di metri dalla riva, uno scoglietto bastardo che affiora dall’acqua. Ad ognuno i propri pericoli.
Provo finalmente la moto di mio fratello, la sua è un Sea-doo XPDI, 950 cc 2 tempi da 130 cv capaci di portarti a quasi 100 km l’ora, a iniezione, che in acqua vuol dire soprattutto poter contenere i consumi. Per capirci, questo scherzetto è costato a noi col 90 cv, circa 140 euro di benza, mentre lui se l’è cavata con una sessantina.
La bestia rossa è veramente tanto più veloce, soprattutto nei cambi di direzione, al contrario delle nostre chiatte è difficile da controllare e da sfruttare. Preferisco tornare alla mia rassicurante barchetta gialla.
A Marina di Campo rabbocchiamo ancora, se penso che con tutta quella benzina col mio LC4 arrivavo in Sicilia…
La stanchezza comincia veramente a farsi sentire, sono preoccupato per come farò a tornare a casa, ma almeno io sono sulla moto da solo e posso stare comodo in piedi. Mia cugina e il suo ragazzo, costretti a stare seduti, sono praticamente lessi, oltretutto il mare, nel pomeriggio, comincia ad alzarsi, e i famosi salti si sprecano.
Dal mare osserviamo la parte del monte Calamita, l’antica zona mineraria dell’Elba, quella dove so che si va a fare fuoristrada. Proseguiamo infine senza soste, tenendoci piuttosto al largo, fino all’Isola Palmaiola, dove ci fermiamo per un ultimo bagno.
Riaffrontiamo infine la traversata verso Piombino per riconsegnare le moto e ne approfittiamo per dare tutto il gas possibile: questa cosa sicuramente mi mancherà tanto, il poter girare disinvoltamente la manopola del gas, senza preoccuparsi dello stato dell’asfalto o di chi potrebbe esserci dietro la curva, o delle conseguenze di uno scivolone. Bisogna ammettere che , come tutte le cose, sfogarsi con questi balocchi ha i suoi lati positivi.
Io sono cotto dal sole e dalla stanchezza, sicuramente mi spellerò la testa. Il tempo di riprendersi appena, infilarsi di nuovo la tuta e riparto per Firenze. Comincia a imbrunire quando passo di nuovo da Massa Marittima, al ritorno ho deciso di riprendere la statale, soprattutto perché facendo una strada tutta curve spero che mi venga meno sonno.
Ed ecco finalmente che arriva il cervo, ve ne eravate scordati?
Avevo detto che mi aveva salvato la vita, e in effetti è stato proprio così.
Penso che sia stato poco prima del bivio per Belforte, vicino a Radicondoli. Io stavo veramente per addormentarmi, avevo provato i colpi di sonno in moto solo un’altra volta, sull’autostrada in Austria per andare in Ungheria, e sapevo quanto siano pericolosi. Cercavo di stare in piedi, anche per prevenire il dolore alle chiappe, e temevo più che altro che qualche gatto o una volpe mi attraversasse all’improvviso, quando lo vedo: un cervo, enorme, altissimo, con un palco che sembra un attaccapanni che sta per in filarsi in mezzo alla strada. Poi ci ripensa, forse è spaventato dall’Akra aperto e si ferma sul ciglio. Io mi caco addosso, adrenalina a secchi che mi sveglia di botto, rallento, lui non si muove e riesco a passare oltre, ma la paura riesce a tenermi sveglio finchè non arrivo a Colle. Forse mi è bastata quella strizza, ma riesco ad arrivare a casa. Sono veramente cotto.
E’ vero, avevo sottovalutato la stanchezza, e mi ci vorrà il resto delle ferie per riprendermi dal primo giorno!
Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”