• L’enduro vero: la “Sgommata di Pomino”

    by  • 18 agosto 2011 • Test • 0 Comments

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    L’endurista, fondamentalmente, è un masochista e un sadico.

    Si comincia di solito trascinati da conoscenti che cercano di convincerti quanto ci si può sentire ganzi a soffrire spingendo 10.000 euro di metallo e plastica per una salita di sassi e fango. Poi, dopo le prime volte che si fa enduro – di solito per cercare di ammortizzare la spesa iniziale – si prende un po’ la mano, si comincia a farsi un po’ meno male, e si rinnova ad ogni uscita il piacere di espiare le proprie colpe su sassi scivolosi, inguidature mangiaruota, scese da infarto. A questo punto, si decide che è il momento di provare il gusto sadico di coinvolgere qualche altro disgraziato.

    Questa la mia opinione su una disciplina che sinceramente mi affascina, ma che probabilmente, a causa di una discreta mancanza di continuità, non sono mai riuscito ad affrontare con serenità.

    L’enduro, quello vero, mi da ansia. Ho paura di non riuscire a fare tutto, di farmi male, di far aspettare quelli che sono con me. Per questo non ci vado quasi mai.

    Salvo venir trascinato, appunto, da incolpevoli appassionati, che per me diventano dei veri sadici.

    In questo caso l’invito proviene dagli amici di Fuoristrada, che hanno deciso di premiarmi per l’uscita del mio libro portandomi a spezzarmi tutto. Devo dire che ho anche provato a declinare gentilmente l’invito dicendo, ad esempio, “non ho moto, il Dr 350 l’ho messo motard”, ma loro niente; anzi, per cercare di mettermi a mio agio, prima mi minacciano di portarmi un’Husky 300 2t (oggetto per me assolutamente alieno), poi per fortuna il Ciaccia si presenta con due delle moto considerate fra le più facili, adatte ai meno esperti e immediate che possa offrire il mercato: le 400 quattro tempi di Beta e Ktm.

    Così, io che al massimo faccio qualche strada bianca con le maxienduro o col motard, mi ritrovo per la terza volta alla Sgommata di Pomino.

    È la più fiorentina delle cavalcate, anzi in una città dove i praticanti di enduro di tutti i tipi sono numerosi, complici anche i pochi divieti nei paraggi, penso sia anche l’unica.

    Per questo è diventata ormai più che altro un rito di aggregazione, e dal momento che i posti sono quelli battuti dagli enduristi quasi tutte le domeniche, ci si va con una sorta di snobismo, come se non dovesse suscitare ormai più l’attenzione di nessuno. In realtà i boschi della tenuta del Marchese Frescobaldi dal punto di vista paesaggistico non offrono granchè, salvo sul crinale vicino al passo della Consuma. Il protagonista vero, è il gas!

    Devo dire prima di tutto che non capirò mai perché la Sgommata viene fatta a fine novembre, in un posto notoriamente freddo, dove il terreno, che normalmente consentirebbe un’andatura dignitosa anche agli scarponi come me, diventa una solida massa di ghiaccio. Quest’anno la sfiga ci ha preso anche di mira, perché ha piovuto due giorni prima, inzuppando ben bene il terreno, e poi le temperature sono calate di una decina di gradi. Fantastico, meglio non poteva venire, lo strato di ghiaccio. Io la sapevo, ‘sta cosa, mi sono fatto il segno della croce, e chinando il capo alla mia naturale inclinazione a cacciarmi nei guai e a fare cose per le quali non sono preparato, mi lascio trasportare dagli eventi.
    Aspettando di partire, però, mi si chiude lo stomaco osservando qualche moto parcheggiata opportunamente attrezzata con le gomme chiodate. Andiamo bene…

    In questa “avventura” ci accompagnano un paio di ragazzi che è quasi impossibile non definire “mosche bianche”. Secondo me rappresentano molto bene uno spirito costruttivo, quello del vero appassionato, che con pochi soldi, acquistando enduro dual sport di vecchia concezione, come Xr 400 o Tt 350, affrontano praticamente ogni tipo di percorso: dalla cavalcata impegnativa come questa, all’avventura all’Elefantentreffen attrezzati con tenda e sacco a pelo; magari, immagino, sognando l’Africa, o perché no, il giro del mondo. Uno spirito soprattutto contemplativo, al limite del disinteresse per la smanettata, ma animato da una passione vera. Pochi soldi, tanta voglia di vivere pienamente la moto. Parlando con loro, sostengono di non essere dei casi così rari, e mi piacerebbe molto che avessero ragione.

    Partiamo prima di tutti, in modo da aver tempo per fermarsi a fare le foto, e io arraffo subito il Kappa. Credevo che la differenza fra il kappa e il betino stesse in tutto quello che non è motore, invece mi viene detto che il motore del kappa è totalmente nuovo Adoro le arancioni, il mio motard è un 520 quattro marce, le conosco, vanno interpretate, ma ti ripagano con un caleidoscopio di emozioni. Nel fettucciato alla partenza si sente subito il terreno gelato, e al primo fossetto Marione si blocca subito.

    Io passo saltando, mi sento figo. Beh, via, allora il manico non è andato del tutto perduto. Vuoi vedere che non faccio proprio una figuraccia?

    I miei sogni di gloria si infrangono alla prima salita, dove comincio a ravanare ciottoli e non riesco a salire. Boh! Mi hanno dato un’endurina perfetta, con un avantreno leggerissimo, un’erogazione elettrica, e io vado a fare di queste figure? Solo che mi sembra che vada dove vuole lei, salivo meglio col mio Dr 350…

    Neanche dopo qualche chilometro ci scambiamo le moto, e da buon fiorentino provo la Beta. Mi sento già meglio, riesco a salire senza bloccarmi, e prendo una gran confidenza. Sto per raggiungere gli altri partiti un po’ prima, e rimango in piedi su una discesa gelata. Hei, lo dicevo io che non andavo poi così mal… SBADABUM. Faccio un volo in terra. No, no, va bene, vuol dire che ho preso confidenza. Un po’ troppa, forse…
    Mario riparte per fare le foto, solo che si ferma poco dopo e io e Francesco, un ragazzo del nostro gruppo non lo vediamo, così tiriamo dritto fino al bivio facile-difficile. Ok, io e il mio compagno ci separiamo, io vado a vedere se lo ritroviamo dalla parte facile, mentre Francesco va dalla parte difficile. Eh eh.

    Arrivo alla congiunzione dei due tratti, di qui non mi scappa nessuno. Intanto cominciano ad arrivare anche tutti quelli che non sono partiti, come noi, decisamente in anticipo. Boia come vanno! Ne approfitto per fare salotto con quelli che si fermano, anche perché molti li conosco, altri sono amici di amici, e passo serenamente almeno questa mezz’oretta, spiegando che io sono lì per sbaglio. Fra questi Btb, Presidente dei Sommeliers d’asfalto, che si è fatto la cavalcata, con un bel passo, con un Bmw 650 Xchallenge.

    Finalmente Mario e suo fratello arrivano, dicendomi che la parte difficile non era poi così tremenda. Sopravviverò alla curiosità. Mi viene reso il kappone, col quale proprio non riesco a trovare feeling. Mi sembra davvero che vada dove vuole. Provo a sgonfiare le gomme, forse va meglio, ma sentirmi sicuro, questo proprio no. Sono una buccia. Mi danno le moto più facili in commercio, e io riesco ad andare solo come un deficiente, praticamente seduto sia in salita che in discesa. Che vergogna. Per fortuna mi aspettano, Mario vorrà assicurarsi che riesca a portare la moto in fondo sana e salva. La cosa più buffa è che finchè i tratti sono scorrevoli, faccio il sacco di patate e mi piango addosso, tremando al momento in cui il percorso diventerà tecnico. Quando si presentano i pezzi difficili, dove bisogna salire nei canali fra i pietroni, prendo sicurezza e vado su tranquillamente, addirittura divertendomi.
    Ma nel frattempo, mi sono ripreso il betino. Diciamo che il Beta lo sento pistonare, ha davvero il suono simile al mio 520 e ha un’ergonomia (ridete, ma l’impressione è quella) che ricorda l’M4 di mia moglie, mentre il kappa ha una erogazione praticamente elettrica, e magari se fossi un po’ meno impedito mi darebbe più soddisfazione, la sentirei più “moto”.

    Fatto l’unico pezzo difficile, per me ricomincia un calvario fatto di tratti piuttosto scorrevoli. Il problema sta nel fatto che il fondo è gelato, quindi la ruota rimane dentro l’inguidatura, e io non sono in grado di cavarla fuori. Rinuncio a guardare quei metri davanti come si impara da principianti e continuo ad andare di rimessa, sedendomi continuamente, stroncandomi il culo, la schiena e le anche. Io lo so che probabilmente per la maggior parte dei praticanti la cavalcata avrà avuto una difficoltà nella media e qualcuno verrà a dire che è un po’ corta, ma io non vedevo mai la fine. La cosa bella è che il Ciaccia mi chiede “come faranno ad andare così forte su questo fondo gelato?”

    A me lo chiedi? Saranno i chiodi. Io, è grassa se sopravvivo. Anzi, vado così piano che non riesco neanche a stancarmi. Ormai cerco solo di arrivare in fondo. Fra quelli caduti malamente, intravedo il Cento, che ha divelto la plastica posteriore della moto, e neanche se ne era accorto.

    Fortunatamente una salita un pò più difficile risolleva il mio umore ridotto uno straccio. Quelli bravi salgono in piedi a manetta, incuranti che la moto vada via da tutte le parti, saltellando da un’inguidatura all’altra, con un colpo d’occhio che in un istante li fa decidere, d’istinto, come dei gatti, come spostare il corpo, dove mettere le ruote. Fanno lavorare le sospensioni, sfruttano la cavalleria, sentono la moto come lavora. Alla fine del giro daranno un paio di click in compressione alla forcella e uno in estensione al mono; però a metà salita parecchi si bloccano, ravanando come cinghiali. Io parto mesto, seduto come un cretino, zampetto come faceva mio figlio sul girello, PROT PROT, e col mio quattrocentino arrivo in cima. Mah, finire la finisco.
    Solo che sono di una lentezza mostruosa, ora capisco quelli che vengono col mio gruppo di motard e poveracci non ce la fanno a tenere il passo.

    Decido che devo prendere coraggio, guardare avanti una decina di metri, stare in piedi.

    Parto davanti a Francesco e al fratello di Mario; no, dai, sto andando bene, vedi che basta un pò di fiducia e si comincia ad andare ben…. RISBADABAM. Perdo l’anteriore e volo di un tre metri buoni. Sono sicuro di essermi spaccato. Questa non è terra, è una lastra di ghiaccio. Boia che botta! Culo che la moto non è la mia… mentre i miei compagni mi aiutano a rialzarmi uno si sofferma e ci fa: “certo che vu vi siete fermati in un postaccio…”

    Scusa, la prossima volta la boccata la batto due o tre metri più avanti, così è meno pericoloso…

    Ora sento male dappertutto davvero. Penso che la fine sia vicina (quella della cavalcata, non la mia), ma ci deviano un po’ artificiosamente dentro al bosco. Tecnico, meglio, almeno non è ghiacciato! Passo per motivi fotografici davanti a tutti e rimango interdetto sul bordo di una pettatina di due metri a strapiombo. Non io. Non di lì. Perché dovrei farlo? Il Ciaccia mi passa accanto, ma non riesce ad umiliarmi, ormai sono nichilista. Rimango sul bordo, ora conto fino a tre, come quando, quindicenne, dovevo saltare dai cinque metri del trampolino della piscina, ma qui non ci sono ragazzine da dover impressionare. Hei, giornalista, vieni a prenderti la moto! Intanto lui sta tirando fuori la macchina fotografica. “te la faccio mentre scendi”. “No, senti…” come un’eiaculazione precoce, la ruota davanti sta scivolando di sotto. Sapevo dall’inizio cosa avrei dovuto fare: mollare freni e frizione e lasciar scorrere la moto, e ce la faccio.

    Mario non ha fatto in tempo a fare la foto, ma tanto sarei stato così brutto che la gente sarebbe tornata dal giornalaio per farsi rendere i soldi.

    Lo dicevo che riuscivo a farla tutta, e infatti, facendomi aspettare, zampettando come un pollo, brutto da morire, porto la moto in fondo. Tornando ripassiamo dal fettucciato, dove un sacco di manici impressionanti si danno battaglia sgomitando un giro dopo l’altro. Bellissimi da guardare, ma io sono felice di aver finito, e un po’ avvilito con me stesso. Devo dire che, togliendo l’enduro con le maxi, che il più delle volte si tratta di strade bianche, la mia esperienza di fuoristrada si limita proprio a questa cavalcata, e in questo sport l’esperienza è tutto. Mah, forse, riprovandoci, su altri fondi, da altre parti, facendo un po’ di allenamento… l’anno prossimo la potrei fare con un minimo di dignità in più, e chissà che non riuscirei a fare qualche metro dietro a uno di quei manici.

    No, via, basta andare a cacciarsi nei guai…

    A questo punto, resta la domanda che si saranno fatti un po’ tutti:

    “ma non potevano portarci uno bravo?”

    Certo, ma come dice Roger Rabbit, “Non avrebbe fatto ridere!”

    Il meglio delle Avventure del Kiddo è narrato nel libro, edito da Promoracing Editore, “Strade Traverse”

     

    About

    Ho sempre considerato me stesso come il prototipo del motociclista. Desideroso di fare nuove scoperte e capace, mi dicono, di raccontarle. Così, dopo oltre vent'anni di vita in sella e ricco della poca esperienza di pseudogiornalista, mi sono inventato questo blog, un punto di raccolta e di riflessione per chi, come me, è malato di moto, e spera di non guarire mai.

    http://www.ilkiddo.it

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