• Il mio primo quarto di secolo, di Carlo Nannini

    by  • 18 agosto 2011 • Ospiti • 0 Comments

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    Perché faccio quello che faccio.
    Il 17 febbraio 2010 è stata per me una data molto importante, più del giorno prima, quello che mi ricorda il veloce e tristo avvicinarsi degli “anta”.
    25 anni prima esatti, il 17 febbraio del 1985 provai per la prima volta, infatti, ad accendere il mio Fantic raider 50. Guidare un motorino con le marce non era una cosa semplice, avendo io scorrazzato abusivamente fino ad allora per il Pian del Mugnone con un betino senza marce, dalla miracolosa progressione in accelerazione ma quasi impossibile da fermare, tanto che ne fu vittima il tubo della grondaia di un vicino, che solo ora ringrazio pubblicamente per l’omertoso silenzio con i miei. Riuscire a familiarizzare con quella che a tutti gli effetti era una moto vera e propria non fu facile. I vari tuboni tipo Fifty o Beta erano più bassi e maneggevoli, la mia aveva posizione di guida e pesi degne delle sorelle maggiori: farsi scappare la frizione poteva avere conseguenze a dir poco imbarazzanti. Fra queste, tirarsela addosso fuori da scuola, mentre le ragazzine che avevano guardato ammirate quello col motorino fino ad un momento prima si sbudellavano a ridere mentre te supplicavi un gentile passante di darti una mano, e i tuoi amici lì a infierire. Bastardi.
    In sostanza è da allora che, senza interruzioni, guido abitualmente una moto.
    Un quarto di secolo! A vederla così è davvero tanta roba. Un pezzo di storia.
    Di solito ho sempre preferito le maxienduro, un po’ perché andavano di moda quando ho cominciato, e poi fare il salto ad altre categorie rimane difficile; un po’ perché la moto per me ha sempre rappresentato il modo di viaggiare, esplorare, conoscere, mettersi alla prova; anche se tante volte questo si traduce in “cacciarsi nei guai”. La priorità è sempre stata quella di accumulare più esperienze possibile, forse anche per carattere o naturale insofferenza alla ripetizione. Sarà anche per questo che ormai da alcuni anni mi sono inventato un avatar, il Kiddo, la cui faccia da culo mando avanti nelle mie apparizioni pubbliche, e che mi ha permesso di improvvisarmi di volta in volta giornalista, organizzatore di eventi, guida, pilota…
    Tutto questo con il fermo proposito di fare esperienza. Conoscere persone, luoghi, sfaccettature di un mondo così vasto significa potere, e come ci insegna lo zio Ben, da un grande potere derivano grandi responsabilità.
    Spesso mi chiedo se, invece di perder tempo davanti a un computer o in sella alla moto, non sarebbe speso meglio a fare servizio sull’ambulanza, ad aiutare materialmente chi può avere bisogno.
    In realtà credo che cercare di diffondere, per quanto possibile, una forma di cultura motociclistica, sia molto più importante che andare a raccattare la gente dopo che si è sfracellata contro un guard rail. Secondo la teoria che prevenire è meglio che curare, o che non sporcare è più facile che pulire, sono fermamente convinto che una costante e infaticabile opera di prevenzione ed educazione sia migliore di qualsiasi restrizione. Il modo più diffuso di lavarsi la coscienza da parte delle amministrazioni pubbliche riguardo ai temi della sicurezza stradale, consiste nel disseminare di autovelox i lati delle sedi stradali di maggior transito, con il solo risultato di far quadrare i bilanci comunali e di distogliere l’attenzione di chi guida.
    Fare davvero prevenzione, educare e insegnare quali sono i comportamenti da evitare, sembra che siano argomenti al di fuori della portata del pensiero di qualsiasi amministratore.
    Forse, la strada più giusta è quella di mostrare, attraverso una capillare opera di informazione, quante e quali infinite cose si possono fare con due ruote e un motore invece che mettersi una tuta (solo quando le temperature sono fra 17 e 24°C) e spararsi a gas aperto sulle solite due strade, le sole che si conosce.
    Organizzare raduni, proporre itinerari sempre diversi, giornate in pista (che rimane il miglior antidoto alla voglia di correre per la strada) è, in quest’ottica, la miglior forma di prevenzione che si possa immaginare se si parla di sicurezza stradale.
    Ecco perché mi piace raccontare le mie esperienze, dei posti che scopro, delle persone che conosco o dei guai nei quali mi vado a cacciare. Parlando di me,  racconto le storie di tutti quelli che si adoperano per rendere ancora più affascinante e inesauribilmente nuovo il mondo della motocicletta. A volte con qualche mania di protagonismo, altre cercando inutilmente qualche forma di guadagno.
    Non di rado qualcuno mi chiede – la maggior parte delle volte io stesso – perché faccio quello che faccio; perché mi sono costruito un personaggio, mi sbatto per portare altri appassionati a fare il giro che ho confezionato per loro, o perché spendo di telefono o di tempo per portare gente ad un evento; o perché mi fermo per le foto durante un itinerario, invece di preoccuparmi di godermelo e basta. La risposta è sempre la stessa: perché è una passione troppo bella per godermela da solo.

    Carlo Nannini

    About

    Ho sempre considerato me stesso come il prototipo del motociclista. Desideroso di fare nuove scoperte e capace, mi dicono, di raccontarle. Così, dopo oltre vent'anni di vita in sella e ricco della poca esperienza di pseudogiornalista, mi sono inventato questo blog, un punto di raccolta e di riflessione per chi, come me, è malato di moto, e spera di non guarire mai.

    http://www.ilkiddo.it

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