• BOCCIATO!

    by  • 18 agosto 2011 • Gs • 0 Comments

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    Col Gualo a scuola di off-road
    Una mia prof ai tempi del liceo diceva:
    “più cose si sanno, più si sa di non saperne”.
    Benché chi mi conosce bene sia portato a sostenere fermamente il contrario, io non sono uso peccare di vanagloria, ma quando penso che mi sto avvicinando a grandi passi al quarto di secolo da quando per la prima volta inserii la prima sul mio Fantic Raider 50, mi viene inevitabile pensare a me stesso come ad un veterano della guida della motocicletta.
    Diciamo che posso pensare di non essere l’ultimo dei bischeri.
    Dopo l’ennesima drammatica esperienza in fuoristrada alla Sgommata di Pomino, però, mi sono imposto di provare a frequentare finalmente un corso, una scuola dove arricchire la tecnica di guida, perfezionare la capacità di portare sullo sterrato i bestioni che mi hanno sempre affascinato.
    Di corsi di guida in fuoristrada ce ne sono veramente un’infinità: sembra che tutti i migliori manici del Belpaese, pur di non mollare la manetta, si mettano a insegnare agli impediti come me.
    La domanda più spontanea che viene in mente è: “ma questi corsi, servono davvero a qualcosa?”
    Se uno è, o è stato un grande pilota, sarà davvero in grado di insegnare agli altri, riuscirà a trasmettere qualcosa a chi si trova a frequentare un corso?
    Dal momento che chi impara a guidare una moto si affida dapprima ai consigli di un amico, e poi col maturare dell’esperienza al proprio istinto, non si ha quasi mai una preparazione “scientifica”, una base teorica su quali siano i principi, gli equilibri, la dinamica e la distribuzione delle forze che ci permettono di condurla.
    Similmente, a volte si fanno attività sportive, si compiono sforzi fisici senza un’adeguata preparazione sui movimento giusti o sbagliati.
    Bisogna partire prima di tutto dal concetto fondamentale che la moto è una prosecuzione del nostro corpo, uno strumento che obbedisce a pressioni e spostamenti di pesi. Per questo i grandi piloti sono capaci di compiere e di esaltare il ”gesto atletico”. In parole povere, quello che per noi è una scesa da infarto, per il pilota è un’opportunità di mettere alla prova la propria abilità tecnica, una frenata sull’erba bagnata si trasforma in un insieme di spostamenti di pesi e pressioni da modulare sull’’impianto frenante, una serie di ostacoli da superare una sequenza scientificamente razionalizzabile di precisi gesti da compiere. Un gesto atletico, appunto.
    E chi, meglio di un istruttore di educazione fisica può essere in grado di formulare questa serie di regole sempre valide alla guida, soprattutto in fuoristrada?
    Esatto! L’altro prof, quello col fischietto che ci minacciava un 3 in pagella perché vi nascondevate dietro una colonna a fumare insieme a quello sfaccendato del Marilli invece di correre in tondo. Oppure quello della palestra che insiste per farci vedere come si fa lo squat senza rischiare un’ernia, ma che assume nel farlo posizioni a dir poco ridicole. Certo, se questo ipotetico professore fosse poi un veterano dei rally africani come il Faraoni o la Dakar fin dalle prime edizioni (quando si portavano le bottiglie di benzina nello zaino sulla schiena e le moto si riparavano con un martello e del fil di ferro) e avesse poi la giusta loquacità e capacità di spiegare i concetti in maniera chiara e diretta, sarebbe un insegnante degno di rappresentare la scuola più blasonata di off che si possa immaginare.
    Ovvero, sarebbe il Gualo!

    E’ quello a destra, quello a sinistra è uno di Novoli che sta dicendo: “siamo quì per divertirci”, come si può vedere perfettamente dall’espressione divertitissima.

     


    Certo nel caso del Gualo va messa anche in conto una notevole capacità imprenditoriale di sé stesso , del proprio carisma e immagine; possiamo anche sbilanciarci nel sostenere che poter condividere i ricordi di una persona del genere, che snocciola con incredibile naturalezza nelle poche pause che si concede, valgono sicuramente da soli il prezzo del corso.
    Alla scuola del Gualo convergono in maggioranza quei viaggiatori che in sella a pesanti bicilindriche si spingono un po’ dappertutto in giro per il mondo e che non di rado si trovano a dover affrontare strade sterrate, non sempre agevoli, a volte piste nel deserto, magari carichi di bagagli.

    Per comprendere le più comuni situazioni che si possono imparare ad affrontare, al corso si impara prima di tutto la gestione del peso sulla pedana interna, spostando il peso del corpo all’ esterno della curva, dal momento che “non si può condurre la moto o evitare un ostacolo ad alte velocità, se prima non si capisce le dinamiche dei pesi a bassa velocità”. Per questo, dopo una lezione teorica in aula, si affronta una gimkana di paletti in pedi sulle pedane, e poi si esegue un percorso sterrato dove si impara a condurre le moto (a disposizione degli allievi praticamente tutta la gamma di moto da fuoristrada Bmw) in piedi a bassa velocità.
    Sembra incredibile quanto si riesce ad apprendere da questo semplice esercizio, e non sorprendetevi se nei giorni seguenti al corso vi ritroverete a ripeterlo da soli sulla vostra moto mentre tornate dal lavoro.

    Segue poi la frenata di emergenza, da effettuare prima col solo freno posteriore, poi con la frenata integrale. Importantissimo disinserire ABS, ASC, e diavolerie elettroniche varie, che “in fuoristrada non servono”, anche se vi verrà naturale un sequel di bestemmie mentre spippolate come deficienti per spegnere tutte le lucine che lampeggiano sulla strumentazione come un albero di Natale. Il problema ovviamente è riuscire a gestire 250 kg di ferro e plastica che sbandano e vanno dove vogliono; e se nel campetto scuola pari e rassicurante sembrava una cosa ancora fattibile, è diventata una manovra suicida, dopo, provare a ripetere le stesse manovre sull’erba bagnata. Prima, la ruota pattina; seconda, pattina ancora, ma l’Hp2 comincia a muoversi (ed era meglio quando pattinava), 50 metri dopo sei in terza, il Gualo urla “STOP”, ma io avevo fatto il furbo, e avevo levato prima. Il Gualo mi si incazza (e aveva ragione).
    Altri esercizi: salita e discesa.


    Sulla salita vo bene (che ci vuole?) peso centrale sulle pedane, si apre il gas, quella mi viene bene.
    Un ragazzo molto più capace di me si pianta a metà col Gs 1200, forse per una macchinazione del nostro maestro, che ne approfitta per mostrarci come funziona la “compagnia della spinta”: pilota in sella sulla moto bloccata che grava col peso sulla ruota posteriore, prima e un filo di gas. I compagni che afferrano le forcelle (mai spingere da dietro, oltre alla lapidazione col fango si rischia che le mani scivolino e vadano dentro la catena) si fanno tirare dagli altri con l’altra mano, e così via fino ad esaurire la manovalanza. Incredibilmente l’ippopotamo emerge dal fango, tutti esultano. Rimane il quesito: “ma se invece che nel campetto a Castelfalfi fossimo stati nel mezzo della Mauritania, quanti scapaccioni si prendeva il cretino che non sa leggere la cartina?”
    La discesa ovviamente è più difficile, ovvero: se si tratta di lasciare andare la moto e farla frenare dal motore non ci sono problemi, il bello è quando su una scesa ripida e fangosa si deve rallentare un Gs 800 con tutti e due i freni, per poi fermarsi in fondo e girare fra il Gualo e il paletto, in piedi e gestendo lo spostamento del peso gravando sulla pedana interna (come fra i paletti). Ovviamente faccio schifo, manca poco investo il Gualo, metto i piedi in terra, e lui mi si riincazza.
    Superamento di ostacoli in sequenza: alleggerire l’anteriore, colpetto di gas, si evita di prendere botte con la ruota davanti o sotto al motore. Io faccio: BONK, TOK, ruota, sottocoppa, ruota, sottocoppa. Alla trentaduesima volta che ci riprovo penso che il Gualo si sia persino stufato di brontolarmi, invece mi dice: “lo vedi che va meglio?”. Sono commosso, bagno a gommapiuma degli occhiali con una lacrimuccia e mi avvento su una imitazione di touille ondulée col sedere indietro e le braccia distese per alleggerire il carico sull’avantreno. Stessa cosa, lasciando il manubrio addirittura quasi lasco per i tronchi che formano le inguidature nel terreno, praticamente l’incubo di ogni viaggiatore in fuoristrada. Dai, ce la posso fare, forse non mi bocciano. Provo addirittura a derapare in curva, ma forse è meglio non esagerare…


    Il guado che dobbiamo affrontare lo passiamo la prima volta senza neanche accorgerci che c’è. Poi ci fermiamo e il Gualo ci spiega che ci sono due modi per affrontarlo: o lentamente, dopo essersi accertati che il fondo non nasconda qualche tranello, oppure con decisione, magari con un bel colpo di gas al limite dell’impennata. Sul modo lento mi zuppo semplicemente, ma non c’è troppo da sbagliare. Su quello veloce, mi si brontola che ho poca decisione nel cercare di impennare la moto. “eh, no, porca della pupattola, ora te lo fo vedere io se la tiro su, ‘sta littorina!”. BROOOO, passo il guado su una ruota, solo che dopo tocca frenare perché c’è la curva, ma levo il gas troppo tardi. Frenata di emergenza, slitto sul fango, cazzo entro nel bosco! FRUSH, mi infratto nella macchia. Pruni dappertutto, emergo dai rovi, il Gualo si complimenta con me per come ho affrontato il guado. “Che figura”, faccio io, ma lui ne approfitta per farmi vedere come si tira su la moto.
    Sono senza speranza. Mi bocciano di sicuro.
    Per finire tutti a sfogarsi sul fettucciato, che serve da sfogo per gli allievi e per riassumere tutte le nozioni apprese durante la giornata.
    Il giorno dopo giro panoramico all’interno della Tenuta di Castelfalfi, ma purtroppo non sono potuto rimanere a divertirmi. Dovevo prepararmi per gli esami di riparazione.
    Di sicuro posso dire che se è vero quello che diceva la mia prof di chimica, adesso so quanto sono ignorante in materia di fuoristrada, per cui sono quasi uno scienziato… o no?!

     

    Il meglio delle Avventure del Kiddo è raccontato nel libro “Strade Traverse”, edito da Promoracing Edizioni

    About

    Ho sempre considerato me stesso come il prototipo del motociclista. Desideroso di fare nuove scoperte e capace, mi dicono, di raccontarle. Così, dopo oltre vent'anni di vita in sella e ricco della poca esperienza di pseudogiornalista, mi sono inventato questo blog, un punto di raccolta e di riflessione per chi, come me, è malato di moto, e spera di non guarire mai.

    http://www.ilkiddo.it

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