• Firenze Marathon 2011

    by  • 27 novembre 2011 • Avventure, Dentro al casco.., Gs, Maxi Enduro, Motoguida, Raduno, Sicurezza • 0 Comments

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    Firenze Marathon 2011
    La mia gara col primo e con l’ultimo.[//]
    Certo che dopo anni di supermoto, pista, gare, raduni estremi, fuoristrada, scuole, guide e qualsiasi altra esperienza si possa sperare di fare in sella alla moto, ritrovarmi ad alternare la prima, la frizione e la folle per star dietro ai podisti della Firenze marathon può sembrare un’assurdità. Ma come qualsiasi drogato le vuoi provare tutte, questa è un’esperienza che non avevo mai fatto, e così eccomi intruppato insieme ai miei compagni del club Bmw motorrad Firenze a fare assistenza alla gara.
    “E’ per mio ordine e conto che il portatore del presente ha fatto quello che ha fatto”. Non è il lasciapassare del cardinale Richelieu ma il cartello dell’organizzazione che attacchiamo ben visibile sul cupolino, praticamente un pass per muoversi liberamente all’interno di una circolazione stradale cittadina stravolta, rivoluzionata, capace di far incazzare tantissimo gli automobilisti sprovveduti che si sono visti chiudere ermeticamente quasi tutta la città: centro storico, lungarni, Cascine, fino allo Stadio.
    Dal briefing del primo mattino in piazza Beccaria tenuto da Vasco, “Archimede”, ci dividono in due gruppi, fondamentalmente, quelli che non hanno un compito preciso e partiranno dal viale Lavagnini in ordine sparso smazzandosi la gara normale, dei più lenti, e quelli che come me sono incaricati di portare fotografi, tecnici, cronometristi, giudici; per capirsi, quelli che si vedono in televisione dietro alle moto e che sembra sempre che rompano le palle a chi sta correndo, e ci si chiede sempre cosa diavolo ci facciano lì. “Ma non li intossicano quei disgraziati che devono correre?” In realtà è un problema che ho posto al mio trasportato, un tecnico, manager delle donne più veloci, e che anche per questo mi chiedeva di mantenere un profilo defilato, dicendomi di affiancare le sue atlete, due ragazze etiopi, solo di tanto in tanto per qualche breve incoraggiamento e un aggiornamento sui tempi.
    Stare con la testa della corsa in fondo è un’esperienza piacevole, interessante, soprattutto se sei dietro alle donne che vengono incoraggiate in maniera particolare. Nelle due ore e mezza passate quasi tutte in prima marcia, c’è il tempo di apprendere che con il premio che la prima classificata guadagnerà, potrà comprarsi la casa in Etiopia, dove lo stipendio medio mensile di un operaia è di circa 30 euro. Nella maratona fiorentina, fatta circa a fine stagione, le “stars” sono poche, e le “nostre” ragazze hanno quasi sicuramente il premio in tasca. Il mio uomo tiene continuamente conto dei tempi medi di ogni chilometro, mi fa notare come siano partite piano all’inizio, di come l’atleta (uomo) che le precede immediatamente funzioni da traino, un tutor capace di correre con tempi regolarissimi che funge anche da apripista, mantenendosi sulla traiettoria migliore (la “green line” tracciata anche sull’asfalto) e sulla strada più regolare e pulita.
    Dopo una quindicina di chilometri, sul viale delle Cascine, mi viene chiesto di anticipare il gruppo e raggiungere la testa della corsa, quella con gli uomini, fino al ciambellone di metà percorso. Quando ci raggiungono il mio passeggero mi fa notare come siano andati troppo veloci, e mi si dice preoccupato che non riescano a mantenere l’andatura per tutta la gara. Difatti dopo il trentesimo chilometro, quando il traino si ferma per contratto (non so davvero il perché, forse per non mettere limite alle atlete che dovranno regolarsi da sole), il passo della nostra favorita rallenta. Probabilmente, ci accorgiamo, non riuscirà a battere il record della maratona, risultato che prevedeva un premio ulteriore.
    Del resto ognuno ha i suoi problemi; i miei sono di mantenermi ad una distanza tale da non dare fastidio agli atleti, inclusi quelli che potrebbero rimontare e che tengo d’occhio dagli specchietti retrovisori, vedere che non entrino ciclisti o altri ostacoli sul percorso, non intralciare gli operatori della Rai infilandomi nel mezzo. Ma soprattutto, ed è il pericolo più grosso nelle situazioni come queste dove credi di essere in una botte di ferro, non distrarmi e tenere gli occhi aperti ad ogni incrocio, rifornimento, spugnaggio (dove ti viene data una spugnetta piena d’acqua e puoi far ringraziare il cielo al motociclista che ti segue di aver speso soldi nell’Abs se deve frenare sopra al tappeto di spugnette). L’ingresso al seguito degli atleti in testa alla gara nel centro storico di Firenze ha qualcosa di magico, meraviglioso. In sella alla moto sembra di essere un novello Costantino, un Cesare al ritorno da una campagna militare vittoriosa. Poi cali perché ti rendi conto che gli applausi sono per questi meravigliosi atleti, questi prodigi dello sport coi quali hai avuto l’onore di dividere un paio d’ore della tua vita, e ai quali sei felice di aver dato il tuo poco aiuto. Però piazza San Giovanni, il Battistero, piazza della Repubblica, il Ponte alle Grazie, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, via dei Calzatoli piene di gente, bambini, famiglie che applaudono, palloncini, bande musicali, tamburi. Che spettacolo per gli occhi, che momenti meravigliosi. E io ci vado in moto, neanche corro… arriviamo alla Biblioteca Nazionale, in anticipo sulle atlete perché il manager le possa aspettare all’arrivo. Per loro la corsa è finita, mentre chi è in moto può farsi almeno un altro giro per fare assistenza al resto degli atleti.
    Sinceramente non credo che ci fosse a questo punto una gran necessità di stare in mezzo a chi corre, a meno di emergenze gravi per le quali ci sono veramente una enorme quantità di ambulanze e volontari ad ogni incrocio. Per questo taglio il percorso dove credo ci siano strade strette che mi costringono, col ritmo degli atleti più umani, ad un prima, folle, frizione, prima. Ritorno in meno di un’ora all’arrivo, e non so per quale ragione mi soffermo accanto alle transenne davanti alla Nazionale. Una signora del pubblico si avvicina. “Scusi, ma si sa dov’è l’ultimo?”. “No, signora, non ne ho idea…” “No, perché è un mio amico, mi ha detto che è a fine corsa, seguito dal camion del Bartolini. Non c’è modo che qualcuno lo possa incoraggiare?” Rispondo pentendomi quasi subito: “Mah, se vuole lo può incoraggiare lei, lo andiamo a cercare, ho qui il casco…”
    La signora sale dietro, non ho capito neanche bene chi stiamo andando a cercare né perché ma, informata la signora che fino all’una e mezza le lasagne non saranno in tavola, tanto vale lanciarmi in questa impresa che mi pare disperata, quasi come il proverbiale ago nel pagliaio. Voci incontrollate di corridoio mi danno il “fine corsa” circa in zona Stadio, dove per fortuna si può tenere d’occhio buona parte della gara e fra contromano, salti di corsia e divieti che in una giornata normale mi avrebbero fatto totalizzare infrazioni per un millemila punti sulla patente, troviamo infine a centro del viale Malta una colonna di camion, auto dei vigili, dell’organizzazione, ambulanze, carri attrezzi, tutti a passo men che d’uomo preceduti da un signore magro, un po’ curvo, con cappellino e Kamel bag che procede a corsa lenta ma dignitosa, inesorabile e incurante del fatto che, beh… Firenze sta aspettando lui.
    La mia passeggera grida quasi isterica per la felicità. Mentre ci dirigiamo incontro all’atleta mi confida, infine, che il suo amico ha un cancro al pancreas e il diabete, che correre lo aiuta molto e già da dieci anni combatte la malattia in questo modo. Fermo con un gesto la colonna di camion per fare inversione, mentre spero che non mi si veda commuovermi per l’emozione delle urla incoraggianti della mia nuova compagna di merende. Affianchiamo il podista per un paio di cento metri, finchè non ricordo alla mia zavorrina le lasagne quasi in tavola e lo salutiamo, sperando di riuscire a mandare giù il mattone che mi sembra di avere ingoiato.
    Tornando per la terza volta verso Santa Croce -l’arrivo- incrocio tutti gli altri: i cinesi col gonnellino, il palestrato che ansima, gli appassionati, quelli vestiti da donna, il corsaro, la signora coi palloncini che la strozzano, quelli di Maiano, i tedeschi, in una parola, i Maratoneti. Quelli fra il primo, che corre per mestiere, che conta i tempi, gestisce la prestazione, e l’ultimo, che corre per sopravvivere, che combatte una battaglia anche più dura, e che non si becca neanche il thè perché hanno già smontato tutto.

    About

    Ho sempre considerato me stesso come il prototipo del motociclista. Desideroso di fare nuove scoperte e capace, mi dicono, di raccontarle. Così, dopo oltre vent'anni di vita in sella e ricco della poca esperienza di pseudogiornalista, mi sono inventato questo blog, un punto di raccolta e di riflessione per chi, come me, è malato di moto, e spera di non guarire mai.

    http://www.ilkiddo.it

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