• Garfagnana, odore d’Africa

    by  • 17 agosto 2011 • Avventure, Itinerari, Maxi Enduro • 0 Comments

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    Su e giù per le redole in compagnia di Piero Della Santa e della Lucar BMW di Lucca

    Bisogna ammettere che quelli della BMW non si fanno mancare proprio niente. Non mi riferisco solo alle ipertecnologiche R1200GS, spesso allestite come vere cattedrali dell’accessorio o alle nuovissime XChallenge, che portano la BMW in prima fila nel contesto delle dual sport, ma al fatto che quando organizzano una cavalcata, pensano bene di scegliere degli stupendi percorsi fuoristrada, scorrevoli e divertentissimi che mettano in risalto le doti delle loro maxienduro.

    Nel caso specifico del giro proposto dalla Lucar di Lucca per il fine settimana del 28 e 29 luglio ’07, la stesura del percorso era affidata a Piero Della Santa, crossista, dakariano (perché dire ex? L’esperienza non è una malattia, è una cosa che si aggiunge), persona di una cordialità ed entusiasmo monumentali, nonché organizzatore della “Transtoscana” e delle precedenti iniziative “GS riders”.

    Per questa edizione la Lucar ha allargato a tutte le enduro, maxi e non, la possibilità di partecipare, portandoci a spasso per le “redole”, le sterrate lucchesi, per due giorni, con pernottamento in tenda alle Lame di Capraia presso un rifugio di pastori, che ci hanno ospitato per la cena del sabato.

    Il giro formava un anello, che partendo da Guamo, attraversava la città di Lucca fino a ponte a Moriano, per arrivare, fra sterrato e asfalto a Collodi e ritrovare per buona parte il giro già descritto su questo sito nell’itinerario di “Figli di Annibale” (http://www.ilkiddo.it/dblog/articolo.asp?articolo=4) e fatto con i motard, solo nel senso inverso, vale a dire fino a Casabasciana e poi da Montefegatesi per la foce di Giovo, con sosta all’Orrido di Botri per pranzo, sempre nel senso inverso.

    Una volta scesi sotto il Passo dell’Abetone, la nostra imponente armata formata perlopiù dai mostruosi panzer tedeschi (e non mi stancherò mai di lodare il coraggio dei piloti-carristi) si dirigeva verso il Passo delle Radici, San Pellegrino e poi Le Lame.

    Dopo la sosta della notte, si calava per una sterrata mozzafiato fino a Capraia, per poi raggiungere Castelnuovo Garfagnana, Trassilico e infine Vallico sempre in fuoristrada, per poi tornare a Borgo a Mozzano per il pranzo finale. Stanchi morti. Tempo bello, nessuno si è fatto male o ha distrutto la moto. Ci siamo proprio divertiti. Bravo Piero, si vede che a fare la Dakar qualcosa si impara.

    Questo, se avessi dovuto raccontarla a qualcuno di cui non mi fregava un granchè, il riassunto della due giorni in fuoristrada alla quale ho partecipato in uno degli ultimi fine settimana di luglio, periodo pre-vacanziero e quindi devastante ma che mi ha portato ad allargare tantissimo la mia sensibilità in merito al vivere l’enduro, il Rally, la moto in generale, permettendomi di conoscere un caleidoscopio di persone, meravigliose per quantità di sfaccettature, tutte interessantissime, e a crescere come motociclista e come persona.

    Non voglio certo tediare chi legge, se mai ci sarà qualcuno che lo fa, ma penso di rappresentare, con questo mio spazio su internet, una di quelle tante facce, e di avere la possibilità, al contrario di chi scrive su un giornale, o deve rivolgersi a qualcuno sinteticamente per dover vendere qualcosa, di poter raccontare le proprie esperienze in uno spazio più ampio.

    “Ho una macchina del tempo, ho tutto il tempo che voglio”, diceva Marty Mcfly subito prima di combinare un mezzo casino.

    La bellezza di un’esperienza del genere comincia qualche giorno prima, quando raduni l’attrezzatura necessaria, e che sinceramente non usavi dalle ultime vacanze in Spagna con gli amici: la tenda, il sacco a pelo, la padellina antiaderente. No, scherzo, quella non l’ho presa.

    E anche quando parti all’alba da casa, le prime lunghissime ombre disegnano sull’asfalto ancora non arroventato la silouette del pilota col casco da cross in sella alla monumentale maxienduro. Sembra di vedere una di quelle foto che innumerevoli volte mi sono messo a esaminare al microscopio, e invece sono io!

    Comunque non mi voglio certo nascondere dietro un dito, io alla due giorni in Garfagnana di enduro ci sono andato certo perché pensavo che sarebbe stata ganzissima, ma soprattutto perché l’allora direttore di Motociclismo Fuoristrada, Lorenzo Cascioli, mi voleva conoscere, e io volevo conoscere lui e il Mario Ciaccia, redattore e icona del mondo del giornalismo motociclistico. A dire la verità mi hanno usato per fare da “schiavo” per le foto, anche se voleva dire rimanere immancabilmente in fondo e cercare di riprendere continuamente il gruppo, formato da una quarantina di moto. Una per tutte, il Ciaccia che mi fa: “ti andrebbe di fare quei due tornanti laggiù per fare una foto panoramica?”

    Io, che il sabato mattina ero carico come una sveglia e mi divertivo come un deficiente, faccio:

    “Certo!”. Lui monta un cannone sulla macchina fotografica, io parto a razzo scansando una dozzina di vacche e mi fiondo per un 5 o 6 km. Quando torno lui non c’è più, e io riparto a razzo per raggiungere almeno la jeep dell’assistenza.

    Sulla jeep, con ricambi e benzina, il fotografo, Claudio “il pisano” Giannini, somigliante in maniera imbarazzante a Gastone Moschin, ci ha seguiti facendosi tutto il percorso. Anche lui prestato più per passione che altro al mondo delle due ruote, schiavo volontario come me. Mi ha appena incoraggiato per telefono “cosa scrivi, chi vuoi che te lo pubblichi?”. Meno male che i fotografi non scrivono…

    Alla partenza, spiccava fra le altre la moto di Stefano Turchi, un’Adventure 990 KTM con uno scarico degno delle ufficiali, stupendo. Il pompiere grossetano si era concesso questa gitarella (per lui, per noi poveri mortali è stata massacrante) come blando allenamento al Rally dei Faraoni, che correrà nella prossima edizione. La forza che esprime a vederlo guidare è pari solo alla bonarietà e alla simpatia del personaggio.

    C’è già chi lo chiama “il cinghiale”, ma non sembra una bestemmia.

    Sempre su KTM, ma un 450 enduro, un altro Dakariano, che per aver fatto il percorso su una racing non ha riscosso granchè la simpatia del popolino. I veri eroi della due giorni senza dubbio, come ho scritto, sono stati i piloti delle enormi GS 1200; qualcuno, oltre ai faretti, il navigatore, le borse e borsette dedicate, le protezioni in ferro e plastica, i quadrelli asportabili per l’appoggio del cavalletto, le protesi per allungare il pedale del freno, il parabrezza regolabile (elettrico, ovvio), le manopole riscaldabili, la sella racing, ma sicuramente sto dimenticando qualcosa, aveva anche la telecamera. Fra questi anche due allievi ripetenti, nel senso che l’hanno fatta due volte, della scuola di Erika Mugnai e Carlo Cianferoni, il GSSS off per maxi enduro. Sicuramente i corsi sono serviti, dal momento che, non avendo altra esperienza di enduro, i due affiatatissimi viareggini si sono fatti, col loro passo ma senza mai avere problemi, tutto il percorso.

    Sempre BMW, sicuramente da ricordare, anche perché hanno veramente fatto sospirare un po’ tutti, le derivate R 80 GS; derivate perché qualcuna dell’ R 80 non aveva più nulla o quasi. Penso che la cosa che piace di più sia l’effetto “cicogna” dovuto al monobraccio con il mono rialzato, che contrasta con quei cilindroni veramente troppo sporgenti.

    Di solito i detrattori del Boxer BMW in fuoristrada elencano i casi in cui hanno visto i cilindri incastrarsi lasciando la ruota a girare nel vuoto, cosa che, almeno in questo caso, non sarebbe potuta succedere, visto che i percorsi non erano mai tali da mettere veramente in difficoltà: perlopiù strade bianche, oppure sterrate di collegamento, percorse a piedi oppure a cavallo dai normali utenti, per noi una vera manna, con l’eccezione del tratto che scende verso la Foce di Giovo. Se col motard, ma in salita, si tremava sentendo le botte ma si riusciva ad arrampicarsi, con i bestioni in discesa non è stato poi così facile. Un neofita assoluto dell’off, su Aprilia Caponord con gomme stradali e abbigliamento da turista invernale, l’ha appoggiata diverse volte in terra, prima di rinunciare.

    L’ha salvato SuperPiero, portandogli la moto in salvo. Va detto che cominciare l’esperienza fuoristrada con una full-immersion di due giorni può essere un modo un po’ traumatico di iniziare, e anche chi scrive su quel pezzetto è stato messo in difficoltà. Sicuramente l’essere partito al sabato mattina (che comunque riservava i tratti più lunghi) senza pensare ad amministrare minimamente le energie, è servito a sentirsi cotto subito dopo pranzo, e se al mattino potevo permettermi di fare il bischero come volevo, la sera vedevo i pachidermi che mi passavano con andatura inesorabile, mentre il povero Big riprendeva il peso che esprime da fermo e mi era impossibile recuperare una velocità di galleggiamento sugli ostacoli. Anche questo ti insegna un giro più lungo della solita uscita di poche ore, che imita in piccolo un’avventura “africana”: l’imparare ad amministrarsi, a tenere sotto controllo la stanchezza, la sete (caldo comunque era), il livello di attenzione. Passo il Kascio su una sterrata in discesa, lui è messo in seria difficoltà dalla nuova XChallenge con freni degni di un supermotard e sospensioni tarate per una pista da cross, io lo passo sentendomi la sella che batte contro la schiena, imposto le curve con la spalla, derapo, salto; salto anche l’indicazione di voltare a sinistra costituita da una fettuccia gialla del gas “così non le levano” (geniale). Arrivo in un paesino dove il gioco a palla in mezzo alla strada principale dei bambini tradisce che no, di lì non sono passate altre trenta moto, torno indietro, ritrovo l’indicazione, ribecco il gruppo, fermi a bere.

    “Così si perdono le Dakar”, mi fa il Kascio, “si, ma ci si diverte come stronzi a Lucca”, gli rispondo io. Vedo il casco che tentenna, sta ridacchiando mentre risale in moto.

    Emozioni, tante, come quelle che deve aver provato il sedicenne sceso da Trieste con il Beta 125 4t facendo 680 km di strade statali insieme al padre su Africa Twin. Davvero non saprei perché, ma in fondo li ho veramente invidiati.

    Diverse le Africone presenti, fra cui quella del Ciaccia, che mi ha fatto provare. A dire la verità era lui che voleva provare il Big, così lo poteva sputtanare a livello nazionale, mentre io ero terrorizzato a guidare la sua. Devo ammettere che è un altro pianeta, il motore è quello perfetto con una gran forza ai bassi, tanto da non metterti in difficoltà anche se ti trovi a ripartire sulle pietraie, ha una ciclistica Honda, non capisci come possa esserci qualcosa di diverso, per i viaggi è perfetta perché protegge anche molto di più, ad esempio, delle BMW, che sui tragitti lunghissimi affaticano gli avambracci. A livello di sospensioni, con una forcella adeguata, diventa praticamente inarrestabile (mettiamoci anche il cerchio da 18” dietro, và). PERO’, ha un unico, enorme difetto che per me è veramente quello che mi impedirebbe di idolatrarla come l’unica moto al mondo, ovvero, non mi entrano i ginocchi nelle svasature del serbatoio. Ovvero, o stai con le braccia distese tipo chopper e le ginocchia dentro (ma cmq ti battono davanti, dopo un po’ fanno anche male) con un controllo del mezzo inesistente, oppure stai con le ginocchia fuori, modello son cresciuto dentro ai pantaloni. Se un giorno andate in Giappone e vedete uno con le braccia distese che gli arrivano ai polpacci, quello ha progettato l’Africa Twin. Probabilmente i modeli successivi, che non ho mai provato, erano meglio, per il resto stupenda! Ma la cosa che mi è piaciuta di più è che lui aveva il manubrio piegato a destra, mentre io ho la forcella svirgolata a sinistra. Abbiamo già qualcosa in comune.

    La sera, o meglio il pomeriggio, montiamo le tende al bivacco, in realtà un pezzo di prato fra piante di mirtilli, il bosco alle nostre spalle, famiglie di campeggiatori intorno. Una cannellina con un abbeveratoio per le bestie a 200 metri di distanza, accanto al rifugio dei pastori, era il nostro servizio igienico.

    Questi si sono attrezzati con un generatore e servono da mangiare su richiesta, oltre a gestire una sorta di bar improvvisato per i campeggiatori. Ci accorgiamo di essere in un’area neanche tanto isolata e sconosciuta ai più, nostro malgrado, qualche ora dopo esserci infilati nell’umidità delle nostre tende, poco speranzosi peraltro in un vero sonno ristoratore. Un gruppetto di poveri mentecatti, istupiditi da qualche droga sintetica, arrivati in quel luogo così difficilmente raggiungibile con tre chilometri di strada bianca con delle meravigliose jeep, schiamazzano e stamburano TUTTA la notte nascosti dal bosco sopra di noi, fra gli sporadici insulti dei campeggiatori, che riescono a svegliare anche quelli che, come me, hanno un proverbiale sonno granitico.

    Risultato, solo verso le sei vengono zittiti dalle minacce di un energico casellante di La Spezia su HP2 armato di macchinetta da caffè, ma ormai è quasi ora di rimettere le tende e di gustarsi la colazione spaziale dei pastori. La comitiva è distrutta dal sonno, qualcuno che non ha chiuso occhio per niente deve rinunciare al giro per ripiegare su asfalto. Io riesco solo a richiamare alla memoria le immagini dei bivacchi di chi corre i rally africani, diverse decine sotto un tendone, anestetizzati dagli effluvi degli stivali di quello accanto.

    E, ad essere sincero, alla barzelletta dei pomodorini.

    Ripartiamo per il tratto Sillico-Capraia, una sterrata di circa 20 chilometri in discesa, a dir poco memorabile; secondo un entusiasta Mario Ciaccia ricorda la Sardegna: forse per l’aspetto arido, il fondo pietroso, lo scenario mozzafiato di una strada che taglia le montagne senza che nient’altro tradisca la presenza umana, né abitazioni né altre strade. Solo un desiderio: tornarci, magari per percorrerla in salita. Una coppia di fidanzatini milanesi su Africa Twin, conoscitori delle sterrate della Garfagnana, viaggiatori amanti del Continente nero, ci confessano di aver cercato quella strada da tempo senza riuscire a trovarla.

    Per loro la soddisfazione di aver fatto il giro in coppia, e non deve essere stato facile, vista l’impossibilità di guidare in piedi e il dover subire tutte le botte.

    A pranzo li sento parlare insieme agli altri, i giornalisti, i dakariani, o anche a chi ha soltanto partecipato a dei tour organizzati e non in Africa, di piste, di dune, di clima, di scorte di benzina, di strade in mezzo al deserto, di posti dove è proibito sbagliare direzione, pena il brivido di rimanere completamente isolati, magari senza scorte. Racconti che lasciano quelli come me che non ci sono ancora mai stati con una voglia enorme di provare quelle esperienze (magari non di rimanere isolati), di scoprire quei posti in sella alla motocicletta.

    Questo il senso che ho potuto ricavare dall’esperienza del bivacco, dai 300 km per la maggior parte sterrati, dalle persone incontrate, molte delle quali non c’è stato il tempo di conoscere, da un’esperienza che ti permette di confrontarti con la tua passione, immergendosi totalmente, anche per solo 36 intensissime ore, ma che ti avvicina col pensiero a chi vive a volte per settimane insieme alla propria moto: guidare, mangiare, dormire, guidare, senza soste, senza compromessi.

    Senza compromessi, te, la tua passione, i tuoi limiti.

    Nei racconti di Piero Della Santa, che si commuove e tocca il cuore parlando degli amici che hanno vissuto come lui questa enorme e a volte insana passione che ci accomuna, ho potuto veramente sentire, in Garfagnana, profumo di Africa.

    Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”

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    Ho sempre considerato me stesso come il prototipo del motociclista. Desideroso di fare nuove scoperte e capace, mi dicono, di raccontarle. Così, dopo oltre vent'anni di vita in sella e ricco della poca esperienza di pseudogiornalista, mi sono inventato questo blog, un punto di raccolta e di riflessione per chi, come me, è malato di moto, e spera di non guarire mai.

    http://www.ilkiddo.it

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