• Voglio una gita spericolata

    by  • 20 gennaio 2012 • Avventure, Dentro al casco.., Donne e Motori, Gs, Itinerari, Maxi Enduro • 0 Comments

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    Pellegrinaggio 2

    Voglio una Gita spericolata
    Trecento chilometri di curve tra Firenze e Zocca, paese natale di Vasco

    Premessa

    Se pensate di arrivare a Zocca e trovare una sorta di altare, una raccolta spontanea di memorabilia o una statua equestre del Blasco o nella posa di accasciarsi dietro la batteria durante un concerto rimarrete delusi. Fra i pochi indizi che si scovano non senza un certo impegno ci sono solo le firme pennarellate sul cartello di ingresso al piccolo paesino della provincia modenese dove si scorge l’allettante invito di cui sopra e del soffitto di un bar del corso dove innumerevoli fans hanno dato sfogo alla propria vena poetica. Un tentativo di accostarsi al proprio idolo, di voler sentire che per l’appunto in quel momento non è in casa, ma gli sono andato vicino. Nessuna traccia del Blasco neanche al forno dove farciscono memorabili crescentine -e la cosa ci lascia davvero increduli-, mentre nel bar del piccolo cinema la ragazza al bancone sta informando un ragazzo che ci ha preceduto nella serie di domande. Si, a volte Vasco viene in paese e si ferma proprio in quel bar. Abitava appena fuori, in campagna.


    E noi ce lo immaginiamo trent’anni fa barcollare “nell’unica sala, la discoteca…” oppure raccontare che “…ma fuori c’è la festa del paese vado a fare un giro…”. Altri tempi, forse, quando avere vent’anni in un piccolo paese poteva dire sentirsi ingessati in un posto, anni in cui le droghe hanno visto la loro massima diffusione. Gli anni settanta. Per noi era una sorta di fratello maggiore sbandato, quello che era andato a Sanremo e si era messo il microfono in tasca, che ci faceva urlare “Vasco libero” ai concerti di tutti gli altri, che ti accompagnava da dentro il mangiacassette di un amico fino all’alba sulla spiaggia di Viserba di Rimini. Te briaco fradicio, ovvio. Vasco legittimava; si era già rovinato molto più di quanto non saresti riuscito a fare te, cantava un senso di appartenenza a un qualche tipo di tribù incompresa o l’amore vero solo se neanche confessato. Blues vero, poetica minimale. Vasco.

     

    A ottobre Zocca si anima davvero della decantata festa del paese, quella delle castagne, che vengono bruciate in padelloni giganteschi il cui fuoco affumica paesani e turisti. Una scusa come altre per includerla, con una piccola deviazione, in un itinerario che parte e torna nel Mugello di 300 km circa dove si ha la nettissima sensazione di non avere mai la moto dritta.
    Partiamo da Barberino di Mugello salendo verso il valico della Raticosa per la Militare di Barberino che ho sentito chiamare coloritamente anche “centocurve”. Tornati sulla regionale per la Futa, uno dei paesi che incontreremo prima del valico, dopo un breve tratto aperto dal quale si può godere  della veduta del lago del Bilancino ci lasciamo sulla destra il bivio per Panna, nota per la famosa sorgente. Poco dopo Monte di Fo ci inerpichiamo per le “scalette”, una piccola serie di tornanti da pennellare, spesso scivolosi poiché molto ombreggiati.

    Sul tratto toscano del valico attraversiamo i paesi della Traversa e Pietramala, mentre una volta oltrepassato il Passo della Raticosa si arriva a Monghidoro subito dopo una serie di un paio di curve in contropendenza ormai famose nel mondo come “ottovolante”. Il percorso si fa emozionante scendendo verso Loiano: curve dall’asfalto nuovo, spesso con una buona visuale. Una gioia per i motociclisti, che però non è niente se paragonato ai 10 chilometri che ci attendono svoltando a sinistra prima del paese di Loiano. Un tratto che sembra disegnato apposta per divertirsi alla guida della moto: prima una serie di curve in discesa “da pelo”, intorno solo il verde dei campi senza l’ombra di un temibile guard rail pronto a punire nel peggiore dei modi anche una banale scivolata a velocità codice; poi, nel tratto finale che sale fino all’abitato di Monzuno, una serie (giuro, tutte le volte che ci passo ho provato a contarli e ho perso sempre il conto) di tornanti su asfalto ad alta aderenza. Roba da non ci credere. Per noi, è “il pistino di Monzuno”.
    Una rapida sosta per un caffè nel bar della piazzetta del paese, e si riparte verso Rioveggio: un tratto di 8 chilometri panoramico, aperto, bellissimo, da fare magari in primavera o estate, quando le strade sono pulite e il traffico rimane, come sempre, quasi inesistente. A Rioveggio si ha la possibilità di fare rifornimento, cosa abbastanza difficile se si ha l’abitudine di percorrere strade così isolate dai grossi centri abitati.
    Costeggiamo l’autostrada per poco più di 3 chilometri verso sud, e questo piccolo tratto ci sembra un inferno dopo i paradisi che abbiamo appena visitato, ma svoltiamo a destra verso Grizzana Morandi sul Ponte Locatelo. All’inizio l’asfalto, nonostante le  belle curve che disegna, è bozzoloso e sporco, ma poi lo spettacolo e il panorama di Grizzana ci ripaga ampiamente, anche se meriterebbe una migliore pulizia delle piante sulla strada principale del paese.
    Ma noi vogliamo la nostra “gita spericolata”, siamo sulla pista che ci condurrà al paese del nostro idolo, non abbiamo tempo per fermarci!
    E allora via, giù per la discesa verso Vergato. Ancora asfalto ad alta aderenza, ancora curvoni da pennellare: ampi, con ottima visuale, zero macchine, gioia pura. Non c’è da sorprendersi se il vostro passeggero, all’incrocio con la Porrettana dove svolteremo a sinistra per entrare in paese, avrà la necessità di sciogliere un po’ le braccia indolenzite per le staccate furibonde. Per fortuna a Vergato ci sono ben duecento metri di dritto, e anche un semaforo. Beh, ma siete venuti per fare le curve o per riposarvi? Forza, che Vasco ci aspetta, mi hanno detto che a volte torna in paese…
    Dentro il paese di Vergato c’è il cartello per Zocca, anche se mancano ancora una venticinquina di chilometri buoni, e noi abbiamo fatto tanta strada quasi esclusivamente per i tornanti che salgono verso Cereglio. Disegnati più dal mulo che dall’ingegnere, sono una bellezza anche solo da guardare dall’alto. Ma forse è un’impressione della nostra mente deformata. Mi viene in mente una professoressa che mi dava ripetizioni di matematica che dopo aver risolto una difficile equazione si soffermava ad ammirarne la bellezza estetica. Mah..
    Più coperte, meno piacevoli dopo esserci tanto viziati, le curve fino a Bocca dei Ravari, che ci separa di una decina di chilometri dalla metà, o dalla mèta, del nostro percorso.
    Una crescentina al volo, un paio di castagne alla festa del paese, e siamo pronti a ripartire.


    Torniamo indietro per una decina di chilometri all’ultimo incrocio conosciuto per proseguire dritto, destinazione Castel d’Aiano. Siamo vicini al Cimone, alle piste da sci, e la discesa fino a Gaggio Montano e Porretta ricorda davvero una bella discesa sulla neve.
    Porretta è famosa come stazione turistica e per le acque termali che si dice abbiano guarito un bue malato. Altrettanto medicamentoso per le nostre povere membra maltrattate dai cavalli delle moto sarà il ristorarsi con una bella bibita analcolica nella piazza della stazione, ritrovo modaiolo e punto di contatto per coppiettine al primo appuntamento provenienti da Pistoia, Modena e Bologna. Il secondo appuntamento sarà pizza e cinema, poi videocassetta e…
    Bisogna stare attenti, quando si torna sulla Porrettana in direzione Pistoia, perché dopo pochi chilometri si arriva al ponte alla Venturina e appena oltrepassato il ponte, dove c’è un piccolo supermercato, dobbiamo svoltare a sinistra. È un bivio di una certa importanza perché conduce ai laghi di Suviana e Brasimone, ma non è segnalato in nessun modo. Saliamo verso Badi e scendiamo poi verso il lago di Suviana.

     Belle curve su asfalto ad alta aderenza, giuste per rilassarsi e, in estate, ammirare la passerella delle bagnanti. Baretti, camper, il paesaggio della villeggiatura di lago, che attraversiamo sulla diga, per la strada che conduce al lago Brasimone e che in alcuni tratti è un meraviglioso toboga di cavatappi, ideali per il motard, piede giù, pedana a terra, gas spalancato. Più distesa e ombreggiata il tragitto fino a Castiglion de’ Pepoli, dove svolteremo a destra sulla regionale del Vernio, che avevamo lasciato poco dopo Rioveggio. A Montepiano le chiappe chiedono decisamente pietà, il passeggero ha smesso ormai da tempo, è diventato nichilista, ma lo possiamo destare dal torpore promettendogli la scoperta di un luco, un sentiero boschivo uscito da un racconto di Tolkien che ci incanta per la sua bellezza. Perché non approfittarne per dare il gas rimasto sul tortuoso percorso fino a Mangona e svegliare elfi e troll?


    A Barberino di Mugello il contakm segna 280, le gomme sono a punta; il sorriso copre lo spazio della visiera, tanto che sembra bianca; il culo, quello è decisamente a pezzi. Il passeggero, amico o fidanzata, metterà in seria discussione il nostro rapporto.
    “Dai amore, era un giro un po’ largo per portarti all’outlet…”

     

     

    About

    Ho sempre considerato me stesso come il prototipo del motociclista. Desideroso di fare nuove scoperte e capace, mi dicono, di raccontarle. Così, dopo oltre vent'anni di vita in sella e ricco della poca esperienza di pseudogiornalista, mi sono inventato questo blog, un punto di raccolta e di riflessione per chi, come me, è malato di moto, e spera di non guarire mai.

    http://www.ilkiddo.it

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